I medici dell’Emilia-Romagna confermano quanto rivelato da Tempi sulla Ru486. «Le donne la prendono e poi escono dall’ospedale. Altrimenti che senso ha?»
di Benedetta Frigerio
Tratto da Tempi del 22 settembre 2009

«Il protocollo regionale prevede che la donna stia in ospedale solo al momento della somministrazione della  Ru486 e, due giorni dopo, del secondo farmaco. Queste sono le disposizioni cui ci siamo sempre attenuti, se sono in contrasto con una legge nazionale è un problema della Regione». Così, il ginecologo Francesco Giambelli, dell’azienda ospedaliera di Ravenna, risponde a Tempi che interpella nuovamente gli ospedali romagnoli dove dal 2005 si pratica l’aborto con la Ru486. Abbiamo voluto capire perché, nonostante l’inchiesta (vedi numero 36 del 3 settembre) che dimostra che l’aborto farmacologico è praticato in evidente contrasto con la legge 194, le strutture coinvolte continuino a usare la pillola abortiva.

L’11 settembre l’assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna, Giovanni Bissoni, ha radunato i medici degli ospedali interessati per rileggere le linee guida regionali scritte per regolare l’utilizzo del “farmaco”. Bissoni ha dichiarato che non c’è stata alcuna violazione del protocollo regionale e che tutto è avvenuto legalmente. Il protocollo in questione vuole che la donna stia ricoverata per tre giorni in regime di day hospital e che decida, insieme al medico, se lasciare o meno la struttura ospedaliera dopo il terzo giorno. Secondo l’assessore questo «non vìola la legge 194 visto che la somministrazione della Ru486 avviene in regime di ricovero ospedaliero». Secondo l’assessore «la legge per l’interruzione volontaria di gravidanza non prevede l’obbligatorietà del ricovero, che in Emilia-Romagna viene comunque previsto». Inoltre, al contrario di quanto emerso dalla nostra inchiesta, Bissoni ha affermato che «non c’è nessun abbandono della donna», mentre le risposte degli operatori sanitari alle nostre domande segnalavano la mancanza di una comunicazione precisa riguardo agli effetti collaterali della Ru486, insieme all’assenza di esami diagnostici necessari ad attestare la compatibilità della donna alla pillola. Non solo, l’assessore ha anche sorvolato sul racconto della ragazza che ha rivelato a Tempi (vedi numero 37 del 10 settembre 2009) di non essere stata informata dai medici del Centro salute donna di Piacenza, riguardo agli effetti collaterali della pillola e di essere stata allontanata dall’ospedale soffrendo per più giorni dolori atroci, senza alcuna assistenza medica.

Con tutti i rischi annessi
I medici delle aziende ospedaliere romagnole che, dopo l’incontro con l’assessore Bissoni, hanno accettato di rispondere alle nostre domande, confermano tutti l’ambiguità rimasta anche dopo i chiarimenti della Regione per cui le linee guida utilizzate finora garantirebbero il rispetto della legge sull’aborto. All’Asl di Ravenna, da cui dipendono anche gli ospedali di Faenza e di Lugo, il ginecologo Francesco Giambelli ribadisce che «non è vero che le donne stanno in ospedale. È raro che l’espulsione del feto avvenga subito dopo la somministrazione della pillola, fra le mura cliniche. Nel novanta percento dei casi, si abortisce a casa». Lo stesso ha affermato il 3 settembre al Quotidiano Nazionale la dottoressa Antonella Messori, direttore sanitario dell’ospedale di Guastalla e Coreggio: «Le variabili sono molte: può accadere tutto mentre la donna è in ospedale. Ma anche a casa o mentre è in giro da qualche altra parte». La naturalezza delle risposte dei medici deriva dal fatto che non «c’è niente da nascondere, visto che il protocollo regionale non prevede nulla di contrario a questo».

Per lo stesso motivo, alla domanda sull’esistenza di perplessità o preoccupazioni su un possibile contrasto tra la pratica adottata e la 194, Giambelli risponde: «Non lo chiedete a noi semmai alla Regione che ha stilato le linee guida». «Comunque – prosegue il medico – cosa aspettarsi? Questa pillola è fatta per abortire in privato da soli, che senso avrebbe altrimenti seguire tutto questo iter? Una donna la prende per non rimanere ricoverata. Si immagina cosa accadrebbe se la tenessimo in ospedale più di quanto richiede il metodo chirurgico? Non sceglierebbe più la Ru486 perché verrebbe meno la ragione per cui l’ha voluta». Giambelli spiega anche i motivi dell’assenza di preoccupazioni circa i rischi professionali dovuti a possibili e gravi complicanze: «La donna firma il consenso informato e se le sta bene abortire così, con le ripercussioni anche dolorose e gravi causate dalla pillola, è una decisione sua, di cui è la sola responsabile». Dello stesso parere la dottoressa Paola Salvini, responsabile del servizio Salute donna di Parma: «Se vengono qui a prendere questo farmaco, è perché queste donne non vogliono abortire in ospedale». Per quanto riguarda i rischi dati dalle complicanze, la Salvini ritiene che «sì, esistono, per questo occorre fare colloqui approfonditi e valutazioni accurate sull’idoneità della paziente alla pillola: se per l’aborto chirurgico si dovevano impegnare energie per supportare la donna, qui vanno moltiplicate. Ma poi è lei che deve scegliere con tutti i rischi annessi».

Il ricovero è un’idea
In fondo, non è un segreto. Il 28 febbraio 2008 la dottoressa Clarice Vieira del Centro Salute donna di Piacenza ha dichiarato al Corriere Padano: «Seguiamo i protocolli regionali che prevedono un regime di day hospital aperto. Vuol dire che la paziente torna sempre a casa propria». Ma, vista la letteratura in merito e le testimonianze di alcune donne, che confermano i pericoli dell’aborto domiciliare, non sarebbe meglio convincere le donne a rimanere ricoverate? Secondo la Salvini «non esistono ancora indicazioni riguardo a questo. Le donne pensano che stare a casa con il marito o un’amica sia di conforto». Riguardo alle perplessità suscitate dal fatto che parenti e amici non abbiano le competenze dei medici, la dottoressa risponde che «per le complicanze si può sempre telefonare in ospedale». E se una donna è sola? «Dipende, forse per chi è da solo consigliare il ricovero è un’idea, ma ripeto: credo che allora sceglierebbero l’aborto chirurgico che le fa rimanere qui solo un giorno e che diventerebbe meno complicato».