Intervista al nuovo Direttore generale del “Messaggero di sant’Antonio”

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 1 giugno 2010 (ZENIT.org).- Antonio da Padova è vissuto tra il 1196 e il 1231, e la sua fama di santità non è mai scemata anzi è sempre cresciuta.A distanza di 769 anni sono milioni le persone che lo pregano, lo invocano, ne ripercorrono la storia ed i luoghi dove è vissuto.

Intorno al suo carisma sono nate innumerevoli opere, tra cui una rivista “Il Messaggero di Sant’Antonio” che è la più diffusa non solo in Italia.

Martedì 25 maggio padre Gianni Cappelletto, Ministro Provinciale della Provincia Patavina di S. Antonio dei frati minori conventuali, ha nominato padre Ugo Sartorio nuovo Direttore generale dell’Opera “Messaggero di sant’Antonio” in sostituzione di padre Danilo Salezze, chiamato ad altri incarichi.

Padre Ugo Sartorio, già Direttore della rivista “Credere oggi”, ex Direttore della Scuola di Formazione Teologica per laici al Santo, guardiano della comunità S. Antonio Dottore, autore dei volumi “Dire la vita consacrata oggi” (2001 “Credere in dialogo. Percorsi di fede e annuncio”  (2002) e curatore dei volumi: “Annunciare il Vangelo oggi: è possibile? Atti del Convegno della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, Sezione di Padova” (2005), “Orizzonte virtù” (2008), “Scacco matto ai vizi” (2009). Ha mantenuto anche gli incarichi (che ricopre dal 2005) di Direttore editoriale e responsabile del “Messaggero di sant’Antonio”.

ZENIT lo ha intervistato.

Quanto è diffuso il Messaggero di Sant’Antonio? Quanti sono i lettori, quante le edizioni estere… Qual è il volume di persone che legge le riviste, i libri e ascolta i programmi radio del Messaggero di Sant’Antonio?

Padre Ugo: Il «Messaggero di sant’Antonio» è una rivista che tutti conoscono ma che non si vede, né in edicola né in fondo alla Chiesa. Ogni mese, però, in Italia ne vengono spedite in abbonamento 520 mila copie e quindi i lettori sono almeno tre volte tanto. Nelle famiglie il “Messaggero” è trasversale rispetto alle generazioni e passa dalla madre alla figlia alla nonna, dal marito al fratello.

Abbiamo lettori insospettabili, anche tra i non credenti, visto che il tono usato dalla rivista non è né enfatico né scandalista, registri comunicativi che hanno stancato un po’ tutti. Da parte nostra cerchiamo di parlare sottovoce e di andare in profondità. Facciamo informazione non senza formazione. E per questo i lettori ci premiano.

Le edizioni che vanno all’estero sono anzitutto il «Messaggero di san’Antonio» per gli emigrati, e poi le varie edizioni in lingua: inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese, polacco, rumeno. Ricordo che abbiamo anche il “Messaggero dei Ragazzi”, molto apprezzato dai più piccoli.

L’editrice pubblica 250 libri all’anno con collane dalla liturgia alla spiritualità, dal mondo antoniano alla saggistica teologica. L’Editrice Messaggero Padova pubblica inoltre “Credere Oggi” (un bimestrale di aggiornamento teologico che nel 2011 compie trent’anni, essendo nato nel 1981, a 750 anni dalla morte di sant’Antonio, per recuperare le qualità comunicative del suo pensiero teologico), “Rivista liturgica” e “Parole di Vita”.

I programmi radio vanno su alcune emittenti locali e sul circuito Inblu, ma utilizziamo il canale della radio soprattutto per gli emigrati italiano all’estero, in Canada e negli Stati Uniti.

