intervista a Eugenia Roccella
Tratto da Il Sussidiario.net il 23 luglio 2009

L’approvazione della moratoria internazionale sull’aborto imposto ha riaperto in Italia il dibattito sui temi etici già risollevato potentemente dal caso di Eluana Englaro.

Libertà, diritto, politica, conquiste civili, difesa della vita e laicità sono termini che sono tornati di nuovo al centro del dibattito politico come non avveniva dalla fine degli anni settanta. Ilsussidiario. net ha fatto il punto di tutti i temi che si stanno intersecando in queste combattute sedute parlamentari con Eugenia Roccella, sottosegretario del ministero del Welfare e grande protagonista nelle battaglie civili sui temi etici.

Sottosegretario Roccella, cosa pensa della moratoria sull’aborto proposta dall’onorevole Rocco Buttiglione?
Si tratta di un’iniziativa che può essere particolarmente significativa, soprattutto dopo le politiche a cui abbiamo assistito da parte anche di organizzazioni non governative legate in qualche modo alle Nazioni Unite.

La battaglia sull’aborto c’è da diversi anni. I valori e i problemi attuali sono diversi dall’inizio?
Dagli anni ‘60 si è diffusa l’idea che lo sviluppo economico fosse collegato a una fissità delle risorse. Le risorse erano un dato incomprimibile e immodificabile. Su che cosa si poteva intervenire allora? Sulla popolazione, attraverso i nuovi metodi di controllo delle nascite, e l’aborto era in tal senso un elemento essenziale. Il controllo della natalità era considerato un fattore di sviluppo. L’aborto è stato questo, non la “libera scelta delle donne”, ma un fondamentale elemento di questo teorema, soprattutto in moltissimi paesi del terzo mondo, perché non esiste una politica sul controllo delle nascite che sia attuabile senza l’aborto.

Ritiene che ci siano lobby internazionali che premono per utilizzare l’aborto per il controllo delle nascite?
Più che di lobby, il problema è politico. Si è partiti con dei piani finanziati da alcune Ong e poi attuati dai governi in maniera autoritaria. Il compagno violento dell’aborto era, ed è tutt’oggi, la sterilizzazione, che non sempre è coatta e non per forza dev’esserlo. Non c’è bisogno, infatti, che un aborto sia coatto perché risulti essere una violenza. Bastano le politiche di promozione, che spingono all’aborto.

Pensiamo che ci sono 160 milioni di donne sterilizzate nel mondo. Nei paesi molto poveri, come il Bangladesh per esempio, davano un “sari” alle donne che venivano sterilizzate; queste, una volta vendutolo, ne ricavavano soldi da spendere per mantenere la famiglia per mesi. È chiaro che è una forma di promozione nei confronti di donne che non sanno nemmeno esattamente a che cosa vanno incontro.

Crede che la legge 194 sia sempre stata applicata in modo aderente allo spirito con cui è stata scritta?
Si sa che tutta la prima parte non è stata mai applicata, e ci sono alcuni punti che non vengono mai applicati. Penso, per esempio, a quello in cui si dice che l’aborto non è consentito quando c’è la possibilità di vita autonoma del feto. Tale questione ha suscitato un dibattito molto forte dopo il caso di “Careggi”. Ci sono ospedali che hanno posto nel proprio statuto alcuni limiti, ma c’è bisogno di dare una linea omogenea. Più che attraverso una correzione legislativa, questo si può fare soltanto attraverso linee guida condivise con le regioni.

E per quanto riguarda la legge 40?
Sulla legge 40 ci sono sempre state forzature di tipo giurisprudenziale, cioè continui tentativi di aprire varchi nella legge, soprattutto per quanto riguarda la diagnosi pre-impianto e il numero degli embrioni da produrre. La Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che conferma tutto l’impianto della legge, ma sposta la responsabilità di quanti embrioni bisogna produrre dal legislatore al medico, e questo principio è giusto. Se ciò non viene usato in modo strumentale è un criterio sul quale possiamo essere d’accordo, considerando che rimane in piedi il divieto di crioconservazione e la dicitura in cui si afferma che il numero di embrioni da produrre dev’essere strettamente necessario. Se ci fosse un’applicazione corretta della sentenza non ci sarebbero problemi. Resta il dubbio che nella prassi possa essere usata come un varco per tentare di stravolgere la legge o applicarla in modo diverso da quanto stabilito dal legislatore.

Dopo l’approvazione al Senato, il ddl sul fine vita sembra incagliato alla Camera. Si vorrebbe ripartire da un nuovo testo. Secondo lei come andrà a finire?
Questa è una legge di iniziativa parlamentare, quindi come rappresentante del Governo non posso entrare più di tanto nel merito della questione.

