di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana 

La Stampa di Torino è il giornale più risorgimentale d’Italia.

Tutti i giorni ci delizia con le gesta di Camillo Cavour (1810-1861). Lo abbiamo trovato meno attento di altri quotidiani – anche se non è mancato qualche cenno – a rievocare anche i centocinquant’anni delle atrocità perpetrate dalle truppe italiane nel Sud conquistato, a cominciare dalla strage di Pontelandolfo, in provincia di Benevento, dove il 14 agosto 1861 i bersaglieri massacrarono quattrocento civili, compresa una bambina di nove anni morta mentre i soldati la inseguivano cercando di violentarla. Una strage per cui Giuliano Amato, presidente del comitato per le celebrazioni del centocinquantenario, è salito a Pontelandolfo il 14 agosto 2011, porgendo agli abitanti di quella che ha definito «città martire» le scuse dell’Italia.

Commentavamo in quell’occasione che le scuse non bastano, se non si rimette in discussione il pregiudizio da cui è nata la strage di Pontelandolfo, dove non a caso si cominciò con il fucilare i preti: quello per cui il Sud clericale e superstizioso sarebbe antropologicamente inferiore al Nord illuminato e illuminista. Questo pregiudizio – che oggi non contrappone tanto il Nord al Sud, quanto una subcultura illuminista minoritaria ma egemone nel mondo della comunicazione al cattolicesimo – è vivo ancora oggi. Lo dimostra un articolo di prima pagina de La Stampa del 20 settembre – la data, anniversario della presa di Roma nel 1870, è casuale ma emblematica – dove Massimo Gramellini comincia con il prendersela con Antonio Di Pietro che in Molise mette in lista suo figlio «come neanche Mastella». Di qui il noto giornalista passa ad attaccare un altro esponente del partito di Di Pietro, l’Italia dei Valori, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha baciato la teca con il sangue di San Gennaro. De Magistris, secondo Gramellini, «finge di non sapere che l’immagine del sindaco di Napoli che omaggia l’ampolla tesagli dal cardinale ha da secoli un significato ben preciso: la sottomissione dell’autorità civile a quella ecclesiastica». Così, perfino l’Italia dei Valori «ci ha appena ricordato quali siano i valori a cui l’Italia non è disposta a rinunciare: familismo e superstizione». Quanto a san Gennaro, per Gramellini si tratta solo della «cerimonia del finto miracolo che tutto il mondo ci spernacchia».

Per l’ultima frase giornale e giornalista dovrebbero chiedere scusa alla lingua italiana, ma non è questo il problema principale. La mentalità che emerge dall’articolo s’inserisce a pieno titolo in quell’intolleranza contro il cristianesimo che è ormai una delle grandi emergenze culturali e politiche europee, cui non a caso anche l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha dedicato un vertice a Roma il 12 settembre. L’intolleranza si manifesta qui in due diverse direzioni, entrambe gravi.

Anzitutto, l’offesa al «finto miracolo che tutto il mondo ci spernacchia». L’espressione è offensiva, e anche un po’ sciocca, verso quello che il sindaco De Magistris – dalle cui idee politiche chi scrive non potrebbe essere più lontano – ha giustamente definito come un momento essenziale dell’identità napoletana. Le identità non si «spernacchiano»: si rispettano. Chi pretende a ogni pié sospinto rispetto per i diritti delle minoranze deve cominciare con il rispettare i diritti delle maggioranze. La maggioranza dei napoletani non desidera né tollera che si offenda una manifestazione di pietà che esprime da secoli il sentimento religioso della città.

Quanto all’espressione «tutto il mondo» – riferita a chi «spernacchierebbe» il miracolo -, si tratta in realtà di un pugno di ricercatori “scettici di professione”, alcuni dei quali membri della nota associazione CICAP, che – per quanto siano riusciti a far pubblicare uno dei loro articoli sulla rivista scientifica Nature – non sono nemmeno d’accordo fra loro. Il più noto nemico del miracolo, Luigi Garlaschelli, ha sostenuto infatti che non si tratta di sangue ma di una miscela chimica tissotropica – cioè capace di diventare fluida se sottoposta a sollecitazioni meccaniche, quali scosse e movimenti – mentre il biologo napoletano Giuseppe Geraci sostiene che l’ampolla contiene vero sangue umano, la cui liquefazione sarebbe però spiegabile con processi naturali. Peccato però che il gel tissotropico che Garlaschelli ha mostrato ai giornalisti abbia una limitata stabilità nel tempo – da due a dieci anni -, mentre il sangue di san Gennaro sta lì da secoli, e che in alcune occasioni – per esempio nel 1976 – il contenuto dell’ampolla non si sia sciolto nonostante otto giorni di attesa, in barba alle sue presunte proprietà tissotropiche. Quanto ai processi naturali che secondo Geraci spiegherebbe come del vero sangue umano possa liquefarsi periodicamente, lo stesso Garlaschelli ha obiettato al biologo napoletano che questi non sono ancora stati spiegati.

