“Sono io che do la morte e faccio vivere” (Dt 32,39)

di Mimma Piliego (Medico)

Gli importanti progressi della scienza medica, la possibilità di prolungare la vita di una persona, anche solo con l’ausilio di macchinari, ha fatto crescere rapidamente il dibattito nella popolazione  italiana, facendo nascere l’esigenza di allineare l’Italia ad altri paesi, per la costituzione ed approvazione di una legge che regolamenti il “ Testamento Biologico”.

Ma cosa è il Testamento Biologico? Cosa tratta?.

Ho formulato questa domanda ad un campione eterogeneo, per età, sesso e grado di istruzione; campione composto da cento persone, residenti nella mia città: Brindisi. L’80% ha dichiarato di non aver mai sentito parlare di testamento biologico, il 10% ha le idee poco chiare e solo  il restante 10% ha dichiarato di sapere di cosa si stesse parlando. Tra quest’ultimi, però, il 3% lo confonde con l’eutanasia.

La conoscenza dell’argomento aumenta con il livello di istruzione, ma risultando sconosciuto nei giovani dai 14 ai 20 anni, senza alcuna differenza tra i due  sessi.

Il Testamento Biologico è denominato anche: “ testamento di fine vita”, o “dichiarazione anticipata al trattamento”, o “living will”( espressione utilizzata nei paesi anglosassoni ): il testatore affida al “ MEDICO DI FIDUCIA”  indicazioni anticipate di trattamento, nel caso infausto, in cui   possa perdere la capacità di autodeterminazione, per  una malattia acuta o degenerativa assolutamente invalidante.

Una importante puntualizzazione. Il medico di fiducia non deve avere,  esclusivamente, un  rapporto di amicizia con il paziente,  ma un rapporto professionale continuativo: conoscere la storia sanitaria  del paziente in maniera approfondita.  Il Medico di Medicina Generale, in Italia, é  meglio conosciuto come Medico di Famiglia; componente importante del nucleo familiare del malato. Perciò dispone nell’archivio del P.C. di studio di tutta la storia sanitaria del paziente: abitudini alimentari, stile di vita, malattie croniche,  farmaci assunti, esami di laboratorio e strumentali ed eventuali interventi chirurgici effettuati. Quindi, solo e soltanto, il medico Generalista, presso il suo ambulatorio, potrebbe custodire il testamento di fine vita. I numerosi compiti spettanti al Medico di Medicina Generale, in Italia, non sono noti a tutti. Ne cito solo alcuni: visite ambulatoriali giornaliere, visite domiciliari, visite domiciliari programmate,consulenze telefoniche, conoscenza dei programmi computerizzati specifici per la medicina generale, corsi di aggiornamento obbligatori,progetti sanitari organizzati dalla Regione e dall’AUSL, somministrazione annuale delle vaccinazioni antinfluenzali, continui aggiornamenti legislativi sull’appropriatezza prescrittiva. Quindi, a tutto questo carico lavorativo, si aggiungerebbe, un’altro compito molto importante e carico di responsabilità, responsabilità deontologiche, che  inducono così, i medici,  ad interrogarsi sulla compatibilità del testamento biologico con i suddetti  doveri deontologici.

Voglio precisare,  che  attenendosi scrupolosamente al codice deontologico, il medico è già proiettato ad operare sempre e comunque per la tutela della salute del paziente. Infatti nel codice deontologico medico esistono già  articoli  tutelanti il rapporto fra medici e pazienti: l’attivazione  del consenso informato e  nel non  esercizio dell’accanimento terapeutico. E’ bene rammentare che in Italia qualunque trattamento sanitario necessiti del preventivo consenso informato del paziente, in assenza del quale, l’attività stessa costituisce reato. Tutto ciò è regolato dagli articoli  31,33, 35 del codice deontologico medico. Quindi il consenso informato tutela il paziente, perché  attiva la promozione dell’autonomia dell’individuo, nell’ambito delle decisioni mediche. Il malato può decidere, così, se voglia essere curato per una malattia, avendo il diritto/dovere di conoscere tutte le informazioni riguardanti la propria salute e chiedendo al medico tutto ciò che non  gli è chiaro. Il paziente ha  la possibilità di scegliere, in modo informato, se sottoporsi ad  una determinata terapia o, se  effettuare un determinato esame diagnostico-strumentale.

S’incoraggia, così, la cultura del dialogo e dell’ascolto fra medico e paziente indirizzando il rapporto fiduciario verso una meta arricchita di lealtà,  fiducia e trasparenza. Il medico deve intervenire, in scienza e coscienza, nei confronti del paziente incapace, nel rispetto della dignità della persona e della qualità della vita, evitando ogni accanimento terapeutico. Passiamo , ora a parlare dell’accanimento terapeutico: Illuminante è l’articolo 16 del codice deontologico che così recita:” il medico tenendo anche conto della volontà del paziente, laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa attendere un beneficio per la salute del  malato e/o un miglioramento della qualità di vita.”

L’art.17 continua: “Il medico,anche su richiesta del malato, non deve effettuare ne favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte.”

Appare chiaro, quindi, che già   la conoscenza e l’attuazione degli articoli del codice deontologico medico  tutelino la dignità della vita,  rendendo così inutile il testamento biologico stesso.

