Nelle motivazioni della Corte costituzionale di Mumbai che ha salvato la vita alla “Eluana” locale dopo una lunga battaglia legale, la lode al comportamento di chi ha accudito la donna in stato vegetativo: «È la miglior espressione della nostra cultura»
di Gianfranco Amato
Tratto da Avvenire

Di Aruna Shanbaug abbiamo parlato tempo fa. È un’ex infermiera indiana che nel 1973 ha subito uno stupro e un tentativo di strangolamento nel reparto in cui lavorava presso il Kem Hospital di Mumbai. Da quel maledetto giorno si trova in uno stato vegetativo “persistente”. Abbandonata dalla famiglia, dal fidanzato, dagli amici, la donna continua ad essere amorevolmente accudita, nello stesso nosocomio in cui prestava servizio dalle colleghe infermiere, le quali hanno reagito in maniera veemente all’iniziativa legale intrapresa da un’amica di Aruna per far sospendere l’idratazione e l’alimentazione. Un caso Englaro in India, per farla breve. Sulla vicenda, però, i magistrati della Corte Suprema indiana, a differenza dei colleghi italiani, hanno ritenuto di accogliere le conclusioni del Procuratore generale, secondo cui Aruna ha diritto di vivere anche nel suo stato, «non potendosi in alcun modo giustificare la soppressione di un’esistenza umana attraverso l’interruzione di atti essenziali quali l’idratazione e l’alimentazione», un’azione che non solo apparirebbe «crudele, inumana e intollerabile», ma «che non è assolutamente prevista dall’ordinamento giuridico indiano, ed è anzi contraria alla legge».

Sempre nelle sue conclusioni il Procuratore generale ha rilevato, tra l’altro, che un eventuale atto di crudeltà quale quello di far morire di fame e di sete un malato avrebbe «vanificato l’amorevole dedizione rivolta ad Aruna dalle colleghe infermiere negli ultimi trentotto anni», ingenerando un sentimento di «delusione e scoramento su vasta scala», dato che «la società indiana è per sua natura sensibile ed orientata all’assistenza». «Noi non mandiamo i genitori a morire nelle case di riposo, come accade nelle società occidentali», ha provocatoriamente sottolineato lo stesso Procuratore generale, e «siamo più fiduciosi nella capacità che il progresso scientifico riesca a trovare in futuro soluzioni a malattie oggi considerate incurabili». Un’ottima lezione, insomma, all’opulento Occidente.

La buona notizia della decisione presa dalla Corte Suprema è stata accolta con gioia da parte delle nurse del Kem Hospital. «Aruna era una di noi, e lo sarà sempre, perché ora appartiene alla nostra famiglia», ha affermato commossa l’infermiera Agnes Thomas. Più determinata, anche in virtù del ruolo, è stata la caposala Archana Jadhav: «Noi eravamo certe che i giudici si sarebbero pronunciati a favore della vita». Lapidario ma efficace è stato il commento del direttore dell’ospedale: «Sono felice che l’umanità abbia prevalso». La Supreme Court of India, nelle motivazioni della sentenza n. 231/2011 SC, emessa lo scorso 7 marzo, ha tenuto a rilevare l’encomiabile comportamento delle infermiere, definendolo «semplicemente meravigliose». Per questo «tutto il Paese dovrebbe imparare da loro cosa significhi davvero dedizione e sacrificio».