del dottor Alfredo Corticelli
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 25 settembre 2009

Adesso che durante la pausa estiva l’Aifa ha approvato la Ru 486 (dopo la sperimentazione in alcuni ospedali) e che non si sa ancora se e come sarà attuato nei reparti di ginecologia l’aborto farmacologico, anche se non riguarderà direttamente chi lavora in reparto di cardiologia come me, mi sono interrogato profondamente, come medico e come neo-papà. L’aborto farmacologico – si è detto – è già attuato in altri paesi, è una possibilità in più per chi non può sottoporsi ad un intervento chirurgico, è meno traumatico… Sinceramente faccio fatica a capire queste motivazioni.

L’aborto farmacologico consisterebbe nella somministrazione di mifepristone (Ru 486) al primo giorno e poi di misoprostol (una prostaglandina) al terzo giorno, il primo antagonizzando il progesterone impedirebbe all’embrione di sopravvivere, il secondo indurrebbe le contrazioni uterine e farebbe espellere l’embrione. In questa maniera in realtà circa il 2-5% delle donne abortirebbe già al primo giorno, la maggior parte abortirebbe dopo la somministrazione del misoprostol con una percentuale di riuscita di circa il 92% (in base alle casistiche più numerose), mentre dal 4% al 6% circa (secondo una revisione della letteratura su 54 studi pubblicati tra 1991 e 1998) necessiterebbe comunque di un aborto chirurgico per prosecuzione della gravidanza. La reazione della donna alla somministrazione del farmaco non è prevedibile, può comportare qualche disagio, oppure tutto un corteo sintomatologico come dolori e crampi (93. 2% e nel 43% dolore severo), nausea (66. 6%), debolezza (54. 7%), cefalea (46. 2%), vertigini (44. 2%), o in rari casi complicanze emorragiche severe tali da rendere necessaria un’emotrasfusione (0. 16%) e perfino la morte stessa (dati tratti da Aborto farmacologico mediante mifepristone e misoprostol – It. J. Gynaecol. Obstet. 2008, 20: N. 1: 43-68).

Che senso ha tutto questo? Che peso psicologico, prima che fisico avrebbe sulla donna stessa? L’attesa più bella della vita, quella di veder nascere il proprio bimbo, quella creaturina che è stata per mesi nel grembo della mamma, diventa l’attesa che venga espulso l’embrione morto. Certo, è molto piccolo, quasi non si vede – si potrà fare solo entro le prime 7 settimane – le contrazioni non sono così intense come quelle del parto (ma comunque in molti casi ci sono). Ma che senso ha questa sofferenza? È una sofferenza che porta solo morte. Quando è nato mio figlio, poco meno di un mese fa, mia moglie ha sofferto il travaglio del parto, ma quando il piccolo Giovanni ha messo fuori la testolina ed ha cominciato a piangere, l’abbiamo messo subito con la mamma e la gioia di vederlo è stata più grande di qualunque sofferenza. Ma in questo nuovo ritrovato medico, nell’aborto farmacologico, che cosa porterà nel cuore della donna questa attesa e questa sofferenza?

Si è detto che è una possibilità in più per chi non può subire un’anestesia ed un intervento chirurgico. Ma che cosa avverrà per quelle poche situazioni (descritte in letteratura) in cui ci sono complicanze emorragiche maggiori che necessitano di un approccio chirurgico? E che cosa ne sarà di quella percentuale di donne non bassa nelle quali la gravidanza prosegue a meno di andare incontro ad un successivo aborto chirurgico (4-6%)? Senza contare il fatto che, secondo uno studio di M. Greene apparso nel 2005 sul New England Journal of Medicine, l’aborto con mifepristone/misoprostol a parità di età gestazionale avrebbe un tasso di mortalità dieci volte maggiore di quello chirurgico (1:100. 000 contro 1:1. 000. 000).

Qualcuno ha anche osato pensare che, somministrata la pillola, non è sempre necessario ospedalizzare la donna, e che la si potrà rivedere ad aborto avvenuto (come avviene in Francia, ad esempio). Almeno da questo punto di vista sembra che sia rimasto un po’ di buon senso a chi ha approvato l’introduzione della Ru 486 e che in Italia si ospedalizzerà comunque la donna. Ma vorrei anche vedere! Neanche l’assistenza sanitaria dobbiamo garantire a queste donne? Davvero pensiamo che tutto avvenga in modo meccanico come negli animali?! Così fanno in Francia ed in altri civilissimi paesi. E quindi? L’evoluzione del sistema sanitario e della disciplina medica consiste forse nell’importare tutte le peggiori sozzure che esistono?

Hanno anche detto che così, finalmente, si applica appieno la legge 194. Ma di quale legge parlano? La nostra legge sull’aborto, anche se molti non lo sanno, ha la pretesa di nascere come legge in difesa della vita. All’articolo 1 si legge che lo stato “riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio” e che “l’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”. Questo strano paradosso – che la legge che ha legalizzato la soppressione di vite innocenti fosse in realtà una legge a difesa della vita – si fonda sul fatto che si intendeva porre dei limiti alla pratica dell’aborto clandestino ed indiscriminato. Ed infatti la legge prevede che nei primi 90 giorni di gravidanza la donna possa abortire solo se “accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica”. Mentre dopo i 90 giorni l’interruzione volontaria di gravidanza può essere praticata solo: “a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”; non solo, ma continua la legge: “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”. Già adesso, dietro al presunto pericolo per la salute psico-fisica della donna, la maggior parte degli aborti avviene in buona sostanza perché la gravidanza non era ricercata (altro che gli intendimenti degli estensori della 194), ma con la Ru 486 che proporzioni raggiungerà questa strage? Che rispetto vi può essere per la vita se la semplice prescrizione di una pillola basta ad eliminarla?

Guardo mio figlio Giovanni, che ha due mesi e penso a tutto questo. In queste prime settimane di vita nel nostro mondo esterno lui si attacca al seno della mamma, fa il ruttino, fa la cacca ed a volte piange tanto. Cosa capisci tu, piccolo Giovanni? A volte di notte non ci fai dormire e potrebbe sembrare che sei un fastidio, un peso. Ma sei così bello! Ci guardi con degli occhioni così grandi. Non so che cosa passa nella tua piccola testolina, ma di una cosa sono certo: sei un dono. Non ci appartieni. Non sei una nostra proprietà. Sei un mistero. Come posso pensare che non ci sia un legame tra quando eri una sola cellula (l’incontro tra il mio seme e l’ovulo di mia moglie), quando già si formava il tuo corpicino ed adesso che ti vediamo, o quando sarai grande. Chi stabilisce quando diventi persona. La legge? Chi decide quando non sei più violabile, quando ucciderti diventa un reato. Tre mesi dal concepimento? Sei mesi? Non lo so. Ma nessuno lo sa. Sono limiti convenzionali, che si fondano su studi senza senso, su teorie sbagliate. Su quale organo si sviluppa prima e quale dopo. Ma cosa cambia? Tu resti e sei un dono, e lo eri anche prima.

Per questo io come padre e come medico non potrò mai capire questo mondo che è a favore dell’aborto, in qualunque forma si attui. Perché con tutta la compassione che posso provare per le donne violentate, per chi attende un figlio malformato, per quelle che sono senza marito, con tutto questo non posso non gridare a tutti innanzi tutto che tu sei e resti una vita come me. Che lo eri già prima, anche se non ti vedevo. Mio piccolo Giovanni, se mai vorrai capire che strano mestiere è quello di un papà medico, vorrei innanzitutto dirti questo. Che amo la tua vita.