Non si può non tenere comunque conto del testo votato dal Senato. Al Senato è stato votato un testo di legge dopo un dibattito molto approfondito, con delle modifiche volute e accolte dall’opposizione.

Inoltre questo testo ha attraversato 60 votazioni segrete in cui molto spesso abbiamo avuto una maggioranza più ampia di quella che avevamo sulla carta, e proprio sui punti critici. C’è una altro fatto interessante per quanto riguarda l’atteggiamento dell’opposizione: attualmente la legge è valida solo per quanto riguarda gli stati vegetativi, e al Senato era stato fatto un emendamento per allargarla anche ad altre condizioni di incapacità di intendere e di volere. E c’è stato un voto contrario. Insomma quel testo non è uscito da uno scontro fra maggioranza e opposizione in cui la prima si è chiusa a riccio. Di tutto questo la Camera deve tenerne conto.

Il Ministro Sacconi ha ribadito che il diritto all’idratazione e all’alimentazione non potranno essere oggetto di modifiche. La maggioranza riuscirà a mantenere questo intento?
Su questo è il Parlamento che deve decidere, ma sono fiduciosa. Penso che in Parlamento ci sia una maggioranza che considera l’idratazione e l’alimentazione non come terapie. E quindi non possono rientrare nella disponibilità della scelta del paziente, perché l’articolo 32 della Costituzione è chiaro: c’è la libertà di scegliere le terapie, non di scegliere di morire. Il problema è proprio questo: non configurare un diritto a morire.

In una recente intervista al Corriere della Sera, il Cardinal Scola ha richiamato a un impegno anche per le cure palliative e la terapia del dolore. Cosa intende fare in tal senso il Governo?
Il Governo ha già fatto qualcosa: ha già destinato 100 milioni di euro, negli obiettivi di piano di quest’anno, alla costruzione delle reti per le cure palliative e la terapia del dolore. Adesso si è aperta la discussione sulle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) solo dopo che la commissione ha chiuso l’esame del testo sulle cure. Noi avevamo fatto questa promessa: al Senato si sarebbe iniziato a lavorare sul testamento biologico, mentre alla Camera si sarebbe andati con le cure palliative, e questo patto è stato mantenuto.

A proposito di Dat, c’è dice che vi sia stata un’improvvisa accelerazione alla Camera su questo tema…
In realtà il problema è l’esatto contrario: l’opposizione ha fatto un po’ di “melina” sulle cure palliative per non arrivare alla discussione sul testamento biologico, e quindi noi abbiamo voluto dare un’accelerazione, che in realtà cerca solo di rimediare a un ritardo. Vorrei aggiungere anche una cosa: è chiaro che c’è una connessione di civiltà e di carità fra le cure palliative e l’eventuale legge sulle Dat. Noi vogliamo sottolineare che ognuno ha il diritto a non soffrire, a vivere una fine dignitosa e un accompagnamento alla morte il più amoroso possibile.

Questo è qualcosa che dev’essere visto ormai come un diritto ed è un forte perno dell’idea di solidarietà che noi vogliamo coltivare. Vogliamo una società in cui l’etica della cura sia centrale, che non abbandoni nessuno, in particolare quelli che stanno morendo. Gli ultimi momenti di una vita sono quelli che ne testimoniano l’unicità. Ma non c’è uno stretto legame fra l’ideologia del testamento biologico e le cure palliative.

Cosa intende dire?
Il testamento biologico è in molti casi un’affermazione di tipo ideologico, e non è un caso che chi fa i testamenti biologici in questo particolare momento siano per lo più persone giovanissime senza alcun problema di salute. Questo dimostra due cose sul testamento biologico. Da una parte l’affermazione dell’autodeterminazione, un atteggiamento che esclude la relazionalità: io decido quando morire. Dall’altra parte (ed è la situazione più pericolosa), l’idea che in una condizione di patologia, soprattutto grave, la vita non merita di essere vissuta. Da ciò deriva un’idea della disabilità come una vita non di qualità, legata a degli standard, e non alle potenzialità del singolo.

Cosa pensa dell’iniziativa di chiedere l’istituzione di registri comunali sul testamento biologico?
Io penso che dobbiamo fare una legge sul tema, e che in questo momento c’è una rincorsa a metodi surrettizi che si sostituiscono all’unica iniziativa legittima, che è quella rispettosa delle competenze del parlamento e dei valori democratici di questo Paese.