di Vittorio Messori
Tratto da La Bussola Quotidiana il 13 gennaio 2011
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Il giorno 10, lunedì scorso, a questo “aperitivo” è stato messo il titolo Elogio dell’unità d’Italia.

È stato messo, dico, perché – come avviene in tutti i giornali – i titoli sono fatti dalla redazione e non dall’autore del pezzo. Inoltre, questi miei sono piccoli “sfoghi“ telefonici, senza la mia revisione, con dunque la possibilità di qualche fraintendimento od equivoco.

Alcuni lettori mi hanno detto la loro perplessità, pensando che io abbia cambiato parere rispetto ai tempi in cui, scrivendo la biografia del beato Faà di Bruno e presentandola al Meeting Rimini (provocando così uno scandalo che fu in prima pagina e nei titoli dei telegiornali per alcuni giorni) denunciavo i miti e leggende su quello che fu detto “Risorgimento” e il nascondimento fazioso dei suoi errori se non degli orrori. Come, ad esempio, la cosiddetta “guerra al brigantaggio“ che in realtà fu una campagna militare contro la resistenza del Sud e che provocò molti più morti che tutte le guerre di “liberazione nazionale“.

Sono poi tornato sul tema in qualche articolo per la rubrica “Vivaio“, ora ospitata da Il Timone, ma allora su Avvenire. Ebbene, sia ben chiaro: riscriverei le stesse cose, di cui non mi sono affatto pentito. Ma, mentre allora fui isolato (anche dai cattolici, a cominciare dall’Osservatore romano di Agnes che mi attaccò duramente) ora, vent’anni dopo, la demitizzazione è talmente dilagata che il conformismo attuale è quello anti-risorgimentale.

Come dicevo nel pezzo di lunedì, ho orrore del politicamente corretto, delle idee di maggioranza, e credo dunque che sia necessario distinguere tra unità italiana e mezzi impiegati per raggiungerla. Ricordavo la frase di Sturzo, secondo il quale per raggiungere quell’unità, che in sé era un bene, fu fatto anche molto male. La nazione italiana è tra le più antiche d’Europa, rimontando addirittura al tardo impero romano, mentre lo stato italiano è tra i più recenti.

Un po’ come avvenne per la Germania, la Polonia, in parte l’Irlanda. Nelle catalogazioni medievali, non appariva la “nazione francese“, “inglese“ o “spagnola“, ma quella “italiana” sì. Anche se scritta solo da dotti, la lingua univa tutte le regioni, tanto che non è certo abusivo parlare di una letteratura nazionale che comincia ancora prima di Dante e proprio al Sud, la “scuola siciliana“.

Tutti – papato compreso e Pio IX tra tutti – avevano coscienza di questa antica appartenenza nazionale e auspicavano qualche forma di unione tra le varie parti della Penisola. Dante, Petrarca, Alfieri poi Leopardi scrivevano infiammate “odi all’Italia“. Il problema non è dunque quello dell’unità, che non è seriamente discutibile, ma il modo per raggiungerla: e quello scelto – o subìto? – nel XIX secolo merita, documenti alla mano, tutte le cose che ho detto e che tuttora ribadisco, senza attenuanti.

Oddìo, da storico di quel periodo, sin dai tempi universitari, so che ci sono cose che vanno al di là delle intenzioni dei singoli. Ad esempio: quelli che lamentano che sia stato scelto il centralismo di scuola giacobina, dimenticano che proprio nel 1861, alla morte di Cavour, scoppia la terribile guerra americana di Secessione, gettando discredito sulla forma federalista. Un altro stato federale, la Svizzera aveva visto un’altra guerra civile, quella del Sonderbund., che non scherzò quanto a ferocia.

Solo da noi, poi, la Questione Romana complicava tanto le cose che soltanto nel 1929 si giungerà a scioglierla. Malgrado queste “ attenuanti“, molti errori furono compiuti, molte faziosità – soprattutto contro i cattolici – furono praticate, molte menzogne furono spacciate: sia allora che nei tempi successivi, fino a noi.

Questo dissi ai tempi in cui fui trasformato nel “mostro di Rimini“ da una canea conformista che unì destra, centro, sinistra. E questo ribadisco ora, senza sconti. Anche se, da cattolico, sono d’accordo con i Papi, a partire da Paolo VI (ma in fondo anche da prima) che hanno riconosciuto che pure in quello che fu il dramma per giungere all’unità, Dio – come al solito – ha saputo scrivere dritto su righe che, spesso, furono molto storte.

E proprio il patriota e beato Francesco Faà di Bruno, che fu perseguitato da quella Patria che sempre servì da “ italiano serio“ (e la cui storia che avevo raccontato mi meritò una lapidazione mediatica) mi sembrò, e tuttora mi sembra, una icona esemplare di questa parabola contraddittoria.