Concludo la presentazione del Serafico, ricordo che ho utilizzato l’interessante opera apologetica di Guido Vignelli, S. Francesco antimoderno. Difesa del Serafico dalle falsificazioni progressiste. Edito da Fede & Cultura di Verona.

 San Francesco non fu ecologista.

E’ la deformazione più recente per Vignelli. In pratica esagerando l’amore per le creature di S. Francesco, viene presentato come un profeta del moderno ecologismo dedito alla ‘salvaguardia del creato’, ma anche come un vegetariano o animalista.

Alcuni addirittura  lo dipingono come una sorta di naturista, cioè uno che rinuncia ai beni materiali, alla civiltà, compresi i vestiti, fino ad arrivare a presentarlo come un contestatore hippy, in un promotore del tribalismo e magari anche del nudismo.

 Il misticismo di S. Francesco non si può per nulla accostare alla perversa idolatria della natura tipica di chi venera Gea (o Gaia) al posto di Dio. Al contrario egli considerava la terra come una dimora provvisoria, per poi raggiungere la vera Patria celeste. Scrive il beato Tommaso da Celano, fin dalla sua conversione, “la bellezza dei campi e l’amenità dei vigneti, e tutte le altre cose che comunemente saziano gli occhi degli uomini, avevano perduto ogni attrattiva per lui. Non senza stupore egli si rese conto dell’improvviso cambiamento avvenuto in se stesso e cominciò a ritenere sommamente stolto chi si perde dietro simili cose”.

 Per la verità un luogo dove probabilmente trionfa maggiormente la deformazione dell’opera di S. Francesco è la scuola. Io sono testimone per quanto riguarda quello che succede nella scuola Primaria (Elementare), basta dare un’occhiata ai vari sussidi adottati per l’insegnamento della Religione e si ha contezza delle più disparate teorie sul Serafico.

 Anche nel celebre Cantico delle creature, poema tanto frainteso quanto celebrato,  la bellezza delle creature sono viste in corrispondenza della bellezza suprema cioè di Dio. Scrive don Divo Barsotti: “(…)le creature sono poste al servizio dell’uomo;(…) se Dio è lodato con tutte le sue creature, è anche lodato per il dono di ogni creatura all’uomo(…). E’ il peccato dell’uomo che ha diviso e opposto Dio e la creazione”.

 In pratica S. Francesco considerava gli animali, i vegetali e i minerali non come idoli, “ma semplicemente come creature che, con la loro bellezza e col loro simbolismo naturale e soprannaturale, possono facilmente avviarci alla conoscenza e all’amore di Dio in Cristo”.

 Gli animalisti non possono rivendicare S. Francesco come loro patrono, quasi ch’egli fosse come gli indù che considerano gli animali sacri e intoccabili. Non considerò mai gli animali suoi pari, ma volle esercitare su di loro una vera e propria autorità. Non possiamo nemmeno arruolarlo tra i vegetariani, S. Francesco non ha mai condannato il consumo delle carni o la caccia o l’impiego degli animali per aiutare l’uomo.

 San Francesco non fu un libertario, non fu un ribelle, un agitatore libertario, un anarchico, un tribale, precursore di quell’irrazionale rifiuto della (v era) civiltà che si è recentemente espresso in fenomeni di patologia sociale sessantottina o post-sessantottina, come i ‘figli dei fiori’, gli hippy, i frak, i punk, gli ‘indiani metropolitani’ e i no-global. Certamente le fonti storiche rivelano che se i frati minori avevano rinunciato ai beni terreni, non avevano per niente rifiutato quelli spirituali, i valori morali e sociali, tantomeno le conquiste della Civiltà cristiana.

 La “libertà e la letizia francescane sono il risultato – scrive Vignelli – di chi ha messo ordine nella propria anima e nella propria vita, con una rigorosa ed aspra ascesi, con una lotta contro gl’istinti che ci seducono, disorientano e schiavizzano, con una disciplina interiore ed esteriore capace di dominare le idee, tendenze e passioni disordinate”.

San Francesco non fu rivoluzionario.

 Sicuramente San Francesco non fu un antesignano della “teologia della liberazione”, non fu il precursore del pacifismo, nel “terzo mondo”, o il paladino della violenta rivolta degli “oppressi” contro il capitalismo.  Non è un pauperista rivoluzionario, “come quei movimenti che contestano l’”ordine costituito” e combattono la proprietà privata e le conseguenti disuguaglianze sociali e gerarchiche politiche, sia ecclesiastiche che civili, nel tentativo d’imporre il collettivismo egualitario sognato dalle “comunità di base” latino-americane o afro-asiatiche”.

