Angoscia e incertezza per la sorte di Sakineh Mohammadi Ashtiani. Il procedimento giudiziario contro la donna iraniana che rischia la lapidazione «non è stato ancora completato», ha fatto sapere il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehmanparast, ricordando però che già è stato provato che la donna ha partecipato all’omicidio del marito, reato punibile con l’impiccagione. La tv di Stato iraniana ha riferito comunque che il verdetto definitivo per Sakineh è stato «rinviato di due settimane».

«La procedura giudiziaria non è ancora completata e il verdetto finale sarà annunciato dopo la fine di questa procedura», ha spiegato Mehmanparast nell’incontro settimanale con la stampa. Una frase che contraddice quanto affermato nella notte dal procuratore generale e portavoce del potere giudiziario, Gholam Husein Mohseni Ejei, secondo cui la donna è già stata condannata a morte per l’omicidio del marito. «In base alla decisione del tribunale, è stata condannata per omicidio e la pena per questo delitto ha preminenza sul reato di adulterio», ha sostenuto il religioso. Se così fosse, Sakineh sarebbe punita con la forca e non con la lapidazione perché la giurisprudenza iraniana prevede l’impiccagione per gli omicidi.

Secondo il portavoce del ministero degli Esteri, però, «le due accuse (quella relativa all’omicidio e quella di adulterio, ndr) devono ancora essere esaminate». Le dichiarazioni contrastanti confermano le divisioni in seno al regime iraniano su un caso che ha attirato l’attenzione dei media e delle opinioni pubbliche internazionali. Sakineh, 43 anni, era stata arrestata inizialmente per adulterio e condannata alla lapidazione nel maggio 2006. Una sentenza oggetto di dure critiche e proteste internazionali contro Teheran, che hanno obbligato il regime a sospendere il processo e a dichiarare che sarebbe stato sottoposto a revisione.

La Farnesina ha assicurato che l’Italia continuerà a impegnarsi perchè la condanna a morte di Sakineh Mohamadi Ashtiani sia rivista.

da Avvenire