di Marcello Veneziani

«Il futuro è nelle tue mani», dicono da opposte sponde i soggettivisti e i fatalisti. Basta volerlo, dicono i titanici, lo hai in pugno. Basta leggerlo, dicono le chiromanti, è già scritto. La mano come sede della sovranità o come mappa della sorte. Entrambi, peccando per eccesso d’immaginazione, forse colgono mezza verità. Meglio allora tornare alla realtà per cogliere la sua pienezza. Guardate a lungo la vostra mano, in silenzio, magari prima di dormire o nell’inerzia assoluta di un pomeriggio estivo, quando la vita è sospesa. Guardatela con attenzione, la mano: la ricchezza allusiva dei segni che la solcano, come una romanzata storia racchiusa in un documento unico, eloquente e reticente al tempo stesso; fitta di intrecci, deviazioni e crocevia, in un manto di intarsi lavorato a mano; filigrane parallele come la pianta di un albero o la piantina di una città.

Un mondo è racchiuso nella tua mano. È un libro naturale e forse destinale, narra inferni e paradisi, la natura e il tempo che la leviga, l’origine e l’esperienza, i ricordi e i presagi, le carezze e le ferite. Nella mano forse è scritto il futuro, certo si legge il passato. Un’opera unica e universale, è l’autobiografia scritta a più mani, da te, dal mondo e da un Altro in un alfabeto vitale, indecifrabile ma espressivo, d’impronta personale. Se l’anima si rivela dallo sguardo, la vita si raccoglie nel cavo di una mano. Come nel gioco, metà è fortuna metà è perizia, così è la mano, topografia del gioco chiamato vita. Metà del nostro destino è nelle nostre mani: è vero, se siamo in grado di riconoscere pure l’altra metà, fino ad amarla.

Ho visto il fato nel tempio di Segesta, l’ho ritrovato a Selinunte e a Delfi. Ho visto il fato nella luce di un mattino, e poi sull’onda lunga della luna che si stendeva in mare. Ho visto il fato negli occhi di un morente e nello sguardo di un artista che traduceva in musica le tempeste della vita. Ma era il ritratto di un autore remoto. Non vedo nei vostri occhi nessuna traccia di destino. C’è motilità, c’è quantità di vite accumulate, c’è liberazione, piacere e angoscia, ma non c’è fato.

La sorte accade ma la vita scorre ignara, non combaciano gli sguardi con gli eventi. Anche la preghiera è un accartocciarsi nelle proprie umanissime perorazioni, anche la guerra è un cancellare il nemico sul display, senza offrirsi all’incontro epico col destino. E così lo scrivere e il poetare, canti di vanità e di solitudine, egocentrismi stesi al sole, talenti da rendere subito all’incasso. Non c’è destino negli occhi della vita, solo frenesia, attesa o rassegnazione. Vi definite contemporanei, ma si traduce estemporanei. Tutta la vostra vita si esaurisce nel vostro tempo e in quel piccolo cono di luce, nell’illusione che sia unico e assoluto. Non lascia traccia. È un dolore immenso non scorgere neanche un filo tenue che accenni al fato, un’impronta che non si disperde; è una perdita infinita, assoluta, irreparabile. Resta la speranza che da qualche parte si nasconda un destino, e vegli all’insaputa. Confidare negli agguati del destino.

C’è una condizione più disperante dell’avere un crudele destino: è non avere un destino. L’evento più inconsolabile che possa abbattersi su un uomo o una comunità è non avere un destino ma solo un’esistenza occasionale, avventata, galleggiare tra la vita e la morte, indifferentemente. Può esistere può non esistere, non fa differenza.

Senza il destino vincono le cose, e sulle cose vince il loro situarsi, e sul loro situarsi vince la loro rappresentazione, e sulla loro rappresentazione vince il loro apparire, e sul loro apparire vince la parvenza, in definitiva il niente. Non si dà apparire senza il suo contrario, scomparire. Il viaggio dal destino alla sua negazione è il viaggio dal chiarore all’oscurità attraverso la discesa nell’opaca gravità, dove le cose acquistano peso e perdono sostanza.

Dio è morto, andiamo a festeggiare. In Inghilterra si aprì una raccolta di fondi per una campagna pubblicitaria su bus e treni del metro londinese con questo slogan: «Probabilmente Dio non esiste. Perciò smettete di preoccuparvi e godetevi la vita». Il punto debole del messaggio, imitato poi a Genova, è proprio nel punto di maggiore correttezza british, in quel «probabilmente» che è apprezzabile dal punto di vista etico e logico, ma rovinoso sul piano esistenziale. Come spiegò Pascal, che di Dio e di calcoli se ne intendeva, se non sei sicuro dell’esistenza o l’inesistenza di Dio, meglio scommettere sulla prima perché hai due possibilità: se va male finisci nel tunnel della seconda, se va bene sei nella gloria di Dio.

Ma il problema, obiettano gli atei gaudiosi, è che intanto ci rimetti il godimento della vita: visto che del diman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia. Non hanno pensato a quanti in attesa del metrò vivono una sofferenza, un male incurabile, loro o di un loro caro, una vita sfortunata, depressione e solitudine, pensano all’impossibilità di godersi la vita, e vedono sfilare davanti a loro quel vagone con quella scritta: per loro non resta che buttarsi sotto il treno. Se Dio non c’è, la vita bella nemmeno, perché aspettare sulla pensilina?

Lo slogan grottesco degli ateobus genovesi annunciava una brutta notizia, Dio non esiste, accompagnata da una buona, non abbiamo bisogno di Dio. Un trionfalismo presuntuoso, smentito dalla realtà della condizione umana. Di quella campagna pubblicitaria di ateismo globale tuttavia c’è da gioire perché finalmente di Dio si parla e non solo per vendere caffè o acqua minerale nella pubblicità. E non importa che si usi un mezzo pubblico, cioè di tutti, e si comprino spazi pubblicitari per esprimere e veicolare opinioni e ideologie e ferire la sensibilità altrui. E non importa che la religione sia ridotta alla sfera privata mentre l’ateismo diventi pubblico e sfacciato. E non importa che invochi libertà di opinione su Dio chi non tollera opinioni politicamente scorrette e giudizi difformi su minoranze protette, idee e revisioni storiche, magari arrivando a considerarle perseguibili a norma di legge. E non importa che qualcuno ponga sullo stesso piano religioni e sette, dottrine e riti millenari e opinioni individuali, senso del divino e senso del comico, teologia e pubblicità, fede e tifoseria, ritenendo equivalenti culti, tradizioni, convinzioni radicate nell’uomo, nei popoli e nella storia con opinioni che si limitano a negare la fede altrui.

No, non importa, anzi è quasi una prova dell’esistenza di Dio e della convinzione di Chesterton e di Benedetto XVI che la religione del futuro sorgerà su una sottile forma di umorismo. Sarebbe bello che sui bus si parlasse di Dio e non Dio piuttosto che solo di calcio, veline e disguidi. L’ateismo gaio è forse lo scherzo di un angelo spiritoso che gioca divinamente con il mondo, su mandato del Signore, per coglionare l’umana presunzione. Un dio sorride dall’alto, giovane di vita eterna

© Copyright La Gazzetta del Mezzogiorno 11 marzo 2010