di Lucia Capuzzi
Tratto da Avvenire del 20 ottobre 2010

Un colloquio a porte chiuse, anzi blinda­te. Senza scomodi testimoni. E senza nemmeno l’avvocato difensore.

Sareb­be dovuto cominciare così, ieri, – secondo quan­to riferito da Mina Ahadi, portavoce del Comi­tato contro la lapidazione – il processo a Sajjad Qaderzadeh e Javid Hutan Kian, rispettivamen­te figlio e legale di Sakineh Mohammadi Ashtia­ni, la donna condannata a morte dalle autorità di Teheran per adulterio e complicità nell’omi­cidio del marito. Poi, all’ultimo momento, le au­torità hanno fatto dietro front. E hanno rinvia­to l’udienza alla setti­mana prossima. Il de­stino di Sajjad e Javid è avvolto dal silenzio. Teheran non confer­ma l’arresto né la de­tenzione. Le uniche fonti disponibili sono quelle dei dissidenti, spesso all’estero come Ahadi. Sono stati que­sti a denunciare il blitz della polizia del 10 ot­tobre, in cui il Kian e Sajjad sono stati portati via, insieme a due re­porter tedeschi che li stavano intervistando. Da allora, ha detto il sito oppositore “Herana”, il fi­glio e l’avvocato sarebbero rinchiusi in un car­cere segreto di Tabriz, a Nord di Teheran, e sot­toposti a duri interrogatori. Soprattutto Sajjad, le cui condizioni di salute ne avrebbero risenti­to.

Nessuno riesce a contattarli. Ai due non è nem­meno consentito avere un legale. «Avevamo scelto per Sajjad e Javid un importante avvoca­to di Teheran, ma all’ultimo momento ha ri­nunciato all’incarico a causa delle intimidazio­ni ricevute – ha dichiarato il Comitato contro la lapidazione –. Rischiava di finire in carcere». Non si tratta solo di minacce. Gli stessi Sajjad e Kian avevano espresso più di una volta alla comunità internazionale il timore di essere arrestati. La re­pressione si fa ogni giorno più dura. Ieri, una commissione governativa ha deciso di censura­re il sito dell’ex presidente e ora esponente rifor­mista Khatami. Sembra aprirsi qualche spira­glio, invece, per i due reporter tedeschi. Le au­torità consolari di Berlino sono state autorizza­te – come ha spiegato il portavoce del ministe­ro degli Esteri Ramin Mehmanparast – ad in­contrarli. I due – per il regime – avrebbero com­messo il reato di svolgere attività giornalistica senza autorizzazione, in quanto entrati con vi­sto turistico. Una delegazione di deputati tede­schi, in visita a Teheran, ha chiesto al presiden­te del Parlamento iraniano Ali Larijani di inter­venire per il rilascio dei reporter. Che, secondo Der Spiegel, lavorerebbero per il gruppo Sprin­ger, anche se l’editore nega.