di Giorgio Bernardelli
Tratto da La Bussola Quotidiana

Presi tra due fuochi nelle violenze che insanguinano Homs, i cristiani siriani stanno scappando dalla città.

A raccontarlo è l’Oeuvre d’Orient, storica associazione francese che da oltre 150 anni mantiene vivo il legame di solidarietà tra i cattolici transalpini e i cristiani del Medio Oriente. Secondo le fonti locali la recrudescenza di quella che è ormai una vera e propria guerra civile avrebbe portato anche l’ultimo 30 per cento di cristiani che ancora erano rimasti in città ad abbandonare il quartiere di Boustane al Diwane. Una scelta praticamente obbligata dopo che ormai da giorni le loro case (ma anche quelle di molti vicini musulmani) venivano assaltate, saccheggiate e distrutte dalle milizie. La stessa parrocchia greco-melchita di Nostra Signora della Pace è stata presa di mira, come pure le scuole dei greco ortodossi. Di qui la scelta di partire e cercare rifugio nei villaggi sulle montagne oppure a Damasco.

A confermare il quadro tragico della situazione offerto da l’Oeuvre d’Orient sono anche altre fonti. Da Gerusalemme il patriarca Fouad Twal ha chiesto ai fedeli di tutte le parrocchie del Patriarcato (che oltre a Israele e alla Palestina comprende anche la Giordania e Cipro) di pregare per la pace in Siria. E nella breve lettera con questo invito si fa riferimento ai «molti cristiani che in queste ore stanno lasciando le loro case». L’eco di questo dramma si intravede probabilmente anche nelle parole del portavoce vaticano padre Federico Lombardi che ieri ha dichiarato a un’agenzia di stampa italiana «che c’è preoccupazione e partecipazione per le vittime civili e per una situazione caratterizzata da una violenza crescente e dalla difficoltà di trovare soluzioni».

Ma da chi e da che cosa stanno scappando i cristiani a Homs? Rispondere a questa domanda significa riconoscere che in queste ore a martoriare la città non ci sono solo i bombardamenti dell’esercito di Assad. E a denunciarlo senza mezzi termini è stata già qualche giorno fa madre Agnès-Mariam de la Croix, una delle voci più significative oggi della comunità cristiana siriana. Libanese di origine palestinese, entrata in convento dopo la stagione dei figli dei fiori, igumena del monastero ecumenico di San Giacomo il Mutilato a Qâra, madre Agnès-Mariam è una delle voci che in questi mesi ha denunciato con più forza le violenze degli islamisti che operano tra le forze dell’opposizione. Ma nello stesso tempo è stata anche autrice di una lettera aperta a Bashar al-Assad – pubblicata a novembre sul quotidiano libanese L’Orient le Jour – in cui ha denunciato le violazioni dei diritti dei prigionieri detenuti senza processo. E poi ha aperto le porte del monastero alle famiglie senza tetto e bambini abbandonati, vittime degli scontri. «Prendiamo posizione a favore dei poveri e dei maltrattati – spiega -. Soprattutto dei civili innocenti, sia che siano perseguitatui dal regime, sia che lo siano da parte delle bande armate dell’insurrezione».

È con queste credenziali, dunque, che madre Agnès-Mariam denuncia: «La realtà non è in bianco e nero come ce la raccontano. È complessa». Racconta di come il 20 gennaio scorso i comitati di coordinamento della rivoluzione «abbiano dichiarato il Jihad». E da allora le cose per i cristiani siano cambiate. «Fino a ieri – scrive – i cristiani non erano stati oggetto di una persecuzione “diretta”. I cristiani erano vittime delle violenze che colpivano tutta la popolazione. Ma oggi sembra che il dato stia cambiando. Come se la tendenza che covava stia diventando una consegna».

Cita una serie di fatti che descrive come «aggressioni dal carattere ormai francamente anticristiano»: l’uccisione il 25 gennaio di padre Basilios Nassar, il sacerdote greco ortodosso del villaggio di Kafarbohom colpito mentre prestava soccorso a un ferito. Ma racconta anche della vedova di un taxista del villaggio di Kusayr, ucciso dagli insorti, che a un religioso ha confidato: «Ci aspettiamo ogni sorta di violenza. Tutta la nostra famiglia è minacciata dalle bande armate. Se dovesse capitarmi qualcosa di brutto, le affido mio figlio, si prenda cura di lui». E poi nomi di altri cristiani già uccisi. E notizie di sequestri di persona con richieste di riscatto da 20 mila a 40 mila dollari a persona.

Racconta di aver cercato di capire di persona come stavano davvero le cose: nascota da un burqa la suora dice di aver visitato i quartieri dell’opposizione a Homs e nel villaggio di Kusayr. «Ho visto con i miei occhi le bande armate cambiare pelle – ricorda – e, scambiata per musulmana, ho raccolto le confidenze dei sunniti insorti. Mi sono rattristata nel constatare che il loro spirito è rivolto all’islamismo militante. Costituiscono un contesto propizio alle bande armate che infieriscono crudelmente contro la popolazione civile di ogni confessione, se anche solo cerca di mantenere una normalità di vita affidandosi alle istituzioni vigenti».

Violenze, rapimenti, cristiani in fuga: lo stesso scenario dell’Iraq si va materializzando in Siria in maniera sempre più chiara. Fermare la repressione dell’esercito a Homs oggi è certamente un imperativo. Ma anche fermare una deriva settaria che cancellerebbe una comunità cristiana dalla storia bimillenaria è altrettanto importante.