In ogni caso, si tratta di tempeste all’interno del bicchier d’acqua del piccolo mondo scientista degli scettici di professione, cui la televisione dà talora un rilievo sproporzionato ma che è allegramente ignorato dai milioni di fedeli cattolici che amano e rispettano la religiosità popolare del Sud dell’Italia, non solo a Napoli ma dovunque ci siano degli italiani, Stati Uniti e Australia compresi. Le presunte «pernacchie» da «tutto il mondo» assomigliano un po’ ai sassi che nell’Ottocento certi anarchici nei loro congressi tiravano verso il cielo per protestare contro Dio. Al massimo, i sassi ricadevano sulle loro teste.

La stolta incomprensione – a prescindere da qualunque dibattito sul sangue e sulle sue proprietà – della struttura umana e sociale di una manifestazione che è parte inscindibile della vita di Napoli è solo la prima manifestazione del pregiudizio illuminista. Ce n’è anche una seconda. Riguarda la condanna del bacio alla teca di san Gennaro da parte del sindaco come omaggio alla «superstizione» e «sottomissione dell’autorità civile a quella ecclesiastica». Gramellini si rassegni. L’Italia non è la Francia e neppure la Spagna di José Luis Rodríguez Zapatero. Sabato scorso ero a Olbia, dove ho partecipato alla processione in onore della Madonna di La Salette, le cui apparizioni a due pastorelli francesi nel 1846 Gramellini qualificherebbe senz’altro come «superstizione». Anche lì dietro al carro con la statua della Madonna procedeva a piedi – tra un tripudio di cittadini che gettavano petali di rosa – il sindaco, eletto da una coalizione che comprendeva PD e IDV, con tanto di fascia tricolore.

Si può certo discutere della coerenza fra i programmi politici di certi uomini e partiti e la loro presenza alle cerimonie religiose. Ma l’attacco di Gramellini riguarda altro. Postula una separazione radicale, una vera muraglia cinese fra religione e politica, fra «autorità civile» – come scrive – e manifestazioni pubbliche della religiosità. Questo della separazione assoluta fra religione e politica è precisamente il modello laicista francese dei rapporti fra Chiesa e Stato. Un errore, come ricorda spesso Papa Benedetto XVI, basato sul falso presupposto che sia possibile separare radicalmente fede e ragione. Si tratta dell’errore uguale e contrario al fondamentalismo, che confonde fede e ragione, dunque religione e politica, senza distinguerle. Il modello italiano – a cominciare dal riferimento al Concordato nella Costituzione – non ha scelto né la separazione radicale alla francese – come avrebbero voluto la cultura azionista, di cui il giornale su cui scrive Gramellini è in buona parte l’erede, e anche cattolici liberali e progressisti collaboratori dello stesso giornale come Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) -, né la confusione fondamentalista.

Il nostro modello è una distinzione – contro ogni confusione – fra religione e politica che non implica però separazione, ma collaborazione, al servizio del bene della persona che è obiettivo comune della Chiesa e dello Stato. Di questa collaborazione è segno la presenza dei sindaci alle cerimonie religiose. Chi li prende a pernacchie sogna un’Italia à la française o alla Zapatero che però nella Costituzione, di cui si è sempre pronti a riempirsi la bocca, non c’è. Questa Italia resta – per ora e per fortuna, ma l’incidente dimostra che occorre vigilare – il sogno di una minoranza illuminista che ha vinto quando è riuscita a fare l’Italia in un certo modo laicista, ma ha perso – o, per dirla nel suo linguaggio, è stata presa a pernacchie – quando ha tentato di rifare nello stesso modo gli italiani. Come si vede, non ha ancora digerito quella sconfitta.