fiore purpureo della bassa bolognese uccisa a Maccaretolo il 6 Maggio 1945

Rosina AttiROSA ATTI

nata 25 agosto 1916
battezzata 26 agosto 1916 a Maccaretolo
morta in Cristo 6 maggio 1945

Maccaretolo, 5 Maggio 1995

Ogni volta che mi soffermo davanti al battistero dove Rosina diventò figlia di Dio, adoro lo Spirito Santo, Spirito di Santificazione.

Qui Rosina, il 26 Agosto 1916, il giorno dopo la sua nascita, rinacque alla vita della Grazia. “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono? Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione ed hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il Sangue dell’Agnello” (Ap. 7, 13-14)

Ma Rosina non ha mai macchiato la veste battesimale? Noi riconosciamo che Rosina – nell’economia della Grazia – è una creatura privilegiata.

Quando visito il nostro cimitero, mi soffermo davanti alla tomba dei suoi genitori: è la più umile, senza lampada elettrica, qualche fiore, qualche lume.

Alfonso Atti e Scolastica Dovesi erano i vessilliferi di una generazione squisitamente cristiana. Avevano solo una cultura elementare, ma erano imbevuti di vero cristianesimo e di forte buonsenso: cinque figli maschi, cinque figlie femmine: tutti sani, forti, intelligenti. Conducevano un podere a mezzadria: rispettavano il proprietario e questi rispettava loro (Ef. 6, 5-9).

I ragazzi, al mattino, mentre rigovernavano il bestiame, si rispondevano nelle preghiere che poi venivano riprese a tavola e, a sera, si concludevano, in famiglia, con la recita del rosario.

Una famiglia come tante in quei tempi, che però si distingueva dalle altre famiglie contadine: parlavano in italiano e questo suscitava un po’ di ilarità; non accettavano scempiaggini nella conversazione pur favorendo il dialogo più caloroso. Avevano un sacro rispetto per la festa e per le tradizioni cristiane e si distinguevano per l’amore verso i poveri e i diseredati.

Era compito particolare di Rosina prendersi cura degli zingarelli: li lavava, li pettinava, dava loro un piatto di minestra e li metteva a dormire nello “stanziolo” (piccolo ambiente destinato a deposito di foraggio per il bestiame) dove, a quei tempi dormivano, a volte, i ragazzi che andavano a servizio presso i contadini.

Quando in paese arrivavano zingari, la gente tranquillamente li mandava presso la famiglia Atti. Questo interessamento per i derelitti non andava a discapito del lavoro nei campi, che era proposto a tutti i familiari come presupposto per una buona conduzione e questo modo di fare degli Atti era diventato una sorta di prototipo, al punto che il figlio Antonio fu chiamato a Roma come rappresentante dei contadini alla Camera delle Corporazioni.

Questi meriti quadrilustri familiari cosa segnarono nella vita di Rosina?

Noi sappiamo che lei, pur distinta nella persona, non si sottraeva ai lavori più umili e pesanti.

Un giorno una sua amica, chiamata “a giornata” a lavorare accanto a lei, si accorse che Rosina, in seguito ad una mossa imprevista, fece una smorfia. Rosina, interrogata insistentemente, dovette confessare all’amica che portava il cilizio.

Era esuberante nella persona: per contenersi moralmente, praticava la mortificazione cristiana.

Non tollerava parole sconce o poco riguardose verso la religione.

Un giorno, con animo forte, riprese un gruppetto di giovinastri che bestemmiavano: si dice che anche questo episodio, per ritorsione, abbia pesato sulla sua fine.

In seguito all’instaurazione dell’infausta Repubblica di Salò, dopo l’8 Settembre 1943, la convivenza degli Italiani diventerà delicatissima: bisognerà schierarsi o da una parte o dall’altra; per alcuni, con il carico di millantati valori maturati anche nel sacrificio e nel sangue di una guerra sciagurata, per altri con la prospettiva, dandosi anche alla macchia, di perseguire un futuro radioso ma certamente sconvolgente.

In questa alternativa la famiglia Atti dovette pagare un duro scotto.

Il profilarsi della vittoria degli Alleati indusse il fratello Antonio a ritornare con la famiglia presso la casa paterna; contemporaneamente il genero Baraldi diventò il Reggente di San Pietro in Casale.

Gli attentati contro il Reggente erano all’ordine del giorno; in un agguato mortale questi riuscì a salvarsi in modo fortunoso.

La reazione partigiana si scatenò allora sulla famiglia Atti con il fuoco appiccato alla casa. Rosina trovò ospitalità per qualche tempo presso le famiglie vicine.

Fu in una simile occasione che il Canonico Nicola Mattioli, parroco della vicina Gavaseto e insegnante di Sacra Scrittura al Seminario Regionale di Bologna, confessore di Rosina, le offerse (come Padre Crtstoforo a Lucia nei Promessi Sposi), un rifugio sicuro. Ella declinò l’offerta dicendo:
Non ho lasciato la famiglia quando volevo farmi suora (dovendo accudire alla mamma colpita da ictus) non la lascierò nemmeno adesso, per salvarmi la vita.

