di Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare
Tratto da Il Giornale del 10 agosto 2009

È giusto che in Parlamento si discuta della pillola abortiva Ru 486? All’interrogativo, in questi giorni, sono state date risposte diverse da voci autorevoli: il capogruppo Pdl al Senato, Gasparri, ha ribadito che le Camere possono svolgere attività ispettive su qualunque materia, mentre il presidente Fini ha ritenuto «originale» che il Parlamento si pronunci su un farmaco, attirandosi anche un duro richiamo alla correttezza istituzionale da parte del presidente Cossiga. In realtà il Parlamento si è già più volte occupato della pillola abortiva, sia quando era in corso la sperimentazione all’ospedale Sant’Anna di Torino, sia negli ultimi mesi (basterebbe ricordare che sono almeno una decina le interrogazioni, depositate da maggioranza e opposizione, che riguardano la Ru486). Ma i primi a trasferire sul terreno squisitamente politico il dibattito sul farmaco sono stati alcuni consigli regionali e comunali: già intorno al 2006, prima ancora che l’azienda che produce il farmaco ne avesse chiesto la commercializzazione in Italia, in molte amministrazioni locali si era diffusa l’abitudine di votare delibere o mozioni a favore della Ru486, promuovendone l’uso anche senza l’autorizzazione dell’Aifa, l’apposito ente di farmacovigilanza. Come mai tanto interesse, soprattutto da parte della sinistra radicale, per un metodo abortivo che tra l’altro la letteratura scientifica indica come meno sicuro ed efficace, più doloroso, più lungo del metodo per aspirazione, che è attualmente il più diffuso nei Paesi occidentali?

La risposta è, probabilmente, nella difficile compatibilità del metodo con la legge italiana, la 194, che considera l’aborto come questione non solo privata, ma di rilevanza sociale, e impone che gli interventi avvengano nelle strutture pubbliche. Nei Paesi in cui la pillola abortiva è diffusa, alla donna vengono consegnati i diversi farmaci necessari, con un foglietto di istruzioni e il numero di telefono di un ginecologo. Con questa dotazione, può tornare a casa. Tutto il resto è a suo carico: verificare il flusso di sangue e stabilire se si tratta o no di un’emorragia, monitorare la febbre e capire se è il sintomo di un’infezione, vedere l’embrione espulso, controllare il dolore dovuto alle contrazioni uterine. È evidente che se abbiamo da una parte una procedura che si svolge in ospedale, sotto diretto controllo medico, e dall’altra un metodo in cui le stesse valutazioni cliniche sono affidate alla paziente, la sicurezza non può essere la stessa. Infatti il Consiglio superiore di Sanità ha stabilito, con due diversi pareri, che il metodo chimico è sicuro quanto quello chirurgico solo se l’intera procedura viene completata in ospedale, grazie al ricovero.

È chiaro che non si tratta solo di questioni tecniche, ma di indirizzi di politica sanitaria e di profili di sicurezza. E non solo: è in gioco il modo in cui consideriamo la maternità, la vita, l’interruzione di gravidanza. Dobbiamo decidere se vogliamo modificare l’impianto della legge 194, riducendo l’aborto a un diritto individuale e la sua pratica a una questione tutta privata, lasciando che le donne la risolvano da sole, a casa loro. La strada l’ha tracciata la Francia: con la diffusione della Ru486 la legge Veil, assai simile alla 194, è stata modificata, proprio grazie alla nuova prassi domiciliare introdotta dalla pillola abortiva.

L’Aifa ha autorizzato l’immissione in commercio del farmaco, e a settembre dirà, con una delibera tecnica, con quali modalità va utilizzato, nel rispetto delle norme attuali. Ma se questo sarà davvero possibile, non può essere l’ente a dirlo. La politica, ai diversi livelli, deve assumersi le sue responsabilità: tocca al governo e al Parlamento verificare che la Ru486 non possa essere utilizzata, nei fatti, come uno strumento improprio per scardinare o svuotare la legge.