di Don Antonello Iapicca

Lc 18, 9-14

In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

IL COMMENTO

Pregare non basta. Anzi. Salire al Tempio a pregare ed uscirne assolutamente identici è una possibilità tutt’altro che remota. Presumere di se stessi qualsiasi cosa è infatti un veleno che infetta anche i momenti più sacri. L’orgoglio, la superbia, la considerazione di sé stessi migliori degli altri è un sentimento che ci definisce appropriatamente. Non a caso il disprezzo degli altri, che è l’inseparabile compagno della presunzione (dal latino praesuntionem, participio passato di praesumere, prendere anticipatamente, immaginarsi prima, prae-innanzi e sumere-attribuirsi) è un criterio infallibile nel discernimento degli spiriti. Dal presumere di se stessi al presumere di pregare, il passo è breve. Il fariseo “pregava così tra sé”. La traduzione non ci aiuta a penetrare il significato originale delle parole di Luca; potrebbe sembrare che il fariseo stia pregando nel suo intimo. Il testo greco invece utilizza un’espressione diversa, che si potrebbe tradurre più esattamente così: “il fariseo stando in piedi pregava rivolto verso se stesso”. Il centro del dialogo è lui stesso. La sua vita è fondata su se stesso. Lui è Dio. Per questo la giustificazione gli perviene dalle sue stesse opere; presumere è lasciarsi bruciare da un cortocircuito mortale, la vita strozzata nella superbia. Il Tempio è solo un luogo puramente convenzionale, la passerella dell’ipocrisia. E la vita, e il cuore, non cambiano d’una virgola. Si torna a casa senza giustificazione. E sì che se ne aveva bisogno, eccome. Le opere infatti, seppur compiute, non giustificano, non ci strappano all’ingiustizia che macchia ogni nostro istante. Ne facciamo la triste esperienza durante lo svolgersi dei nostri giorni. Anche l’amore più puro, una mamma verso il suo bambino, è macchiato d’egoismo. Dio. Lui solo giustifica. Lui solo perdona. Un cuore affranto e umiliato, spezzettato negli infiniti grumi di verità che sono la nostra vita, i peccati, gli errori, le debolezze.
Nulla di sano in noi senza di Lui. E due occhi bassi, una mano a percuotersi lì dove alberga l’inganno, il cuore dal quale sgorga ogni malvagità. Dio e il cuore dell’uomo. Dio e il grido d’angoscia d’uno schiavo. La pietà e un peccatore. E la giustificazione. L’umiltà ed il perdono. Pregare non  basta, anzi. La domanda di Grazia d’un condannato a morte. Se non è questo, la nostra preghiera resterà vuota, non varcherà la soglia delle nostre labbra. Sperare nell’inferno, come diceva Silvano del Monte Athos, e bussare senza stancarsi, con l’audacia d’un moribondo cui resta solo UNA speranza. Il Suo amore. Il Suo perdono. E la speranza non delude. Mai.

Meditazione del giorno:

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Moralia, 76

Una breccia aperta

Con quale attitudine il fariseo, che saliva al Tempio per farvi la sua preghiera, e aveva fortificato la cittadella della sua anima, si disponeva a digiunare due volte la settimana e pagare le decime di quanto possedeva. Dicendo « O Dio, ti ringrazio » , è ben chiaro che aveva messo in atto tutte le precauzioni immaginabili per premunirsi. Ma lascia una breccia aperta ed esposta al suo nemico aggiungendo : « Che non sono come questo pubblicano ». Così, con la vanità, ha concesso al suo nemico di poter entrare nella città del suo cuore, che purtuttavia egli aveva chiuso con i chiavistelli dei suoi digiuni e delle sue elemosine.

Tutte le altre precauzioni sono dunque inutili, quando rimane in noi qualche apertura attraverso la quale il nemico possa entrare… Questo fariseo aveva vinto la gola con l’astinenza ; aveva superato l’avarizia con la generosità… Ma quanti sforzi in vista di questa vittoria sono stati annientati da un solo vizio ? dalla breccia di una sola colpa ?

Per questo, bisogna non soltanto pensare a praticare il bene, ma anche vegliare con cura sui nostri pensieri, per tenerli puri nelle nostre opere buone. Perché se sono fonte di vanità o di superbia nel nostro cuore, combattiamo allora soltanto per vana gloria, e non per la gloria del nostro Creatore.