Il primo medico, Ippocrate, affermava: non darò a nessuno a richiesta un farmaco mortale, similmente non darò ad una donna un pessario abortivo.

I bioeticisti discutono se, nell’autodeterminazione del malato si possa far rientrare la pratica eutanasica, come forma di suicidio assistito, prescritto dal testamento biologico.

Ma sappiamo benissimo che  la vera posta in gioco nel dibattito sul testamento biologico è quella della legalizzazione dell’EUTANASIA.

La legislazione olandese, ha già depenalizzato la pratica dell’eutanasia, qualificandola come forma di rispetto verso la volontà del malato, anche in assenza del testamento biologico, senza  quindi precise indicazioni,  si pratica l’eutanasia, spacciandola per una doverosa forma di rispetto!

Ma se i fautori dell’eutanasia  rendessero davvero omaggio alla volontà sovrana delle persone, dovrebbero escludere dalla “ uccisione pietosa” : tutti coloro che non abbiano lasciato alcuna indicazione al riguardo, o che abbiano lasciato indicazioni ambigue o inattendibili, o che le abbiano rilasciate, incredibile dictu, in condizioni fisiche e psichiche tali da far ritenere plausibile una loro incapacità di intendere e di volere.

Siamo all’eclissi  del valore della vita.

Oggi grazie ai progressi scientifici non si sente più alcuna esigenza di dare una morte pietosa ai malati terminali: l’Eutanasia è sorpassata. La Medicina Palliativa, trionfo della medicina,   svuota dal di dentro la valenza di ogni richiesta eutanasica .

Il dolore  delle malattie terminali può essere combattuto, fronteggiato, ridotto in termini assolutamente accettabili.

Voglio puntualizzare che tale  medicina  non esiste per garantire la guarigione da malattie spesso incurabili, ma garantisce  una qualità di vita, decisamente accettabile per il malato. Questa mia puntualizzazione nasce dall’esperienza professionale diretta sia in qualità di  medico di medicina generale che  come medico che presta  servizio gratuito in una associazione per i malati terminali: GnA gruppo assistenza malati neoplastici.

I progressi della palliazione sono, purtroppo sconosciuti. Pochi investimenti vengono posti in essere per comunicare ai malati questo messaggio  di fiducia e di speranza.

E’  paradossale l’atteggiamento generalizzato di disinteresse per questo ramo della medicina in un’epoca così sensibile, quale è la  nostra, al dolore fisico  generato dalle malattie.

Perché, i  movimenti pro-eutanasici che si fregiano di liberare i pazienti terminali da sofferenze intollerabili, non si battono  per la diffusione della medicina palliativa ?

Bisogna affermare con forza che è sempre un bene che il malato viva, ed è sempre un dovere per il medico aiutarlo a sopravvivere.

La  missione del medico è “Servire la vita”

Praticare l’eutanasia significa rendere superflua la ricerca e la pratica della palliazione.  Giustamente esistono medici e ricercatori che a fronte dei dolori delle malattie terminali non scelgono la via breve e facile della soppressione pietosa del malato, ma la via lunga della cura.

Ma è doveroso trarre  altre considerazione: i costi del S.S.N. sono cresciuti divenendo sempre più onerosi, un collasso determinato da una politica sanitaria irresponsabile e clientelare. D’altra parte  lo stesso sistema famiglia, ridotto ai minimi termini in occidente, con nuclei familiari composti da tre o quattro persone, si è  dimostrato incapace ed impreparato ad accettare, al prezzo di un  forte investimento umano, la medicina palliativa.

Il dibattito su questi  temi è appena agli inizi, ma molti preferiscono rimuoverlo, tanto è inquietante! Bisogna invece attivarlo con forza analizzandolo sinceramente e senza ipocrisia.

Dietro le pressioni pro-eutanasiche si colloca, solo apparentemente, il “pietoso” desiderio di veder cessare le sofferenze dei tanti malati terminali, ma si staglia anche lo scenario di mondo impietoso per il quale solo la vita sana è autentica vita umana, pienamente degna di rispetto e protezione;  per il quale la malattia è da combattere  solo quando sia curabile o, sia comunque,  socialmente tollerabile.

Questa visione del mondo, impone che, quando la malattia non sia curabile, vada abolita , semplicemente sopprimendo la vita stessa del malato: ritorniamo in un mondo primitivo dove la comunità sopprimeva o abbandonava al proprio destino le persone che  risultassero un peso per essa. Un’ età  priva di compassione, come l’antica  Sparta, come le popolazioni amerinde e  le popolazioni cannibali di Sumatra:  dove si preferiva  uccidere o abbandonare perché  si vivevano condizioni di vita durissime ed i malati o i portatori di handicap non apparivano in grado di resistere alla lotta per la sopravvivenza.

Oggi più che mai, dovremmo vedere negli occhi di chi soffre, il miglior motivo per essergli accanto dicendo NO all’eutanasia.

Dr.ssa Mimma PILIEGO

Medico Medicina Generale

Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

Facoltà di Bioetica

Roma

Nella nostra società il vero nemico  non sono le condizioni di vita durissime , le privazione, che non sono certamente quelle del mondo primitivo, ma purtroppo ci piace vivere nell’ egoismo  sociale che ci allontana e deresponsabilizza da chi ha bisogno di cura ed aiuto.

Dr.ssa Mimma Piliego