MARINA CORRADI

« In termini laici si può dire che il no­do di fondo della questione educa­tiva è la presenza, o l’assenza, di fi­ducia nella vita. In termini religiosi bisogna parlare della speranza cristiana, a cui Bene­detto XVI ha dedicato non a caso la sua se­conda enciclica. Quella speranza affidabile che, sola, può essere l’anima dell’educazione,come del­l’intera vita». È questa, secondo il cardina­le Ruini, la prima radice di quella “emergenza educati­va” denunciata dal Papa due anni fa, ma già da molto pri­ma percepita dai genitori e da chi lavori ad educare. Tema vivo e spesso dolente, e l’au­ditorium di Assolombarda, a due passi dal Duomo, è affollato nel convegno annuale dei Centri Culturali Cattolici della diocesi di Mi­lano.

Cosa rende così difficile oggi educare? La lec­tio magistralis di Ruini parte da una analisi delle correnti che pervadono la cultura con­temporanea. Primo, il relativismo per il qua­le, dice, «lo stesso parlare di “verità” viene considerato pericoloso e autoritario». Secon­do, il nichilismo: la “morte di Dio” annuncia­ta da Nietzsche, la sua scomparsa dall’oriz­zonte culturale, «che è alla radice della cadu­ta di tutti i valori». Terzo, aggiunge il cardina­le, il “naturalismo”, inteso come pensiero che tende a ridurre l’uomo al puro risultato di un’e­voluzione biologica. Pensiero che «contrasta radicalmente con l’idea ebraico – cristiana del­l’uomo come immagine di Dio», e nega una insormontabile differenza ontologica dell’es­sere umano. Andando a contestare quindi il primato assoluto della persona, ciò per cui, come disse Kant, l’uo­mo deve essere sempre un fine e mai un mezzo.

Ci troviamo dunque, è il senso del­la diagnosi di Ruini, a educare dentro una antropologia profon­damente cambiata; dobbiamo formare uomini, mentre il con­cetto stesso di “uomo” è stato al­terato. Poco prima Francesco Bot­turi, ordinario di Filosofia morale alla Uni­versità Cattolica di Milano, si era chiesto «che cosa ci rema oscuramente contro», nel tenta­tivo di educare; e rimandando alla “Caritas in veritate” diceva del nostro vivere «dentro un orizzonte tecnocratico, incapaci di trovare un senso che non sia prodotto da noi stessi». Due analisi, dunque, da Botturi a Ruini, conver­genti: i figli sono sempre gli stessi, ciò che va­cilla è la idea stessa dell’uomo; chi sia, e se ap­partenga a un creatore, o solo a se stesso.

Ma dentro a questa metamorfosi che ci per­vade e ci forma più di quanto non ricono­sciamo – Ruini parla di una “volgata” scienti­sta nei media e nella scuola, che quotidiana­mente forma i suoi discepoli – bisogna co­munque educare. Come? Il cardinale indica delle “piste” concrete. La prima base, dice, è sempre nella vicinanza e nell’amore; nel reci­proco amore, anche, fra i genitori, che gene­ra nei figli fiducia nella vita (la stabilità del ma­trimonio, aggiunge, non è quindi solo una questione pri­vata). Poi, il rapporto fra li­bertà e disciplina va liberato dall’errore di marca sessan­tottina, per il quale ogni di­sciplina è autoritarismo. La di­sciplina è necessaria, è però educare è sempre “incontro fra due libertà”: «occorre dun­que accettare il rischio della libertà, il “rischio educativo”, come diceva Giussani. Perché la libertà dell’uomo è sem­pre nuova, e anche i più grandi valori del pas­sato non possono essere semplicemente ere­ditati, ma vanno fatti nostri un una spesso sof­ferta scelta personale». E ancora dobbiamo riscoprire il rapporto fra educazione e espe­rienza del dolore: «nella mentalità comune il dolore è quell’aspetto oscuro della vita da cui in ogni caso bisogna preservare i giovani. Co­sì però cresciamo persone fragili e poco ge­nerose. Occorre invece non censurare la sof­ferenza, e non lasciare senza risposta le do­mande che essa pone». Ma, tornando alle radici della “emergenza e­ducativa”, serve – e quanto, prima di tutto a­gli adulti – «un fondamento solido, su cui si possa costruire». Ruini individua questo fon­damento appunto nella «fiducia nella vita», che per i credenti è la speranza nella salvez­za di Cristo. Speranza, aggiunge, oggi insidia­ta da molte parti, tanto che un fi­losofo non credente come Ha­bermas ha descritto la perdita collettiva della fiducia nella sal­vezza come il carattere nuovo del­l’Occidente. E tuttavia, senza quella speranza siamo come i pa­gani descritti da Paolo: «senza speranza e senza Dio nel mon­do ». E allora, conclude il cardi­nale, «un punto di partenza per ri­spondere alla sfida di oggi può essere nella ve­rità contenuta nel nichilismo: è vero cioè che, senza Dio, tutto manca di fondamento».

Questioni poderose alla radice della fatica a e­ducare. È il grande tema del Progetto cultura­le e dei prossimi orientamenti pastorali della Cei. Ma anche della “alleanza educativa” che la Chiesa italiana vuole proporre a tutto il Pae­se. Dentro una fiducia laica o dentro una cri­stiana speranza: comunque, insieme per e­ducare e continuare la storia.

© Copyright Avvenire 16 maggio 2010