Frattanto la sua attività di Presidente della Gioventù Femminile di Azione Cattolica continuò ininterrotta anche se l’assistenza alla mamma le lasciava poco tempo libero.
S’interessava con impegno anche per le recite della filodrammatica; una volta interpretò mirabilmente la figura di una Madre Superiora.

Sembravi proprio una suora nata!
Era mio desiderio prendere il velo come mia sorella Licia, ma poi, la malattia della mamma…

Rimase memorabile la sua ultima “tre giorni”, conclusasi con la festa di S. Agnese, guidata nel 1945, da don Marino Dal Fiume, allora cappellano a San Vincenzo di Galliera.

Piena di fervorosa attività fu per lei anche la giornata per l’Università Cattolica, fatta di umili iniziative a causa della guerra disastrosa, ma sempre fortemente sentita nello spirito di Armida Barelli.

La vita di Rosina sembrava ritmata sulla regola benedettina “Ora et Labora”, però non all’insegna del “collo torto”, anche se portava sempre la corona del Rosario.

Nella primavera 1945 i giorni che restano ancora per Rosina si contano ormai sulle dita delle mani. Precedentemente, la lotta partigiana, con l’incendio dell’anagrafe comunale nell’asilo di Massumatico, aveva scatenato la ritorsione dei repubblichini che il 17 Settembre 1944 avevano mandato i corrigendi di Via del Pratello per un’azione punitiva nella Valli delle Tombe, con la conseguente morte di alcuni partigiani.

Il territorio di Maccaretolo diventò una polveriera esplosiva: il medico Ioppolo, attirato in un’imboscata, non tornò più a casa. La sua infermiera Elsa Bergami, delegata delle Beniamine ed Elide Varotti, di lei amica, maestra elementare e delegata Aspiranti, furono rapite sulla strada di Bologna senza più far ritorno.

In paese vennero rubate armi da guerra e i sospetti dei tedeschi caddero su un capo partigiano che riuscì a salvarsi nascondendosi. Questi era di casa presso gli Atti; avrà sospettato che qualcuno (la Rosina?) si sia lasciato sfuggire qualche accenno?

Il 22 Aprile, alle ore 22, un grosso carro armato degli Alleati si fermò davanti alla Chiesa di Maccaretolo: era veramente la liberazione, dopo una tremenda giornata di battaglia con case bruciate e partigiani caduti sul campo. Quella sera aprì una nuova epoca: per alcuni di gioia, per altri di risentimenti, di rivendicazioni, di vendette, per altri ancora di terrorismo.

Anche Rosina venne portata in piazza, per la gogna della tosatura.

Si fece avanti allora un partigiano molto stimato e autorevole che intimò:
Ragazzi, portate subito a casa Rosina!

La preda è sfuggita loro di mano, ma per poco tempo.

Un’euforia incontrollata pervade le masse.
“Facciamo la festa di ringraziamento! A Bologna hanno portato in città la Madonna di San Luca: mettiamo anche noi sull’altar maggiore la Madonna della Rondine, con la Messa Cantata”.

Tutto viene preparato con solennità.
È la Domenica 6 Maggio.

Rosina venne presto alla Chiesa, si confessò, quella mattina, dal suo parroco e fatta la Comunione tornò a casa.

Alla messa delle ore 11 ipartigiani sono schierati, in divisa, lungo la corsia centrale della chiesa; è l’orario della Messa, ma Rosina, che è l’animatrice della corale, tarda ad arrivare. Quando giunge, Madre Vincenzina – che accompagna all’Armonium – la rimprovera: Rosina tace.

Alla fine della Messa dice ad una sua amica:
Non mi sentivo di venire, poi mi sono fatta animo e adesso sono contenta.

Per la funzione pomeridiana Rosina torna alla sua Chiesa. Ci sono le ragazze della Associazione che l’aspettano. Finita la funzione si prostra davanti all’Immagine della Madonna, immobile, col capo velato: tutti la osservano con trepidazione nella lunga sosta.

Uscendo dalla Chiesa raccoglie un ramoscello di glicine, che porta davanti alla Madonna di casa. Una ragazza dell’associazione la accompagna per un lungo tratto: è stato l’ultimo incontro di Rosina con la sua Chiesa: non vi tornerà nemmeno morta.

Quella sera la famiglia Atti si chiuse presto in casa dopo una giornata densa di emozioni, nell’imminenza di una notte carica di incubi pesanti: la Domenica precedente, in quelle stesse ore, i partigiani avevano fatto uscire Enrico Varotti, presidente dell’Amministrazione Parrocchiale e, a poche decine di metri dalla casa, lo avevano finito con un colpo alla nuca.

