di Don Antonello Iapicca
Marco 8,1-10.
In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione di questa folla, perché gia da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Erano circa quattromila. E li congedò. Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.


IL COMMENTO

La compassione di Gesù ci sfama. Seguire Gesù senza l’esperienza di essere realmente sfamati significa sicuramente venir meno per via. Essere con Lui, seguirlo sin nel deserto, attirati dalle Sue Parole, dai Suoi miracoli può non essere sufficiente. Anzi. Come giungere in ritardo anche di un solo minuto alla consegna di un premio. Risuonano le parole di Gesù a coloro che protestano l’essere stati con Lui, l’aver predicato nel Suo nome: “Non vi conosco!”. La prossimità non è sufficiente. Non sazia. Decisivo è l’incontro personale con la Sua compassione. La Sua passione con la nostra. Il Suo dolore con il nostro. La Sua vita con la nostra. Lui in noi. Gesù conosce il nostro cuore, i suoi vuoti, i suoi smarrimenti. La nostra fame d’amore. E ha compassione. Le sue viscere si commuovono dinnanzi a ciascuno di noi. Lui sa che veniamo da lontano, perduti e spauriti. Conosce i nostri peccati. E anche il deserto dove Lui stesso ci ha condotto. Non c’è pane nel deserto, non c’è vita. “E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi” (Benedetto XVI, Messa di inizio Pontificato Roma 24 Aprile 2005). Si, seguire il Signore significa innanzi tutto scendere con Lui sino al vero che ci riguarda più profondamente. Scendere sino a dove siamo esattamente quel che siamo, per essere amati e sfamati così come siamo. Impotenti, incapaci, poveri, mendicanti. Ci ha cercati, ci ha trovati al fondo delle nostre tombe. Tre giorni. Il Suo tempo disteso nella tomba, la Sua, le nostre. Conoscere il Signore è dunque innanzi tutto conoscere il buio che ci copre, la morte che ci paralizza. E scoprire che sino a quel fondo è giunta la Sua compassione. E lasciarci sfamare. Alzare le mani, arrenderci dinnanzi all’evidenza dei fallimenti d’ogni pretesa autonomia, obbedire alla Sua voce e sederci. Smettere di agitarci, di stringere i pugni. Obbedire al più comodo degli ordini: sederci. Abbandonarci. Riposare. Lasciare che il Suo pane, il Suo stesso corpo, il Suo amore fatto carne, la Sua misericordia fatta alimento, che Lui stesso ci sazi. E che riempia la nostra vita, che ne faccia sovrabbondare la Sua Vita. Per questo ci ha cercati, incontrati e attirati a sé. Per saziarci. Una vita piena, bella, gioiosa. In ogni evento, ogni giorno. Saziati del Suo amore e inviati, come queste sporte avanzate, ad ogni uomo, a tutte le Nazioni. A chiunque ancora non conosce il Suo amore, l’unico capace di saziare i desideri di tutti. Perchè tutti ricevano la Vita, e Vita in abbondanza.

Commento al Vangelo di :


San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul vangelo secondo Matteo, n° 82 ; PG 87, 737

Il nostro Pastore dà se stesso in cibo

« Chi può narrare i prodigi del Signore, far risuonare tutta la sua lode ? » (Sal 106,2). Quale pastore ha mai nutrito le sue pecore col proprio corpo ? Anzi ! Sovente le stesse madri mettono a bàlia i figli appena nati. Gesù invece non può accettare questo per le sue pecore ; egli ci nutre con il proprio sangue, e così ci fa diventare con lui un solo corpo.

Considerate, fratelli, che Cristo è nato dalla nostra sostanza umana. Ma, direte, cosa importa ? Questo non riguarda tutti gli uomini. Scusa, fratello mio, questo è per tutti loro un grande vantaggio. Se egli si è fatto uomo, se è venuto a prendere la nostra natura, questo riguarda la salvezza di tutti gli uomini. E se egli è venuto per tutti, è anche venuto per ognuno di noi. Forse direte : Perché dunque tutti gli uomini non hanno ricevuto il frutto che avrebbero dovuto ottenere da questa venuta ? Non accusate Gesù, che ha scelto questo mezzo per la salvezza di tutti. La colpa è di coloro che respingono questo beneficio. Nell’eucaristia infatti, Gesù Cristo si unisce a ognuno dei suoi fedeli. Li fa rinascere, li nutre di se stesso, non li abbandona a qualcun altro e così, li convince, una volta ancora, che lui ha davvero preso la nostra carne.

Baldovino di Ford ( ?-circa 1190), abate cistercense
Il Sacramento dell’altare, II, 1 ; SC 93, 131

« Presi quei sette pani, rese grazie, li spezzò »

Gesù spezzò il pane. Se non avesse spezzato il pane, come le briciole sarebbero potute giungere fino a noi? Egli l’ha spezzato e l’ha distribuito, «l’ha disperso e dato ai poveri» (Sal 111,9 Volg). L’ha spezzato per grazia per spezzare la collera del Padre e la propria collera. Dio l’aveva detto: ci avrebbe spezzati, se il suo Unico, «suo eletto, non fosse stato sulla breccia di fronte a lui, per stornare la sua collera dallo sterminio» (Sal 105,23). È stato davanti a Dio e l’ha placato; grazie alla sua forza indefettibile, è rimasto in piedi, senza essere spezzato.

Invece lui, volontariamente, ha spezzato, ha offerto la sua carne, spezzata dalla sofferenza. Lì, ha «spezzato la saette dell’arco» (Sal 75,4), «ha spezzato la testa al Leviatàn», cioè a tutti i nostri nemici, nella sua collera. In questo modo ha spezzato, in un certo modo, le tavole della prima alleanza, affinché non fossimo più sotto la Legge. Così ha spezzato tutto ciò che ci spezzava, per riparare in noi quanto era stato spezzato e per «rimandare liberi gli oppressi» (Is 58,6). Infatti eravamo «prigionieri della miseria e dei ceppi» (Sal 106,10).

Buon Gesù, oggi ancora, sebbene tu abbia spezzato la tua collera, spezzato il pane per noi, poveri mendicanti, noi abbiamo ancora fame… Spezza dunque ogni giorno questo pane per coloro che hanno fame. Infatti oggi e ogni giorno, raccogliamo alcune briciole, e ogni giorno abbiamo di nuovo bisogno del nostro pane quotidiano. «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano» (Lc 11,3). Se tu non lo darai, chi lo darà? Nella nostra indigenza e nel nostro bisogno, non c’è nessuno che possa rompere il pane per noi, nessuno che possa nutrirci, nessuno che possa ridarci forza, nessuno se non tu, o nostro Dio. In ogni consolazione che ci mandi, raccogliamo le briciole del pane che spezzi per noi e gustiamo «quanto è buona la tua misericordia» (Sal 108,21 volg).