di Eliana Versace
Cinquant’anni fa, il 1° agosto 1959, Papa Giovanni XXIII celebrò solennemente il centesimo anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney promulgando un’enciclica, la Sacerdotii Nostri Primordia, seconda del suo pontificato, rivolta soprattutto ai sacerdoti ai quali – seguendo il solco tracciato dai suoi predecessori, da Pio x sino a Pio xii – proponeva come esemplare per lo svolgimento del loro ministero, l’umile figura del santo curato di Ars.

Tra i più attenti lettori della seconda enciclica giovannea vi fu il futuro arcivescovo di Milano e cardinale, Giovanni Colombo, che meditando il testo papale e commentando l’esperienza del Vianney, scrisse numerose note, riflessioni, sintesi e osservazioni, disperse in una miriade di appunti. L’interesse suscitato in lui dalla vicenda del curato d’Ars, era comprensibilmente motivato dalla sua trentennale esperienza d’educatore e formatore di sacerdoti, alla guida dei seminari milanesi. E divenuto arcivescovo di Milano, toccò proprio a lui consacrare nel capoluogo lombardo, nell’ottobre del 1964, una nuova chiesa intitolata al santo Curato d’Ars, adempiendo la disposizione del suo predecessore, il cardinale Giovanni Battista Montini, che quel rito avrebbe dovuto presiedere nel giorno da lui stabilito, il 21 giugno 1963. Ma proprio in quella particolare giornata, che il cardinale Montini voleva riservare al curato d’Ars, il conclave convocato due giorni prima, lo elesse Papa. Paolo VI volle pertanto fare dono personale dell’altare alla nuova chiesa milanese, eretta con la colletta di 2.065 sacerdoti diocesani.
Nel 1986, in occasione della celebrazione del bicentenario della nascita del Vianney, il cardinale Colombo, che ormai da alcuni anni aveva lasciato la guida dell’arcidiocesi ambrosiana, riprese quei numerosi appunti suscitati in lui dall’enciclica del 1959 e ampliati nel corso degli anni e – sollecitato anche dalla Lettera che, nella memoria del curato d’Ars, Giovanni Paolo II rivolse a tutti i sacerdoti in occasione del giovedì santo di quell’anno – volle completarli e arricchirli, predisponendo un testo che venne pubblicato sulla rivista “Studi Cattolici” (30, 1986, pp. 659-664).
L’attualità delle sue riflessioni e una singolare prospettiva offertaci sul Vianney, con quella sagacia perspicace che era tratto caratteristico e inconfondibile della personalità del cardinale Colombo, ci spingono a fermare lo sguardo su questo testo che l’evolvere dei tempi non ha usurato, raccolto con cura meticolosa dal fedele segretario, monsignor Francantonio Bernasconi, e riproposto ora in un apposito fascicolo de “I Quaderni Colombiani” – in occasione dell’anno sacerdotale straordinario indetto da Benedetto XVI nel 150° anniversario della morte del santo curato – insieme a un altro lungo articolo di Colombo sempre sul Vianney, pubblicato sul quotidiano “Avvenire” il 28 ottobre 1986.
È in particolare un interrogativo che determina la riflessione del cardinale Colombo sul curato d’Ars:  perché Giovanni XXIII nel 1959 con la sua enciclica – il cui significato venne ribadito ed attualizzato da Giovanni Paolo II nel 1986, alla luce del Concilio – non trovò “di meglio che additare l’esempio di un prete piccolo e brutto, non privo di qualche intelligenza, ma certo non ricco di doti umane, senza possibilità di carriera, parroco di un minuscolo ed insignificante villaggio francese, donde non si è mai mosso in cerca di nuove e allettanti esperienze”? Sembrava un insensato paradosso, quasi una beffa, che ai sacerdoti del xx secolo, in continuo confronto con le incalzanti sfide della modernità, venisse proposto l’esempio del prevosto ottocentesco di una sperduta parrocchia di campagna. Qual era in fondo la sua grandezza, si chiedeva insistentemente il cardinale Colombo, raccogliendo ed echeggiando le analoghe domande dei suoi sacerdoti? Se appare comprensibile il quesito da cui muoveva la riflessione del cardinale, sorprendente ci sembra, a prima vista, la risposta che egli si dava. Quell’irresistibile attrazione esercitata dall’umile parroco francese su folle sempre più numerose che accorrevano a lui, non era dovuta, secondo Colombo, ai suoi doni carismatici di profezia, lettura dei cuori, taumaturgia; “non sono gli interventi straordinari – miracolosi e divini – che hanno reso efficace l’azione pastorale del curato d’Ars”, notava il cardinale. E nemmeno impressionavano le suggestive lotte notturne col diabolico “principe delle tenebre, il perfido e chiassoso Grappin”, o “l’ascetismo d’eccezione” in cui alcuni hanno ravvisato la peculiare caratteristica della santità del curato d’Ars.
