di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 10 maggio 2011

La notizia non ci stupisce, anzi, non fa che confermare i risultati delle statistiche condotte sui casi negli Stati Uniti: le complicazioni dalla pillola per l’aborto chimico detta RU-486 sono più frequenti degli interventi chirurgici standard.

La conferma arriva da uno studio pubblicato in Australia, paese in cui l’uso della pillola è stato introdotto cinque anni fa. Da Sydeny arriva infatti un dossier che prende in analisi quasi 7000 aborti eseguiti nel 2009 e nel 2010, pubblicato sulla rivista dei medici generici, Australian Family Physician. Lo studio indica che il 3,3% delle donne che hanno usato la RU-486 nel primo trimestre di gravidanza ha dovuto rivolgersi al pronto soccorso di un ospedale, contro il 2,2% di chi aveva subito l’intervento chirurgico.

Le autrici dello studio, due medici che da anni lavorano sul tema dell’aborto, Ea Mulligan e Hayley Messenger, sottolineano poi un altro dato. Due delle 5823 pazienti che hanno effettuato aborto chirurgico hanno sofferto emorragie gravi, pari ad un tasso di una su 3000. Hanno avuto lo stesso problema quattro delle 947 donne che hanno avuto aborti chimici, con un tasso di una su 200. I risultati contraddicono uno degli argomenti principali a favore dell’aborto chimico, ossia che la pillola ridurrebbe notevolmente i rischi che comporta un’operazione chirurgica.

D’altra parte la certezza di 29 vittime legate all’assunzione di mifepristone, il principio attivo della Ru486, peraltro denunciate dalla stessa casa produttrice al ministero, dovrebbe pesare già in maniera decisiva nella valutazione dei millantanti vantaggi del farmaco. Ventinove morti, sulle quali ancora si sta indagando senza che i media italiani ne riportano notizia, 29 vittime invisibili, come siamo certi che rimarranno invisibili i dati che sono arrivati dall’Australia su quella che era presentata come la soluzione rapida e indolore per eliminare un fastidio.