di Sandro Magister
Tratto da Settimo cielo, il blog di Sandro Magister, il 12 settembre 2009

Come a Davos, anche a Cernobbio si tiene ogni anno, a fine estate, un “brain storm” tra leader politici, economici, imprenditoriali, con incursioni nel filosofico e nel religioso.

Quest’anno, per la prima volta, tra gli invitati c’è stato il cardinale Camillo Ruini. Il quale non ha parlato dell’uragano che aveva investito, pochi giorni prima, il “suo” quotidiano “Avvenire”, ma di tutt’altro argomento: gli impatti del calo demografico sulla società italiana.

Ruini ha parlato a porte chiuse, come è prassi a Cernobbio. Ecco qui di seguito il testo integrale del suo intervento:

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Una piccola premessa: pur non essendo ad alcun titolo un esperto di demografia, mi interesso di essa fin dal 1985, quando minutavo la Nota dei Vescovi dell’Emilia-Romagna Una Chiesa che guarda al futuro, nella quale si sottolineava l’andamento demografico gravemente negativo di quella regione. In seguito ho continuato ad interessarmene, si può dire ininterrottamente, come Segretario e poi Presidente della CEI, essendo convinto che si tratta di un problema centrale per l’Italia, come sottolineò il Presidente Ciampi l’8 marzo 2004, affermando che “Una società con poche madri e pochi figli è destinata a scomparire… Le culle vuote sono il vero, il primo problema della società italiana”, e come aveva detto con grande forza Giovanni Paolo II al Parlamento italiano il 14 novembre 2002.

Parlo soltanto dell’Italia, con qualche riferimento all’Europa, dato che l’andamento demografico degli altri continenti è nettamente divergente, con un incremento della popolazione forte anche se progressivamente meno accelerato.

I fattori dell’andamento demografico dell’Italia e di gran parte dell’Europa sono principalmente tre: la bassa natalità, con una media di 1, 3 figli per donna; l’innalzamento delle attese di vita, con l’incremento del numero degli anziani; l’immigrazione. Mi concentrerò sul primo di questi fattori. Il secondo, infatti, può certamente porre dei problemi, ma è comunque un obiettivo da perseguire e da mettere in conto per il futuro: in concreto richiede la valorizzazione sociale degli anziani. A sua volta l’immigrazione, per quanto costituisca un rilevante correttivo o rimedio alla denatalità e anche all’invecchiamento, non sembra in grado di risolvere da sola il problema dell’equilibrio demografico, sia per i limiti fisiologici delle capacità di accogliere immigrati da parte di un paese come l’Italia, sia per la tendenza degli immigrati stessi ad adeguarsi, anche quanto alla generazione dei figli, agli orientamenti prevalenti nei paesi di accoglienza.

Venendo dunque alla denatalità che caratterizza da più di trent’anni l’Italia e molti altri paesi europei (ed anche extraeuropei), sebbene essa nell’ultimo decennio in Italia si sia leggermente attenuata, passando da meno di 1, 2 a più di 1, 3 figli per donna (ma nei primi due mesi di quest’anno si è verificata una nuova diminuzione), rimane di proporzioni tali da implicare conseguenze molto pesanti. I fenomeni demografici sono infatti di lungo periodo e manifestano i loro effetti solo a distanza di tempo: basti accennare al fatto che le donne di origine italiana in età feconda sono oggi poco più della metà di quelle che erano tali trent’anni fa e che quindi, anche se il loro tasso di fertilità ritornasse quello di allora, in Italia la scarsità dei nuovi nati continuerebbe a lungo. Le conseguenze sulla società, sull’economia e in particolare sul welfare sono evidenti: meno giovani significa minor slancio vitale e progettualità, minore voglia e attitudine di intraprendere, tanto che non pochi economisti e storici della società individuano un rapporto direttamente proporzionale tra crescita demografica e crescita economica, come tra crisi demografica e decadenza economica (vedi anche l’Enciclica Caritas in veritate, n. 44). Evidenti sono anche le conseguenze per la previdenza, in particolare per il finanziamento del sistema pensionistico, se all’aumento del numero degli anziani corrisponde una contrazione del numero dei giovani, in termini non solo proporzionali ma anche assoluti.

Più interessante che elencare questi problemi ben noti è vedere come si può affrontarli. A mio parere i cambiamenti a ciò richiesti, senza dubbio profondi, si pongono a un duplice livello. Il primo è quello degli interventi pubblici, non solo settoriali e tanto meno occasionali: in grado pertanto di configurare una politica organica e di lungo periodo, la sola adeguata all’indole dei fenomeni demografici. Questa politica è necessaria per facilitare la natalità, almeno nel senso di non rendere questa scelta economicamente svantaggiosa e troppo gravosa per l’organizzazione della vita delle donne. Giustificarla è abbastanza facile: i figli, o le nuove generazioni, sono una necessità essenziale per il corpo sociale, come si è accennato, e in questo senso rappresentano un bene pubblico, e non soltanto un bene privato dei loro genitori.

Quali possono essere gli aspetti salienti di una tale politica? Certamente una ripartizione del carico fiscale che, con un meccanismo o l’altro, tenga adeguatamente conto del numero dei componenti della famiglia in rapporto al reddito complessivo della famiglia stessa. Inoltre una politica della casa che, in una forma o nell’altra (mutui, affitti…), renda accessibili per le giovani coppie, a costi non proibitivi, abitazioni tali da poter accogliere i figli. Una politica del lavoro che consenta ai giovani di ambo i sessi di accelerare il loro ingresso nel mondo produttivo e che, a fronte dell’incremento della mobilità, offra garanzie almeno per la continuità dei contributi previdenziali e delle rate dei mutui, riducendo così il senso di precarietà. Che potenzi inoltre di molto, per le donne che lavorano, le forme di accoglienza dei loro figli nelle prime fasce di età, attraverso l’incremento, e possibilmente la gratuità, dei nidi d’infanzia e delle scuole materne, collocate anche presso i luoghi di lavoro e i grandi condomini, ma anche mediante forme di solidarietà interfamiliare sostenute finanziariamente, almeno in parte, a livello pubblico. Accanto a ciò l’incremento della flessibilità del lavoro femminile, in modo da coniugare più facilmente la necessità di tale lavoro per la realizzazione delle donne e lo sviluppo della società con la vocazione essenziale della donna alla maternità.

