di Andrea Monda
Tratto da L’Osservatore Romano del 30 agosto 2009

Nel 1948 Graham Greene scrive Il nocciolo della questione che contiene, nella prima pagina, questa  citazione tratta da Charles Péguy: “Nessuno è così competente come il peccatore in materia di cristianesimo. Nessuno se non il santo”. È una specie di manifesto della poetica dello scrittore inglese che parlerà sempre dell’uomo, dell’uomo che vive nella storia, cioè nel “già e non ancora”, che è sempre a un tempo santo e peccatore.

Nei suo Saggi cattolici aveva peraltro affermato: “È un controsenso, infatti, voler ritrarre un’umanità peccatrice in una letteratura scevra di peccato”. Il protagonista del capolavoro di Graham Greene, Il potere e la gloria, del 1940, è un prete, a un tempo santo e peccatore. Il romanzo nasce dall’esperienza del viaggio che lo scrittore inglese aveva fatto nel Messico da poco fuoriuscito dagli orrori della persecuzione anti-cattolica che oltre un decennio prima si era scatenata in quella nazione. Pur essendo radicata nella realtà messicana, la storia de Il potere e la gloria ha il sapore di una “favola eterna” al punto tale che il protagonista non ha nemmeno il nome. Questo anonimo prete forse permette, più di tante altre figure letterarie o cinematografiche di sacerdoti, di comprendere o quantomeno intuire il senso e il mistero del sacerdozio cattolico. Il lettore non ci troverà niente di “edificante” in questo crudo e cupo racconto, anzi toccherà con mano tutte le fragilità e le cadute che i sacerdoti, come gli altri uomini, vivono necessariamente sulla loro difficile via verso la santificazione.

La trama è apparentemente semplice e coincide con la storia di un prete corrotto e vigliacco durante la persecuzione anticristiana messicana. Non solo ha tradito la sua vocazione – ha avuto infatti una figlia da una relazione con una donna – ma continuamente manca alla sua missione fuggendo alla persecuzione di quegli anni feroci vivendo praticamente alla macchia e occultando i segni del suo ministero. Tutto il libro, sino al finale a sorpresa in cui il prete vigliacco ritrova il coraggio e vivendo da prete subirà il martirio della fede, è la descrizione di quel “continuamente”. In un breve, intenso articolo nello stesso 1940, intitolato A casa e dedicato alla descrizione dei quartieri di Londra distrutti dai bombardamenti nazisti, Greene scrive: “Ci si abitua a qualunque cosa… “. Però poi aggiunge: “Ci sono delle cose alle quali non ci si abitua mai perché non hanno connessione: la santità, la fedeltà e il coraggio degli esseri umani abbandonati al libero arbitrio: simili virtù appartengono ai vecchi edifici delle università e alle cattedrali, reliquie di un mondo con fede”.

Il potere e la gloria parla di questa santità che spezza l’abitudine, che interrompe la “connessione” – viene in mente Eliot che chiamava la Chiesa “La Straniera” – che spezza l’abitudine, la catena del vizio. Il prete corrotto a un certo punto riacquista il coraggio e la fedeltà e proprio nel finale, smette di fuggire e, semplicemente, vive il sacerdozio in pienezza, fino in fondo, pagando con la vita la sua fedeltà a Cristo e la sua carità verso il prossimo.

Particolarmente efficaci sono i peraltro rari dialoghi del romanzo che intervengono nei momenti in cui il protagonista incontra persone, per lo più ostili, lungo il suo calvario. In particolare è illuminante il dialogo tra il prete e il suo carnefice, nel momento in cui sta per essere fucilato e con queste parole si rivolge al luogotenente, rivoluzionario, razionalista e ateo, che lo ha catturato: “Questa è un’altra differenza tra noi. È inutile che lavoriate per il vostro scopo, a meno che non siate un uomo buono voi stesso. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora si avrà di nuovo tutta la vecchia fame, le violenze, l’arricchirsi ad ogni costo. Ma il fatto ch’io sia un codardo, e tutto il resto, non ha molta importanza. Posso mettere Dio lo stesso nella bocca di un uomo, e posso dargli il perdono di Dio. Anche se ogni prete della Chiesa fosse come me, non ci sarebbe nessuna differenza sotto questo aspetto”.

Le rivoluzioni solamente umane hanno bisogno di eroi, di super-uomini, mentre la Chiesa di Cristo esige solo il sì di semplici e veri uomini, la loro totale adesione, perché la fede cristiana, come ricorda l’introduzione della Deus caritas est di Benedetto XVI, non è frutto di una grande idea o di una teoria filosofica ma di un incontro tra due persone, quella di Cristo con quella del credente, un incontro reale tra persone vere, con tutte le loro limitazioni.

Non può non venire in mente una delle più belle immagini di Chesterton – con cui Greene era imparentato per via della moglie – relative al mistero della Chiesa: nel saggio Eretici del 1905, in polemica con Shaw e la sua teoria del superuomo, Chesterton spiega che “quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole”.

Un successore di Pietro, Paolo VI, aveva molto apprezzato il romanzo di Greene e quando incontrò in udienza privata l’autore si complimentò con lui. Lo scrittore non perse l’occasione per far notare al Santo Padre che quel romanzo negli anni Quaranta era stato messo all’indice dal cardinale Giuseppe Pizzardo all’epoca prefetto del Sant’Uffizio (e Papa Montini non si fermò a toglierlo dall’indice, ma soppresse l’indice stesso).

La sorte paradossale di questo grande romanzo ripete la paradossalità interna alla vicenda raccontata dall’autore che immette in questa storia tutta la forza del cattolicesimo “paolino”, quella forza che sta nella debolezza; anche la Chiesa, come ricordava Chesterton, è soggetta a questa condizione paradossale. In un altro dei suoi racconti più toccanti, L’ultima parola Greene immagina la morte dell’ultimo Pontefice che, con le sue ultime parole, converte il suo carnefice.

Il problema che spesso nasce nei confronti dei sacerdoti è quello della “dis-incarnazione” per cui il credente, spesso in ottima fede, vede nel sacerdote non un uomo in carne ossa ma un’idea astratta, l’idea dell’autorità perfetta, moralmente immacolata, trascinante e vincente. Il romanzo di Greene compie il fondamentale lavoro di riportarci con i piedi per terra e farci toccare con mano la carne e le ossa dei sacerdoti, quelli veri. Una formidabile iniezione di sano realismo, ecco cos’è questo splendido romanzo dello scrittore inglese.

In quanto profondamente cattolica l’opera di Greene si distingue per la sottolineatura data all’elemento materiale. L’autore cioè fa sentire fortemente il peso, la corporeità e la fisicità dell’esistenza umana e della sua fede nel cattolicesimo che, ricorda Romano Guardini, è la religione più materialista di tutte. Nel momento della conversione al cattolicesimo Graham Greene scelse come nome cristiano quello dell’apostolo Tommaso, l’apostolo incredulo che per credere vuole mettere il dito nelle ferite di Cristo. A una religione totalmente irrazionale, capricciosa e disincarnata Graham Greene contrappone la forza di una fede che coabita in un dinamismo vivificante tra corpo e anima, tra pensiero e materia, razionalità e affettività.