 Certamente S. Francesco non istigò mai alla ribellione ecclesiale, non volle mai contrapporre la propria confraternita alla gerarchia o al semplice clero, come se fosse una setta di puri ed eletti destinata ad animare una Ecclesia spiritualis destinata a sostituirsi alla Ecclesia carnalis”. Egli piuttosto volle inserirsi nella Chiesa istituzionale con un ruolo di servizio e di collaborazione e soprattutto di supplenza riformatrice: noi siamo mandati – diceva – in aiuto al clero, per la salvezza delle anime, in modo da supplire alle sue mancanze”.

 Vignelli scrive che egli era pienamente consapevole che “se una scelta ideale come la sua non doveva rimanere una utopia, aveva bisogno d’incarnarsi in una forma istituzionale che le permettesse di radicarsi e prendere consistenza”. Del resto questa  è la sorte di tutti i movimenti o della chiesa stessa che non possono vivere nelle “nuvole”, ma hanno bisogno di strutturarsi nelle società dove operano. E’ importante sottolineare questo aspetto, spesso è dimenticato anche dai cattolici, per questo ho dedicato tre puntate alla figura e all’opera di S. Francesco.

 Non può essere definito rivoluzionario chi inizia la sua missione obbedendo al celebre comando del Crocifisso: “Va’ e restaura la mia casa!”. Francesco non istigò mai i poveri alla rivolta. A differenza dei pauperisti eretici o eretizzanti come Valdo, egli non era ossessionato dal problema della povertà economica ma semmai da quello della povertà spirituale, tanto da ripetere spesso che bisogna preoccuparsi non della condizione terrena bensì del destino ultraterreno”.

 Francesco esortò sempre gli sfortunati a pazientare dignitosamente e ad ubbidire docilmente, inculcando non la superbia dei diritti ma l’umiltà dei doveri. Egli non predicò nessun tipo di lotta di classe, anzi cercò sempre di garantire la concordia e l’armoniosa collaborazione fra signori e sudditi. S. Francesco non ha mai messo in discussione l’autorità dei governanti, li esortava a giudicare i sudditi con onestà, prudenza e soprattutto con misericordia. Mentre sulla povertà, “lo spirito francescano non pretendeva d’imporre la povertà come regola sociale a chi non può o non vuole accettarla, ma esortava a dare l’esempio di un assoluto distacco dalle ricchezze per inspirare in tutti, ricchi e poveri, un soprannaturale disprezzo delle vanità terrene”. Inoltre c’era in Francesco uno stretto legame tra elemosina e proprietà, non si può donare se non esiste la proprietà.

 San Francesco non fu egualitario, non aveva un animo invidioso, ribelle, anarchico. Il suo legame con la classe nobiliare può meravigliare chi è vittima del pregiudizio progressista, secondo il quale a seguire Francesco sarebbero stati  poveracci, emarginati, ignoranti e magari deficienti. Vignelli affidandosi alle testimonianze di Tommaso da Celano e Giacomo da Vitry, fa un lungo elenco dei primi seguaci dell’Ordine dove spiccano rampolli di nobili e illustri famiglie italiane.

 Ricorda Pio XI: “non solo pontefici, cardinali e vescovi (hanno ricevuto) le insegne del Terz’ordine, ma anche re e principi, alcuni dei quali elevati alla gloria della santità, che dallo spirito francescano vennero nutriti di divina sapienza; ne derivò che le più elette virtù tornarono ad essere stimate e vissute nella società civile, insomma rinnovando la faccia della terra”.

 Infine San Francesco non rifiutò la cultura. E’ un ultimo pregiudizio, “il quale Francesco sarebbe stato un tipo bizzarro che avrebbe voluto raccogliere nella sua fraternitas solo uomini sempliciotti e ignoranti, se non proprio idioti e sciocchi…”. E’ una falsità grossolana, perché anche qui basta considerare come l’Ordine, fin dal suo inizio, accolse o formò alcune fra le migliori menti dell’epoca, naturalmente non c’è lo spazio per fare un elenco dettagliato. Molti erano docenti universitari, che per gli studenti dell’epoca, scrive Vignelli, “(…)doveva essere uno spettacolo edificante vedere quei loro docenti insegnare dalle cattedre delle prestigiose università di Oxford o della Sorbona, vestiti con un misero saio e a piedi nudi, per poi andare a svolgere umili lavori o a mendicare per la città…”

 L’Italia, la stessa Europa, deve molto a S. Francesco, dal suo Ordine e Terz’Ordine germogliarono la pace domestica e la tranquillità pubblica, l’integrità dei costumi e la mansuetudine, il retto uso e tutela della proprietà, fattori tutti di civiltà e di benessere.

di Domenico Bonvegna