Intervista ad E. Roccella
«Non confondiamo un passaggio procedurale con la commercializzazione del farmaco». Arriva in serata la dichiarazione del sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, dopo che il Cda dell’Aifa ha approvato il verbale relativo alla seduta di fine luglio in cui l’Agenzia italiana del farmaco ha approvato in linea di principio la commercializzazione della pillola abortiva Ru486. Per la “determina”, infatti, cioè l’atto che contiene le indicazioni tecniche sull’uso della pillola, occorrerà attendere il 19 ottobre, quando sarà concluso il lavoro della commissione d’indagine parlamentare. «Non c’è nessuna vittoria e nessuna sconfitta: quello di stasera – ha detto in una nota il sottosegretario Roccella – è solo uno dei tanti passaggi procedurali in cui si articola la procedura d’immissione in commercio del farmaco».

I temi “eticamente sensibili” continuano a dividere gli schieramenti. Dopo il botta e risposta Fini-Gasparri, è stata la volta di Dorina Bianchi, costretta di fatto a dimettersi dall’incarico di relatore della commissione d’indagine sulla Ru486 dopo il fuoco di fila del suo stesso partito. «Se il Pd dice che non bisogna conoscere, mi adeguo, ma non è il Pd che mi immaginavo» ha dichiarato Bianchi nei giorni scorsi. Nel frattempo il dibattito sul testamento biologico resta nel vivo. I “finiani” hanno scritto al Foglio invitando a riconoscere i «limiti del legislatore» e a rispettare «i contenuti “interni” che sono interamente affidati alle relazioni morali e professionali che legano il malato al suo medico e ai suoi congiunti». Ha ripreso i loro argomenti Angelo Panebianco, nell’editoriale del Corriere di ieri, esortando a fare una legge, se necessaria, il più possibile “liberale”. Ilsussidiario.net ne ha parlato col sottosegretario Roccella.

Panebianco sostiene che l’iper-regolamentazione giuridica va evitata e un modo per farlo sarebbe quello di salvaguardare la “zona grigia” che sussiste tra il medico, il solo che può prendere decisioni pertinenti, e il paziente, sottraendo allo stato la sfera di una decisione così delicata e personale. Che ne pensa?

Non mi piace parlare di “zona grigia”, perché allude ad un’indifferenza etica. Casomai il problema sarebbe stato salvaguardare una “zona d’ombra”, privata, di non interferenza. Dico sarebbe stato, perché invece lo stato l’ha invasa eccome, con le sentenze della magistratura. Ma ora tutti i discorsi sulla non interferenza sono superati dagli eventi: il caso di Terry Schiavo negli Stati Uniti e il caso Englaro in Italia. Punto. Non possiamo far finta che quest’invasione non sia avvenuta.

Permettiamo dunque ad altre leggi di regolamentare il rapporto esclusivo non solo del paziente con il medico, ma della persona con la propria morte?

I poliziotti negli Usa hanno tenuto i genitori lontani dalla figlia che stava morendo di disidratazione e denutrizione, impedendo loro perfino di toccarla. Eluana è stata sottratta alle persone che l’hanno tenuta in cura per anni ed è morta sola, in base alla ricostruzione delle sue volontà presunte. Qui lo spazio del privato, della non interferenza è già stato violato dalle sentenze. Ecco perché non si può tornare indietro se non attraverso una normativa chiara, che impedisca altre interferenze.

Il testamento biologico sta facendo discutere. Non rischiamo di lasciare i malati in balia dello scontro ideologico tra fazioni contrapposte?

Il vero rischio, se non si fa una legge, è di continuare a dibattere su posizioni teoriche, come se nulla fosse accaduto, come se un caso Englaro non ci fosse mai stato. A questo punto delle cose non possiamo più scegliere tra l’interferenza e la non interferenza, ma occorre sapere quale interferenza vogliamo: se quella democratica del voto parlamentare, che dovrebbe rispecchiare la volontà popolare e se non la rispecchia ammette dei correttivi, come le elezioni o un referendum, oppure quella di una magistratura che usurpa le prerogative del Parlamento.

