Al centro dei colloqui tra porporati la crisi della Chiesa

ANDREA TORNIELLI
da Vatican Insider

Una riforma della Curia, per renderla più snella e trasparente nella sua gestione e farla tornare a essere soltanto un agile strumento al servizio del Papa, fuori dai veleni di vatileaks, delle cordate e delle lotte di potere. È questo uno dei punti fermi che ricorre nei dialoghi tra i cardinali che stamani cominceranno a discutere le priorità nell’agenda del successore di Joseph Ratzinger. «Esiste un’immagine certamente falsata della Curia romana a motivo di certe campagne mediatiche – confida a La Stampa uno dei cardinali elettori da poco arrivato a Roma che negli ultimi giorni si è già potuto confrontare con diversi altri confratelli – ma non c’è dubbio che troppo spesso certi ecclesiastici offrono l’occasione di scrivere certi articoli. Ne sono convinto: ciò che è accaduto negli ultimi anni peserà sulle scelte del conclave». Negli incontri informali, soprattutto tra i porporati stranieri, si iniziano a delineare due aspetti della possibile riforma della Curia. Il primo riguarda la riduzione e l’accorpamento delle strutture: «Vari pontifici consigli oggi esistenti – da quello per la famiglia a quello per la pastorale sanitaria – potrebbero confluire nel dicastero per i laici. Le competenze sui migranti e “Cor Unum” potrebbero essere attribuite al pontificio consiglio per la Giustizia e la pace. La Curia va semplificata, non deve governare la Chiesa, ma prestare un servizio al Papa». Un secondo aspetto della riforma riguarda i casi emersi di recente, la gestione delle finanze, vatileaks, i casi di immoralità. «A questo riguardo, dopo un ricambio delle persone nei posti chiave, si potrebbe prevedere di eliminare l’automatica inclusione dei capi dicastero curiali nel collegio cardinalizio, anche per prevenire il carrierismo. I sacerdoti devono venire in Curia per lavorare, non per far carriera», spiega il cardinale. Sul tema delle finanze vaticane è attesa alle congregazioni generali di questa settimana una relazione del presidente del Governatorato, il cardinale Giuseppe Bertello. La gestione dello Ior è uno dei punti in questione. «Mi sorprende – aveva confidato nei giorni scorsi a un amico l’ex presidente della banca vaticana, Ettore Gotti Tedeschi – che in otto mesi nessuno dal Vaticano abbia voluto ascoltare la mia versione dei fatti». La riforma della Curia che diversi cardinali immaginano è legata anche alla priorità dell’evangelizzazione. «Si tratterebbe di una riforma – spiega ancora il cardinale – subordinata a un profilo di Chiesa che si vuole comunicare, per portare a compimento l’opera di purificazione avviata da Benedetto XVI, per essere testimoni credibili specie in un momento qual è quello che stiamo attraversando nel mondo». Benedetto XVI ha visto lo scontro fra la luce e le tenebre, ha detto sabato scorso l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra: «dentro la Chiesa e nel mondo. E ha chiamato le tenebre col loro nome. Nella Chiesa: l’immoralità e l’ambizione dei chierici; nel mondo: il rifiuto di Dio». Il «governo della Chiesa» sarà la chiave di volta del conclave, conferma il direttore de «L’Osservatore Romano» Gian Maria Vian intervistato dal «National Catholic Reporter». Mentre lo storico Alberto Melloni spiega a La Stampa che «sarebbe auspicabile una maggiore collegialità: in futuro il Papa potrebbe essere affiancato da un “senato di comunione” che lo possa aiutare, mentre la Segreteria di Stato andrebbe affiancata da un “consiglio della corona”». Chi sarà in grado di affrontare questa sfida riuscendo al tempo stesso a riproporre in modo positivo e affascinante l’annuncio evangelico? Il nostro interlocutore con la porpora non si sbilancia sull’identikit. «Serve un Papa che sia un pastore, uomo di Dio, e venga da di fuori della curia. Non abbiamo bisogno di uno sceriffo. E serve anche un Segretario di Stato che sia in grado di aiutarlo con capacità e competenza in quest’opera». Di certo, conclude, «è che questa volta ci vorrà tempo, non faremo le cose in fretta. Otto anni fa 113 elettori su 115 erano al loro primo conclave. Questa volta i neofiti sono 67, ma 48 di noi hanno già vissuto un’elezione papale e ne hanno conosciuto i meccanismi. E manca un candidato della levatura di Ratzinger».