Quali sono le ragioni di questa popolarità? E’ merito del carisma del santo? Eppure Sant’Antonio è tornato al cielo nel 1231, circa 779 anni fa. Quali sono le ragioni dell’attualità della sua radicale testimonianza di santo? Padre Ugo: Sant’Antonio è un a vera e propria calamita. Chi ha assistito alla speciale Ostensione del suo corpo che ha avuto luogo in Basilica dal 15 al 20 febbraio è rimasto sbalordito. Nelle 80 ore di apertura del santuario, da lunedì a sabato, davanti ai resti mortali di sant’Antonio sono passate in media 2.500 persone ogni ora per un rotale di più di 200 mila fedeli. Con una devozione sobria e intensa, partecipe ma sempre ordinata. Ai piedi del Santo sono state lasciate 150 mila preghiere scritte, per sé e per chi non ha potuto venire, con le richieste più svariate: il desiderio di un figlio, la richiesta di un lavoro che dia dignità, l’ottenimento del permesso di soggiorno (forse perché sant’Antonio era portoghese e quindi anch’egli immigrato).

Lei è curatore di un volume intitolato «Annunciare il Vangelo oggi: è possibile?»…appunto, che risposta si sente di dare?

Padre Ugo: Si può dire che un’epoca è più disposta di un’altra ad accogliere il Vangelo? Sottinteso, saremmo forse oggi nell’epoca più restia, più impermeabile al messaggio cristiano? Mi ha sempre colpito una considerazione dello storico francese Jean Delumeau, il quale a metà degli anni ’70, nel suo Il cristianesimo sta per morire?, scriveva: “Il Dio dei cristiani era un tempo molto meno vivo di quanto si credesse, e oggi è molto meno morto di quanto si dica”.

Quello che è vero è che il cristianesimo non può più permettersi di vivere di rendita, sulle spalle del suo glorioso passato. Per quanto riguarda i giovani, ad esempio, siamo di fronte alla prima generazione incredula, e se questa è una perdita secca è però anche un’opportunità nuova per in Vangelo e per la Chiesa. Se lasciamo sguarnito il fronte dell’attenzione ai giovani, non potremo alimentare il cristianesimo del futuro. Sì, annunciare il Vangelo oggi è possibile, solo che è necessario farlo con parole che possono risuonare dentro la nostra cultura, partendo dalla conoscenza dell’animo degli uomini perplessi e smarriti, o anche euforici e storditi di questi anni.

Immagino che lei abbia dei progetti editoriali e culturali innovativi, può illustraceli?

Padre Ugo: Di questi tempi l’editoria periodica deve affrontare problemi seri, come l’annullamento – da aprile –delle tariffe agevolate. Per il mondo cattolico, penso soprattutto ad “Avvenire”, a “Famiglia Cristiana” e ai 155 settimanali diocesani pubblicati in altrettante diocesi, è un problema serio. La stretta economica, che penalizza i prodotti culturali, unitamente a queste infelici e miopi scelte politiche, chiede ripensamenti a breve termine.

Innovare in tempo di crisi è più difficile ma più necessario che in altri periodi, perché bisogna mantenere alta la qualità e intraprendere nuovi sentieri. Internet non è la panacea di tutti i problemi, ma pensarsi senza tener conto di Internet è un suicidio. Non sono tra i teorizzatori dell’«ultima notizia», per cui non credo che la carta stampata sia condannata a scomparire, anzi. Sostengo l’integrazione dei diversi media, che un po’ potrà può essere guidata e un po’ si farà da sé.

Vengo però alla sua domanda. Non viviamo in un tempo di grandi progetti editoriali, perché tutti – i piccoli editori come i grandi – fanno fatica a intercettare i gusti – per altro mutevoli – dei lettori, soprattutto per quanto riguarda i libri. Tra l’altro chi legge libri, in Italia, è un gruppo ristretto di quattro milioni di persone, sempre le stesse, ipersollecitate da proposte che vengono da tutte le direzioni.

Una cosa è sicura: gli editori cattolici, sia di libri che di riviste, oggi più che mai non possono rinunciare a fare cultura, alla qualità alta della propria proposta, e sarebbe anche bello che riuscissero a lavorare di più in sinergia. La causa, in fondo, è la stessa, e molte cose si potrebbero fare insieme, naturalmente senza che ognuno rinneghi niente della sua storia e identità. Il mondo cattolico, quando sa fare rete, è una potenza.