di Pier Luigi Fornari

Tutelare la salute della donna, scongiurando che i paletti posti a sua garanzia da una legge dello Stato siano scardinati in modo surrettizio, a prescindere dalle decisioni del Parlamento. Il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, spiega l’approccio seguito dal governo sull’uso della Ru486 in Italia. Una linea ribadita e rafforzata dall’ultimo parere del Consiglio superiore di sanità (Css) in materia, notificato giovedì dal ministro della Salute, Ferruccio Fazio, alle regioni. Il parere conferma che l’unico modo legittimo di usare la Ru486 nel nostro Paese è il ricovero ordinario fino all’avvenuta espulsione del feto.

«Adesso nessuna regione può esimersi da un rigoroso rispetto delle modalità indicate dal Css – argomenta il sottosegretario alla Salute -, perfettamente in linea con i suoi precedenti pronunciamenti e anche con il parere di compatibilità con la legge sull’aborto già espresso dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Quel documento, peraltro, si basava sulle conclusioni dell’indagine svolta dalla commissione Sanità del Senato in materia».

Ma per evitare il ricovero ordinario, basta che le donne firmino per uscire dall’ospedale…
Se questo avvenisse, come evidenzia il Css, non sarebbero assicurate alle donne le stesse garanzie dell’aborto chirurgico. Non avrebbero, infatti, nessun supporto medico-sanitario di fronte ai sintomi successivi alla somministrazione del farmaco, sarebbero lasciate da sole a valutarli, con grave rischio per la loro salute. La letteratura scientifica a livello internazionale ha documentato che vari decessi sono stati provocati dalla sottovalutazione delle avvisaglie di una emorragia.

La donna – si obietta – non può essere costretta a restare in ospedale…
Sarà decisiva l’informazione fornita dalle strutture sanitarie. Il parere del Css implica che essa sia corretta e dettagliata anche in merito agli eventi avversi, gli effetti collaterali e le possibili complicanze. È evidente che non ci si può limitare ad applicare quelle indicazioni solo in modo formale e ipocrita, con un rispetto solo di facciata, in realtà perseguendo solo obiettivi economici, organizzativi o magari politici. Se, di conseguenza, la donna decidesse di uscire senza conoscere i reali rischi che corre, tornerebbe a porsi il problema della incompatibilità dell’uso della Ru486 con la legge 194.

In che senso?
Il nostro ordinamento non consente né l’aborto a domicilio né una sua banalizzazione. In Italia l’interruzione volontaria della gravidanza non è un diritto privato e individuale ma un problema di tutta la collettività. La maternità ha un valore sociale. Infatti per evitare la sua negazione la legge prevede tutta una serie di interventi di sostegno. Questa scelta del legislatore, anche se in buona parte è ancora da attuare, ha già dato dei frutti. Per questo il numero degli aborti in Italia è nettamente in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei.

Ma in che modo evitare una banalizzazione dell’aborto per via farmacologica?
La conferma da parte del Css della linea seguita dal governo comporta, adesso, un attento monitoraggio della sua applicazione su tutto il territorio nazionale. Dopo la notifica di Fazio dobbiamo chiedere alle regioni di fornire dati dettagliati sull’uso della Ru486, che documentino se esso avverrà effettivamente in regime di ricovero ordinario.

Se così non fosse, il governo prevede qualche intervento straordinario?
Nessun intervento straordinario. È la stessa normativa di mutuo riconoscimento avviata a livello europeo per l’introduzione in Italia della Ru486 a subordinare l’immissione di farmaci abortivi alla compatibilità con i limiti previsti dalle legislazioni nazionali. Il ministro Sacconi del resto ha già comunicato alla Commissione della Ue che l’uso di quella pillola è compatibile con le nostre norme solo a condizione che l’intera procedura abortiva si svolga in ospedale. Ma questa garanzia non può essere data a priori, deve risultare da una attento monitoraggio dell’assunzione della Ru486.

© Avvenire – 20 marzo 2010