La politica riflette sulla pillola Ru486. Il presidente della Commissione Sanità Antonio Tomassini ha dichiarato che nel testo conclusivo dell’indagine conoscitiva del Senato verrà proposta la sospensione della procedura di immissione in commercio della pillola abortiva. Se Dorina Bianchi (Pd) ammette che non è un farmaco come tutti gli altri ed è necessario capire se la legge 194 sia compatibile con l’introduzione della pillola, non sono mancate altre voci polemiche nelle fila dell’opposizione. Donatella Poretti (Pd) ha infatti dichiarato: «Nei giorni scorsi è circolato il documento conclusivo stilato dalla maggioranza. Un manifesto sconfinamento delle competenze della commissione per cercare di condizionare l’agenzia italiana del farmaco (Aifa)». La votazione sul documento finale sull’indagine è comunque prevista per oggi.
Abbiamo chiesto un parere al Prof. Francesco D’Agostino, Presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica e membro della Pontificia accademia per la vita.
La proposta di un’indagine conoscitiva era stata criticata addirittura dal Presidente della Camera che aveva definito «originale pretendere che il Parlamento si debba pronunciare sull’efficacia di un farmaco». Su temi come questo era giusto chiedere che la politica si pronunciasse o si tratta di un “problema tecnico”?

È giusto che il Parlamento si sia fatto carico di questa questione. Nel mondo scientifico ci sono delle polemiche legate alla Ru486, si sono registrate controindicazioni pesantissime e diverse morti, anche se trascurate dalla stampa. Un esempio clamoroso è quello del Prof. Didier Sicard, Presidente del comitato di bioetica francese, che ha perso la propria figlia e mi ha confessato quanto sia stato difficile per lui richiamare l’attenzione della comunità scientifica francese all’argomento. Non dimentichiamoci poi che il brevetto del farmaco è francese e attorno ad esso ruotano notevoli interessi delle case farmaceutiche.
Stiamo quindi parlando di un argomento complesso, anche perché l’uso della pillola non è facilmente riconducibile ai principi che regolano la legge italiana sull’aborto.

Di questo farmaco occorre quindi valutare sia la pericolosità che la compatibilità con la 194. Un compito che non spetta all’Aifa…
L’Aifa ha una competenza tecnica in ordine alla valutazione del rischio connesso al farmaco, in questo caso, dato che è già stato adottato da altri Paesi dell’Unione deve stabilire se il farmaco sia lo stesso di quello presente negli altri paesi.
Per quanto riguarda invece la legge 194, la Ru486 altera sicuramente la procedura dell’aborto volontario legalizzato perché rende di fatto possibile un aborto non controllato. La nostra legge non dice che l’aborto è genericamente lecito, ma impone il controllo medico. La donna che invece assume la pillola può rifiutare l’ospedalizzazione e abortire privatamente, tra l’altro con gravi rischi.

Possono verificarsi delle complicazioni?

In alcuni casi l’assunzione della pillola provoca l’aborto, in altri invece non riesce a indurre l’espulsione del feto, occorre perciò intervenire con un secondo farmaco per forzare l’utero. In questo caso occorre un controllo medico per verificare che l’utero sia sgombro e non rimangano condizioni fisiche in grado di danneggiare la donna.
Il problema non è tecnico ma giuridico, in Usa la pratica dell’aborto è lecita all’interno del rapporto di privacy tra la donna e il medico, la nostra legislazione invece prevede che l’aborto legale avvenga sotto diretto controllo medico.

Il fatto che la pillola sia vendibile solo in un contesto clinico e non in farmacia non è sufficiente?

È un passo avanti, ma nessuno può impedire alla donna, dopo aver assunto in ospedale la pillola, di chiedere di essere dimessa.
La tendenza a privatizzare la pratica dell’aborto si scontra in pratica con la legge italiana, per la quale l’aborto è un fatto pubblico e non privato. Spesso sento dire “La legge sull’aborto non si tocca”, chiederei un po’ di coerenza a quelle forze politiche che dicono di difendere la 194.
La posizione della sen. Poretti, radicale, invece, non mi stupisce perché è coerente con l’ideologia abortista e libertaria propria dei radicali. Non a caso quella legge fu criticata da alcuni cattolici in quanto abortista e dai radicali perché troppo restrittiva.

Ru486 e Legge 194 sono incompatibili?

A mio parere la pillola potrebbe essere usata se la donna restasse in clinica tutti e tre i giorni necessari a portare a termine il processo abortivo. A queste condizioni la pillola diviene un’alternativa all’aborto chirurgico. Se invece la donna ha la possibilità di portarlo a termine in forma privata siamo davanti a un problema bioetico grave.

Che idea sta prendendo piede riguardo alla vita e all’uomo, sia che si parli di Ru486 che di fine vita? La convince il ricorso ai propri desideri, alla propria coscienza e all’autodeterminazione per giustificare questi delicati provvedimenti?
Il concetto di autodeterminazione è ambiguo perché ha un enorme e giusto rilievo in ambito politico (pensiamo al voto), ma quando viene portato in bioetica corre il rischio di essere stravolto. In bioetica non sono in gioco interessi politico-economici, ma il bene della vita, che non sempre è percepibile in maniera lucida e razionale dalla persona. Le persone malate e in fin di vita difficilmente possono esercitare una serena autodeterminazione, senza mettere in conto il fenomeno della solitudine e delle difficoltà economiche. Pretendere che la stella polare sia l’autodeterminazione è una pretesa ingenua, illuministica e astratta.

Come si esce da questa ambiguità?

Il compito di cui i bioeticisti dovrebbero farsi carico è quello di riformulare alla radice il tema dell’autodeterminazione, mostrando come solo in pochi casi esso possa risolvere autentici problemi bioetici, mentre nella maggior parte dei casi il riferimento all’autodeterminazione è un inganno. Tanto è vero che si inizia a insinuare l’ipotesi che se un soggetto non è in grado di autodeterminarsi dovrebbe essere sostituito da un fiduciario, con rischi evidenti. Tutti i giuristi conoscono i conflitti tra tutori e tutelati…

Quali sono secondo lei gli argini che non devono crollare nella discussione?

L’argine fondamentale è il principio ippocratico secondo il quale la prima norma della medicina è: non fare il male del malato.
Il bene vita e il bene salute sono beni oggettivi che vanno salvaguardati sempre e comunque e solo quando l’autodeterminazione ha per oggetto la tutela del bene vita merita attenzione. Se invece agisce contro il bene salute e il bene vita non ha valore ippocratico, né valore etico.
Parallelamente bisogna vietare l’accanimento terapeutico. La rinuncia all’accanimento terapeutico non va contro il bene vita, ma va contro pratiche mediche, invasive, sproporzionate, che fanno il male del paziente. Occorre vincolare medici, pazienti e qualunque fiduciario alla tutela del bene vita e del bene salute.

© Il Sussidiario – 25 novembre 2009