Perseguitati dal regime si sono suicidati. Diventando un simbolo. Lui torturato e violentato. La sua colpa: essere amico di un oppositore. Morto il fidanzato, lei beve una dose di veleno e dà l’addio su Facebook
di Gian Micalessin
Tratto da Il Giornale

«È giovedì balliamo ancora». E l’ultimo messaggio. Quello amaro come il veleno del 28 settembre. Quello segnato sul blog da quell’ultimo straziante addio, dalla musica de «Il Volo», il cupo film in cui un Mastroianni guardiano d’api si fa uccidere dai propri insetti. Nahal Sahabi, invece, si lascia straziare dai propri incubi. Si toglie la vita a 28 anni con un’overdose di farmaci. Il suo mal oscuro è una vita senza Benham, il fidanzato 22enne, torturato e spinto alla morte dal regime. Benham s’è consegnato al veleno un giovedì di quattro settimane prima. La maestra d’asilo Nahal Sahabi e lo studente Benham Ganji sono Romeo e Giulietta al tempo degli Ayatollah. La loro è una storia triste e sinistra, ma drammaticamente vera. Una storia all’ombra di quei loro fatali giovedì.

Il giovedì in cui si conobbero. Quelli in cui ballavano e s’amavamo. Quello in cui entrambi si tolgono la vita. In mezzo c’è l’Iran plumbeo di Mahmoud Ahmadinejad, un paese dove le vite degli altri son strumenti nelle mani dei carnefici. Vite da piegare per imbastire ricatti, strappare confessioni. La colpa di Benham è di studiare Scienze Politiche, di conoscere Koohyar Goudarzi, di dividere casa con quel dissidente 26enne che nel 2009 s’è fatto un anno di carcere. A fine luglio gli agenti bussano al suo appartamento. Ma non s’accontentano di Kooyahr. Ammanettano anche Benham, li sbattono entrambi ad Evin, la galera dei nemici del regime. Poi vanno a prendere anche Nahal e la madre di Kooyahr.

Cos’hanno fatto non conta. In Iran chi protesta mette a rischio anche gli altri.

Il primo a scoprirlo è Benham. I suoi otto giorni ad Evin sono una discesa nell’inferno del dolore, dell’umiliazione, del senso di colpa. Prima finisce in isolamento, poi si ritrova davanti il suo amico Kooyar. Intorno ci sono le guardie. Gli chiedono di parlare, confessare che il suo amico è un terrorista dei Mujaheddin del Popolo, un gruppo autore di numerosi attentati. Confessare equivale a condannarlo a morte. Nahal esita. Le guardie li mettono uno di fronte all’altro, li violentano a turno con i bastoni. Quel racconto arrivato alle orecchie di Farya Barlas, una fuoriuscita iraniana esule a Londra, non ci dice se Benham confessi oppure no. Di certo Kooyar scompare. Di certo il Benham reduce da otto giorni di galera è un rottame. Un uomo senza più anima, distrutto dalla vergogna per quello che ha subito, in preda ai sensi di colpa per quel che forse ha confessato.

Anche Nahal torna libera. Anche lei si porta dietro la paura che qualcuno le infligga, come minacciato, un supplemento di punizione aspettandola in strada, rapendola, violentandola. Il primo a cedere è Benham. Non esce più di casa, non parla, rifiuta di vedere persino lei. Giovedì primo settembre trangugia un cocktail di farmaci. Molla tutto per sempre. Nahal è sola. Chiunque l’aiuti rischia lo stesso girone infernale. Per lei parla il suo blog. «Hey Benham disgraziato cosa devo fare senza di te, magari se riuscissi a farti capire quanto ti voglio potresti rinunciare alla morte». Quattro settimane e s’arrende anche lei. Il 28 settembre beve la sua dose di veleno, batte sulla tastiera l’ultimo addio: «E allora vieni Benham, è di nuovo giovedì, balliamo di nuovo in questo giovedì».

Ma la morte solitaria e angosciata di quei Romeo e Giulietta iraniani sconvolge il Paese. I loro volti belli e disperati diventano un atto d’accusa al regime. Sono il simbolo di una protesta cupa, di una rabbia sorda, di un senso d’impotenza trasformatosi in odio e risentimento per quel regime pronto a calpestare le vite della propria gente. Quel grido sale e si propaga dalle viscere di internet. «Nahal – scrivono e ripetono i blog – era una ragazza che amava lunga vita all’amore. Lunga vita alla vita. Morte al dittatore». Romeo e Giulietta se ne sono andati. La loro storia tremenda e disperata è un altro sfregio sul volto truce della dittatura.