di Antonella Loi – Tiscali News

Possiamo dirla con Calabresi sulla Stampa, “Il mondo  ostaggio di un pazzo”: la minaccia di un pastore cristiano di bruciare un Corano negli Stati Uniti infiamma il mondo. Dal Kashmir all’Afghanistan, dagli attacchi alle scuole cristiane alle manifestazioni contro la profanazione del testo sacro islamico, si moltiplicano gli episodi sfociati nel sangue. Equilibri instabili nella convivenza tra le religioni diremmo o, meglio, “nella convivenza tra le persone” che spesso utilizzano la religione come pretesto per coprire conflitti di ben altra natura. Abbiamo chiesto a Magdi Cristiano Allam, giornalista prestato alla politica, oggi europarlamentare tra le file dell’Udc e presidente del movimento “Io amo l’Italia”, una sua personale analisi di questi fatti. Egiziano naturalizzato italiano, ex musulmano (“Lo sono stato per 56 anni”, dice) e protagonista di uno spettacolare battesimo dalle mani del Papa in persona durante la Veglia pasquale del 2008, trasmessa in mondo visione, Allam non ci gira intorno: il gesto isolato di un pastore americano che ottiene una eco mondiale – con i risvolti drammatici cui abbiamo accennato – rappresenta “la resa dell’Occidente relativista succube dell’ideologia dell’islamicamente corretto”.
Ci spieghi meglio.
“Per un verso ci si infervora quando si deve denunciare e condannare tutto ciò che viene percepito come un oltraggio all’Islam, dall’altra si registra un silenzio assordante quando vengono bruciate le chiese o vengono massacrati i cristiani ovunque nel mondo. Così come è una resa dell’occidente buonista, un occidente che è a tal punto calato in una realtà dove ci sono solo diritti e libertà e dove sono venute meno le regole e i doveri che finisce per immaginare che nei confronti dei musulmani si debbano riconoscere ed accordare delle deroghe nei confronti del rispetto dei diritti fondamentali della persona e dei valori non negoziabili. Di conseguenza l’Occidente si mobilita contro la minaccia di dare al rogo il Corano, si mobilita contro un non evento, mentre rimane impassibile di fronte ad un evento concreto. Questa è la tragedia”.
In che senso, Allam, all’interno dei Paesi occidentali c’è un innalzamento dei diritti e un cedimento rispetto ai doveri, parlando dei msuulmani?
“Sta nei fatti. Oggi abbiamo a che fare da un lato con quello che ho appena detto, dall’altra il fatto di negarci l’uso della ragione per entrare nel merito dei contenuti. Il relativismo è un’ideologia in quanto ci nega l’utilizzo di parametri valutativi e critici perché acriticamente e aprioristicamente si ritiene che tutte le religioni, tutte le culture, tutti i valori siano pari a prescindere dai loro contenuti. Quello che sta accadendo in questi giorni è una sacralizzazione, una consacrazione del Corano come testo di pari dignità dei Vangeli o della Bibbia. Cioè, abbiamo sostenuto aprioristicamente che il Corano è buono, che il Corano professerebbe l’amore e la pace quando non è affatto vero. Perché siamo succubi dell’islamicamente corretto. Questi sono i fatti. Cosa diversa, vorrei aggiungere, da un rapporto corretto e amorevole con i musulmani come persone”.
In cosa differisce?
“L’Occidente è a tal punto oggi disorientato che per avere rispetto dei musulmani o ancora di più per amare i musulmani come persone deve obbligatoriamente sposare l’Islam come religione. Quindi si è immaginato che si debba legittimare la sacralità del Corano perché si metterebbe diversamente a repentaglio la convivenza con i musulmani. Queste sono sciocchezze. E questo perché le religioni sono fisiologicamente diverse, le persone invece possono essere accomunate nel momento in cui condividono il rispetto dei diritti fondamentali della persona e i valori non negoziabili che appartengono alla comune civiltà dell’uomo”.
Come legge quindi la polemica nata intorno alla costruzione della moschea non lontano da “Ground Zero” a New York?
“Mi sembra ci sia da parte di Obama (il presidente si è espresso a favore della costruzione della moschea perché, ha detto, “il nemico non è l’Islam ma Al Qaeda” ndr) un atteggiamento da un lato di insensibilità nei confronti di una maggioranza, se non della totalità degli americani, che ha subito un trauma profondo per l’abbattimento delle due Torri e per l’attacco al Pentagono, il più clamoroso atto terroristico della storia. Con questo atto di stupidità, Obama va a premiare i carnefici dell’America e della comune civiltà dell’uomo, che oggi si rendono conto che la superpotenza mondiale da un lato subisce quello che è stato l’attacco più cruento al cuore del simbolo della finanza americana e della potenza militare e dall’altro si immagina che i terroristi non avessero nulla a che fare con l’Islam. Vien da sé pensare che le moschee predicherebbero soltanto pace e amore fra la gente come se nulla avessero a che fare con quanto è prescritto nel Corano e con quanto ha fatto Maometto”.
Però una parte importante di cittadini americani sono musulmani – circa sei milioni – non pensa che generalizzare possa essere controproducente in un discorso più ampio di integrazione? Senza contare che si andrebbero a violare diritti inalienabili.
“Per fortuna i musulmani sono una minoranza e mi auguro che l’America resti una civiltà cristiana nella sua maggioranza. Sicuramente è un cristianesimo profondamente in crisi come lo è in Europa, al punto che il Papa ha recentemente ritenuto necessario dar vita ad un nuovo dicastero per la rievangelizzazione dell’Occidente. Un Occidente a tal punto scristianizzato da dover essere ricristianizzato”.