Il costo complessivo di misure di questo genere è certamente grande, ma esse sarebbero anche l’investimento più necessario e importante per il futuro del paese. La gradualità può essere inevitabile, ma non dovrebbe far venir meno l’organicità e la costanza delle scelte, al di là del variare delle maggioranze e degli schieramenti politici: è in gioco infatti l’interesse primario della comunità nazionale. Si tratta comunque di costi non insostenibili, come mostra l’esempio di altri paesi europei, in primo luogo la Francia che attua da molti anni in grande stile una tale politica, ottenendo risultati assai notevoli, fino ad aver raggiunto la soglia di due figli per donna, e l’aumento della popolazione a causa dell’allungamento della durata della vita, indipendentemente dal saldo migratorio.

Per quali motivi in Italia questa politica non è stata ancora attuata? Si possono addurre almeno tre spiegazioni. La prima è, o meglio era, il timore che la sollecitudine per l’andamento demografico della nazione potesse significare il ricadere nella concezione fascista degli “otto milioni di baionette”. La seconda era la fiducia nella tradizionale solidità e prolificità delle famiglie italiane. La terza è la tendenza della nostra classe dirigente (politica, culturale, imprenditoriale, sindacale…) ad occuparsi dei problemi a breve e non a lungo termine, come per loro natura sono quelli demografici. Ora però non soltanto le prime due motivazioni hanno perso ogni attendibilità, ma si impone uno sforzo collettivo per mettere da parte, almeno in ambito demografico, ogni miopia. Da tempo infatti il ritardo accumulato per tentare di invertire il trend della denatalità diventa sempre più grande e insostenibile. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, sul piano sia delle iniziative concrete sia della consapevolezza, ma il passo decisivo per imboccare la strada giusta resta ancora da compiere.

Il secondo livello dei cambiamenti richiesti è più sottile e complesso, ma non meno essenziale. In riferimento alla natalità infatti la politica, l’economia, l’organizzazione sociale sono molto importanti ma non sufficienti: quando si tratta di mettere al mondo dei figli gli aspetti personali e intimi, i sentimenti e i fattori culturali hanno infatti un peso quanto mai grande. I figli richiedono e assorbono molto tempo, risorse ed energie: di questo oggi sono tutti consapevoli e la grande maggioranza della popolazione ne trae la conseguenza di limitare fortemente il loro numero. A fronte di queste difficoltà, il primo e principale contrappeso resta quell’esperienza umana fondamentale e originaria per la quale i figli sono forse la più grande gioia della vita, che trova in loro significato e pienezza. Anche sul piano pratico c’è, per così dire, il rovescio della medaglia, del quale occorre ricuperare consapevolezza: i figli sono cioè suscitatori e moltiplicatori di energie, sollecitano il nostro coraggio e la nostra generosità, rendono i genitori più adatti e motivati ad affrontare la vita. Pertanto operare per il rilancio demografico significa anche far crescere quegli atteggiamenti di fiducia, di voglia di futuro, di responsabilità e di capacità di iniziativa che sono forse, oggi, il più fondamentale bisogno dell’Italia e degli altri paesi europei. Reciprocamente, un rilancio della fiducia nella vita che si verificasse nella cultura e nella società nel suo complesso costituirebbe una premessa basilare per l’incremento delle nascite.

La scelta di avere figli tende inoltre, per sua natura, a collocarsi in un orizzonte di stabilità, il solo adeguato a far fronte alle esigenze della loro crescita ed educazione. Il riappropriarsi del valore della genitorialità, in concreto dell’essere madri e padri, richiede dunque un rinnovato apprezzamento della relazionalità e dell’assunzione di responsabilità di lungo periodo – e non soltanto della libertà e mutabilità delle scelte individuali –. Specialmente in un contesto socio-culturale come quello italiano ciò significa, in concreto, riconoscere l’importanza e la centralità della famiglia, secondo una tradizione tuttora radicata nella popolazione, che però non trova molti riscontri nella “cultura pubblica” oggi prevalente.

Sarebbe infine importante superare un approccio puramente privato alla generazione dei figli, considerandola non soltanto un diritto delle persone dei genitori ma anche un gesto di solidarietà sociale: la premessa di un tale cambiamento, che a prima vista può apparire utopico, sarebbe naturalmente che la collettività stessa mostrasse concretamente, attraverso le sue scelte economiche, sociali e istituzionali, di considerare la crescita delle nuove generazioni un proprio interesse prioritario. Anche da qui appare quanto i due livelli dell’intervento pubblico e dei sentimenti e atteggiamenti personali siano, in rapporto all’andamento demografico, interdipendenti.

Se mi è lecito, per concludere, un riferimento alla Chiesa, vorrei dire che, al di là delle tante polemiche, essa cerca di contribuire con la sua azione pastorale e culturale al rilancio demografico dell’Italia ed auspica che coloro che hanno a loro volta la capacità e la responsabilità di proporre stili di vita e di comportamento operino anch’essi in questa direzione, o quanto meno non in senso contrario.

(Di Camillo Ruini, Cernobbio, 5 settembre 2009).