Ebbene, invece, Giovanni Maria Vianney piaceva alla gente e la avvicinava numerosa a sé perché era un uomo “perdutamente innamorato”. E, se il supremo oggetto del suo amore era il Signore Gesù, le modalità con cui esprimeva il suo insistente sentimento erano quelle comuni a ogni innamoramento umano. Gesù – rilevava il cardinale – era divenuto “il suo pensiero dominante, il palpito infuocato del suo cuore, la logica dei suoi ragionamenti, il sospiro delle sue notti insonni, l’energia delle sue giornate spossanti, la dolce presenza delle sue ore solitarie” ed infine anche “l’amplesso che lo attende, a volto svelato”, oltre la morte. L’amore con cui il curato d’Ars si legò per sempre a Cristo fu – secondo Colombo – come ogni sincero e profondo amore umano, “un amore totalitario, esclusivo, geloso”. Talmente intenso da condurre all’annullamento felice di sé per donarsi completamente all’amato, perdendosi nella sua volontà, pronto a rinunciare a tutto per lui, fin’anche alla propria identità e – come del resto avviene alla sposa nell’unione matrimoniale – pure al proprio nome precedente. Si chiamava Giovanni Maria Vianney, notava infatti il cardinale Colombo ma, per amore, abbandonò anche il suo nome per diventare per tutti solo “il curato d’Ars”.
E per proteggere il suo amore – aggiungeva Colombo, con un’affermazione tanto singolare quanto perentoria – divenne “un violento”. È una lettura certamente originale quella del cardinale, che raccontandoci la vita di Vianney, come un’insolita e suggestiva storia d’amore, intendeva additare il suo esempio estendendolo non solo ai sacerdoti, cui più direttamente si rivolgeva, ma a tutti i fedeli. “Chi non ama per sempre – osservava il cardinale – non ama davvero. Questa legge radicale e sincera deve guidare anche l’amore umano”. Ma aggiungeva una inusuale considerazione:  “chi non ama con violenza – scriveva – non ama sul serio”, perché ogni amore puro, che aspiri a durare per sempre, è un amore violento e la conquista, anche in questo campo, avviene con violenza, superando l’orgoglio personale che imbriglia il sentimento e vincendo ogni resistenza che frena il trasporto amoroso. “Intendiamoci bene – spiegava Colombo parlando del Vianney – egli è un violento nell’esigere da sé; violento come una fiumana in piena contro gli sbarramenti dell’amore che sono i peccati; violento contro l’orgoglio delle anime riluttanti ad arrendersi all’amore; violento, a volte, anche nella predicazione”. Ma l’azione di questa sua violenza, che talvolta in alcune sue espressioni, spaventava coloro che gli si accostavano, trovava la sua unica ragione “nel fuoco d’amore che gli bruciava il cuore”.
Come ogni innamorato che, quasi mosso da un’insaziabile voracità, vorrebbe possedere tutto del suo amato e conoscerne, con gelosa curiosità, ogni suo istante, così per amare Cristo, che trascende il tempo – come un eterno presente in cui nulla di ciò che è passato è perso – il curato d’Ars ama con assillante passione tutto ciò che Lui ha amato ed ama. Spendendosi tenacemente, senza sosta, per ciò in cui crede e dedicando tutta la vita a colei che di Cristo è creatura ed eredità, il suo lascito alla storia:  la Chiesa. E interpretando in tal modo, con la sua stessa vita, quella che, forse, è la più bella dichiarazione d’amore di tutti i tempi, pronunciata proprio da Gesù con parole esigenti che interrogano e scuotono ancora la nostra anima, commuovendola fin nel profondo:  “Nessuno ha un amore più grande di questo:  dare la vita per i propri amici” (Giovanni, 15, 13).
Solo così, rinunciando a se stesso, abbandonandosi all’amore divino e lasciandosi travolgere dall’ebbrezza di questo sentimento, Vianney diventa un uomo felice, con “le vene del suo essere profondo colme di sovrumana felicità”. È proprio questo il suo segreto, “la felicità dell’innamorato” che non teme più nulla perché si sente protetto e sicuro tra le braccia dell’amato.
Anche se la vita del santo curato non fu priva di quei dolori e quelle fatiche che i disegni divini, in maniera diversa, riservano a ciascuno nel corso della vita, come a voler provare, talvolta ripetutamente e con misure a noi sconosciute, la nostra fede, egli fu, per tutta la vita, un uomo felice. Ma ogni uomo – chiosava il cardinale Colombo – che sappia amare “davvero, cioè con tutto il cuore, per sempre, con violenza”, senza timori, infedeltà, dubbi e resistenze, Dio e chiunque la divina Provvidenza, nel suo misterioso progetto di salvezza, gli affiancherà lungo il corso della vita, diventerà realmente un uomo felice.
“L’amore – osservava il cardinale Colombo con una rara delicatezza, quasi poeticamente, sublimando così l’esperienza del curato d’Ars e rendendo esemplare per tutti i fedeli il suo messaggio – è una partenza del cuore verso la riva della persona amata”.
E proprio nella smisurata capacità d’amare è la vera grandezza di Giovanni Maria Vianney che, per amore di Gesù e ispirato da una straripante virtù di carità, seppe intuire e abbracciare quell’insopprimibile desiderio, nascosto nel cuore di ognuno, d’essere accolto, ascoltato, amato.

(©L’Osservatore Romano – 3-4 agosto 2009)