Nei soggetti dediti in maniera patologica al gioco «vi sono evidenze di una modifica significativa nel funzionamento di alcuni circuiti cerebrali», implicati «nei processi decisionali e di gratificazione». Dunque: questi soggetti sono affetti da una vera e propria «malattia organica». Che va curata perché in caso contrario può portare a conseguenze drammatiche: dalla «disperazione fino al suicidio». Stavolta sarà complesso attribuire alla stampa toni allarmistici, visto che le parole sono di Silvio Scarone, titolare della cattedra di Psichiatria all’Università Statale di Milano e direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Ospedale universitario San Paolo del capoluogo lombardo.

Professore, ammetterà che quando ci si riferisce al gioco d’azzardo patologico (gap), è più frequente che si parli di «malattia sociale» e meno di «malattia organica»: dobbiamo imparare a utilizzare questa accezione?
È corretto parlare di malattia organica. Stiamo prendendo in discussione soggetti le cui condotte sono fuori dal controllo della loro volontà critica.

Con implicazioni anche sociali.
Certo. Le conseguenze di queste condotte portano a disastri economici con esiti spesso letali per l’individuo, per la sua famiglia e per la società; si pensi solo al fiorire, attorno a queste vicende, dell’usura.

Ricercatori di neuroscienze si stanno occupando frequentemente dei giocatori problematici e patologici: cosa si vuole comprendere? E quali risultati stanno dando le ricerche?
In questi soggetti sono in gioco fenomeni psicopatologici specifici, quali la impulsività, la perdita del controllo sulle proprie condotte, la compulsività, che significa essere in qualche modo “costretti” da forze interne sconosciute, a comportarsi in un modo che, razionalmente, si sa essere dannoso: le tecniche di visualizzazione cerebrale (risonanza magnetica funzionale, elettroencefalografia computerizzata) permettono di studiare questi fenomeni. In secondo luogo nel giocatore patologico sono esasperati i meccanismi che sottendono le scelte economiche, la rapidità delle decisioni rispetto ad esempio al calcolo della probabilità; tutto ciò, attraverso le stesse tecniche che prima citavo, può essere indagato allo scopo di comprendere meglio i meccanismi neurali che sono fondamentali nelle nostre attività di tutti i giorni.

A proposito di indagini: sembra che questo settore stia diventando così “appetibile” che oggi si sente parlare anche di neuroetica e di neuroeconomia. Ci aiuti a capire.
La neuroetica è quella branca delle neuroscienze che si occupa di studiare, proprio attraverso tecniche di visualizzazione cerebrale, i processi che sono alla base delle scelte morali, dei giudizi di bene e di male. Questa linea di ricerca, molto interessante ed altamente speculativa da un punto di vista neurobiologico, pone tuttavia, a sua volta, problemi etici non indifferenti; se arrivassimo alla conclusione che il soggetto non è responsabile delle proprie azioni, poiché è in realtà il suo cervello che, attraverso meccanismi inconsci, lo guida, allora il libero arbitrio, ad esempio , diverrebbe un aspetto della nostra vita morale da porre in discussione.

E la neuroeconomia?
La neuroeconomia studia nello stesso modo i meccanismi che sono alla base delle scelte e delle decisioni, in un campo, come quello dell’economia, dove l’utile e il guadagno sono punti di arrivo vincolanti, anche, talora, a scapito delle scelte morali.

Le discipline si allargano, dunque. Ma il diffuso “clima culturale” più che mai favorevole all’azzardo, può in parte aver impedito alla scienza, per un certo periodo, di occuparsi dei rischi per i giocatori?
No, non credo. La percentuale di giocatori patologici, rispetto a chi tiene sotto controllo un divertimento, è bassa; si può dire, invece, che la facilità con la quale ora si ha accesso ai giochi, anche online, permette di esporre un maggior numero di persone allo stimolo “gioco” e quindi è maggiore il rischio di rendere manifesta la suscettibilità (temperamentale, personologica, in definitiva, genetica) ad assumere comportamenti patologici.

Perdoni l’insistenza. Ma tornerei alla questione della volontà nel giocatore patologico: in certe occasioni può dunque addirittura essere annullata?
La volontà ha poco ruolo nelle situazioni di cui stiamo parlando; spesso il soggetto è consapevole del danno cui va incontro, ma non è in grado di comportarsi diversamente.

Vito Salinaro da Avvenire.it