Come ci si rapporta dunque secondo lei ad una crescente presenza islamica nei Paesi occidentali? Panebianco sul Corriere ci ricorda che, a questo ritmo di crescita demografica, entro qualche decennio i giovani sotto i vent’anni saranno in maggioranza musulmani.
“Purtroppo il tasso di natalità in tutta Europa è inferiore a quello del mantenimento demografico, che è del 2,1 per cento. L’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa ed è attorno all’1,34 per cento. Questo comporta che di generazione in generazione la popolazione autoctona si riduce e con questo si svilisce la stessa civiltà cristiana dell’Italia e dell’Europa. Parallelamente cresce la presenza degli immigrati e tra questi dei musulmani che sono in numero significativo. Il loro più alto tasso di natalità è il fattore che fa sì che la loro influenza in futuro sia sempre più consistente”.
Come si risolve quindi il problema di convivenza tra le religioni?
“La convivenze non è tra le religioni ma tra le persone. Però le persone, questo è il passaggio cruciale, non sono mai la trasposizione automatica e acritica dei dogmi della fede. Cioè tu potresti essere nata cristiana e quindi potresti essere una praticante, credente ma non praticante, potresti essere una laica agnostica o potresti essere diventata atea. Ma tutto questo non farebbe venir meno un legame con una dimensione culturale, identitaria con la religione cristiana. Significa che vale anche per i musulmani. E’ sbagliato parlare di guerra di religioni: non sono le religioni a combattersi ma le persone. La differenza è fondamentale perché se noi parliamo di persone dobbiamo sempre porci la domanda della contestualizzazione temporale e spaziale della convivenza, cioè dobbiamo chiederci dove e quando avviene la convivenza.
Nelle nostre società, appunto.
“Sì, le persone hanno sempre un vissuto che corrisponde a uno spazio e ad un tempo ben preciso. Di conseguenza questo spazio e questo tempo, determinano una serie di valori, di regole e di fede, di radici, di identità, di civiltà che rappresenta la base in cui si deve fondare la convivenza. In una qualunque città italiana la convivenza tra cristiani e musulmani non può prescindere dalla piattaforma di civiltà che c’è nel luogo. Non può prescindere dalla specificità della civiltà della medesima città oggi. I musulmani che vengono qui, se vogliono partecipare ad una civile convivenza, devono farlo assumendo la consapevolezza di quelle che sono le specificità del territorio e della popolazione cagliaritana. E questo deve rappresentare un vincolo dove i cagliaritani possono anche prendere in considerazione delle novità apportate dai musulmani ma a condizione che non siano in violazione con dei valori non negoziabili, con le regole”.
Nel rispetto delle regole e dei valori inalienabili, quindi, la moschea a Milano, come dice il vescovo Tettamanzi, va fatta.
“Assolutamente no, non ha ragione Tettamanzi. Perché noi non possiamo prescindere da quella che è oggi la realtà delle moschee. Io parlo dei Paesi musulmani dove oggi le moschee sono luoghi sotto alta e stretta sorveglianza delle autorità di sicurezza perché sanno bene quello che accade nelle moschee. Quindi ci sono diversi casi in Pakistan, in Arabia Saudita, in Egitto, in Marocco in cui le autorità di sicurezza, l’esercito è pesantemente intervenuto anche abbattendo delle moschee prendendo atto che si erano trasformate in covi di terroristi o arsenale di armi”.
Sì ma in Italia la libertà religiosa, che comprende anche il diritto ad avere un adeguato luogo di culto, è sancita dalla Costituzione e, di più, è parte fondante della nostra civiltà.
“In Italia la libertà di culto dei musulmani è ampiamente garantita: nel Paese ci sono circa 900 luoghi di culto per musulmani. Il probelma è che noi non ci poniamo assolutamente il dovere, cioè diamo loro dei diritti ma non ci teniamo il dovere di conoscere che cosa accade all’interno delle moschee. Noi prima di concedere l’autorizzazione a costruire delle moschee dobbiamo assicurarci che all’interno di quelle già esistenti non si predichi l’odio, la violenza la morte, non si pratichi il lavaggio del cervello, non si indottrini alla fede del martirio islamico. Sono tutte cose che nelle moschee accadono: dobbiamo esigere che nelle moschee si parli la lingua italiana e che si diffondano dei valori condivisi dalla società italiana. Questo nelle moschee secondo me non accade”.
Ma quindi secondo lei, in pratica, si deve impedire ai musulmani di pregare o in alternativa continuare a farli pregare, come avviene adesso, in garage e parcheggi? Non dimentichiamoci che in Italia ci sono centinaia di migliaia di musulmani arrivati qui per lavorare, nel rispetto delle leggi, e i cui figli vanno nelle scuole italiane e anzi, aggiungo, sono italiani a tutti gli effetti. Questa esperienza non ci insegna nulla?
“Mi ripeto: fermo restando il legittimo diritto alla libertà religiosa, in uno Stato di diritto i diritti e i doveri devono andare di pari passo. Dobbiamo garantire che le moschee al pari di chiese e sinagoghe siano luoghi di culto e basta dove si propugnino principi che noi condividiamo. E secondo me purtroppo questo non accade. Se lei leggesse il Corano e avesse modo di capire quello che si predica all’interno delle moschee cambierebbe idea. Io sono stato musulmano, conosco bene quella realtà. Quindi non si tratta di affermare quei principi astratti, noi non possiamo essere così naif da affermare che la legge sia soltanto un corpo formale e non sostanziale. Consideriamo intendo dire i contenuti dei diritti, altrimenti ricordiamoci che il nazismo arrivò al potere attraverso l’esercizio formale della democrazia”.