Il ddl in esame dunque non intacca il principio della reciproca responsabilità medico paziente?

Al contrario, la libertà del medico e quindi la libertà nel rapporto medico paziente è garantita proprio da questa legge, che garantendo la non vincolatività delle Dat è una legge “morbida” ed è agli antipodi di una visione del medico come esecutore burocratico, che sopprime ogni forma di relazione.

Il governo, per usare le parole di Sartori nel suo editoriale sul Corriere, sta pensando ad un testamento biologico “alla vaticana”: in modo poco laico si è fatto dettare legge dai vescovi. È d’accordo?

Sono tre legislature che il Parlamento cerca di fare una legge e per vari motivi finora non c’è riuscito. Dopo l’intervento della magistratura nel caso Englaro proprio il Parlamento ha avuto uno scatto d’orgoglio e ha deciso di affrontare la questione per risolverla. Il percorso di questa legge dimostra piuttosto che è strumentale quello che dice Sartori. La Chiesa esprime la sua posizione, come ha sempre fatto.

La posizione di Fini ormai è nota. Cosa pensa della lettera dei “finiani” in cui chiedono il rispetto della sfera personale e di quella laica della politica? Fini con la sua battaglia sulla laicità ha dettato il passo?

No, mi limito a constatare che anche Fini difende la sua opinione, in un dibattito e in un partito che ha sempre lasciato e lascia ampia libertà di coscienza. Quella stessa libertà di coscienza garantirà che il voto segreto sarà trasparente come il voto palese. In Senato i voti contrari sono sempre rimasti gli stessi, sia a voto segreto che palese. Se le persone che hanno firmato quella lettera riterranno di votare contro un eventuale ddl, sarà l’espressione di un partito composito. Non come il Pd, dove la libertà di coscienza è in discussione.

Franceschini ha detto che nel Pd sulle questioni etiche si decide a maggioranza e Dorina Bianchi si è dimessa dalla commissione di indagine sulla Ru486. «Non è il Pd che mi immaginavo», ha detto la senatrice.

È la dimostrazione di quello che sto dicendo. Ma segnali gravi erano già emersi perché è stato Bersani a dire che nel Pd non ci poteva essere libertà di coscienza ma una posizione di partito. Mi sembra che tutti i candidati alla segreteria siano d’accordo e questo e davvero preoccupante, a maggior ragione in un grande partito. Non è possibile una convivenza se non a partire dal riconoscimento della libertà di coscienza. Trovo paradossale che chi combatte per il diritto a morire come un gesto di libertà personale, poi neghi la libertà di coscienza sul voto parlamentare: quella non è più espressione di libertà personale?

Tornando alla Ru 486, come commenta le polemiche sulla istituzione della commissione? Anche in questo caso Fini era stato esplicito: il Parlamento non è competente.

E giustamente Gasparri gli ha risposto che la Ru486 non è un farmaco e noi non siamo dei farmacisti. La questione tecnica, cioè la modalità dell’aborto farmacologico, non può non essere politica. L’aborto in Italia deve avvenire nelle strutture pubbliche, come vuole la legge 194. E la Ru486 è compatibile con quanto prescritto dalla 194? Il fatto che l’aborto nel nostro paese avvenga nelle strutture pubbliche è una garanzia di sicurezza per la salute delle donne, ma anche una garanzia per le politiche di prevenzione e di riduzione, tant’è vero che l’Italia è l’unico paese in Europa in cui l’aborto è costantemente diminuito. Per discutere di questo non c’è luogo più pertinente del Parlamento. Non nascondiamoci quindi, per favore, dietro il paravento tecnico. La commissione è pienamente giustificata.

© il Sussidiario – 1 ottobre 2009