Ecco infatti che, sul tardi, i partigiani battono alla porta di casa Atti.
Apre Giovanni, l’unico fratello rimasto in famiglia perché menomato ad un occhio. Con nobile slancio egli si offre loro dicendo:
Prendete me!
– Vogliamo la Rosina!
– La Rosina è a letto!

Gli danno uno spintone e s’infilano su per la scala.
Vieni con noi! – le intimano.
A quest’ora venite a prendere una ragazza?!
– Vieni con noi! Presto!
– Vergognatevi! Che almeno mi vesta!
– poi si stringe a lungo con la sorella Maria, sposata Rango, in un abbraccio silenzioso.
In quell’abbraccio silenzioso, ci dicemmo tutto – dirà Maria.

Infine, senza salutare la mamma, parte con loro, senza piangere, senza reagire, come un agnellino che va al mattatoio.

Dopo un’attesa circa di una ventina di minuti, si sentì una scarica di armi verso le valli delle Tombe: quegli sparì rintronarono nel silenzio della notte ed un senso di sgomento pervase i cuori.

Quella notte a Maccaretolo si verificò un fatto inaudito. Si conoscono le ultime parole di Rosina davanti al plotone di esecuzione:
Questa mattina mi sono comunicata, fate quello che volete: so dove vado!

Beata te, Rosina, che hai seguito l’invito di Gesù:
“Davanti a chi vi vuole uccidere, non preparate la vostra difesa: lo Spinto vi suggerirà ogni cosa”.

“So dove vado” è un’affermazione che mai forse è stata pronunciata in simili circostanze. Nessuno può contestare queste parole.

Erano in diversi ad eseguire quella sentenza di morte.

Uno, piangendo, confesserà alla propria madre:
Io sparai. Lei mi guardava con occhi così aperti che mi spaventarono, allora scappai via.

Un altro porterà sempre disperatamente impressa nelle pupille l’immagine di Rosina.

Un altro – nome e cognome – in un luogo aperto al pubblico, si spegne le sigarette sulla pelle.
Che cosa fai?
È niente, in confronto a quello che ho fatto alla Rosina.

Che cos’era successo?

È una confessione uscita dalla bocca di quelli che l’hanno uccisa:
Rosina, pur crivellata di colpi, non cadeva a terra: dovemmo rovesciarla! – è una precisazione uscita dalla bocca di quelli che l’hanno uccisa, i quali – con forte dissenso contro chi aveva voluto quella esecuzione – affermavano:
Adesso ad uccidere ci andrai tu.

Questo, a Maccaretolo, nella generazione che ha vissuto quei fatti, è da tutti risaputo.

Quella stessa notte Rosina fu sepolta nella Valle con Buggini Paolo; ma siccome la fossa era poco profonda, una sua gamba rimase allo scoperto. Furono costretti, in seguito, a seppellirla altrove.

Nel 1950 Paolo Buggini venne esumato e i suoi resti ebbero funerali memorabili: nella sua fossa fu trovata una fibbia della cintura di Rosina.

Ma allora, dove si trovano i resti di Rosina?

Un’ordinanza della Prefettura di Bologna dispose, nel 1960, di inumare i resti di una presunta Rosa Atti nell’ossario del cimitero di S. Pietro in Casale.

Nel 393 Sant’Ambrogio venne a Bologna per glorificare le spoglie mortali dei protomartiri Vitale ed Agricola, i cui corpi erano stati rinvenuti nel cimitero degli Ebrei.

Per Rosina, come per San Massimiliano Kolbe, una simile glorificazione non potrà avere luogo. Il vero Trofeo di Rosina resterà il sacello del Battistero dove ella diventò Figlia di Dio: se figlia, anche erede.

Il Battistero di Maccaretolo è il suo sacrario; sul rinnovato pavimento marmoreo una persona – per riconoscenza verso Rosina – ha fatto incidere attorno alla vasca le parole del Siracide “Quasi Rosa plantata super rivos acquarum”. Se il Battesimo è indelebile, anche il trofeo battesimale rimarrà virtualmente per sempre.

I parrocchiani, davanti all’effigie di Rosina, mantengono sempre fiori freschi o piante ornamentali.

Il Cardinal Biffi, nella lettera ai parrocchiani di Maccaretolo, dopo la Visita Pastorale del 22 Novembre 1992, così si esprime:
“L’esempio fulgente di Rosina Atti, morta per la fede e per la sua passione ecclesiale, sia in mezzo a voi una scuola permanente di coerenza cristiana e di dedizione totale alla causa del vangelo.
Tenetene vivo il ricordo: i discepoli di Gesù dimenticano i persecutori, ma non si dimenticano mai dei loro martiri“.

A cura di
Don Bruno Salsini
parroco di S. Andrea di Maccaretolo
5 maggio 1995

“Quando accade qualcosa d’importante, tacere è come mentire”
Ristampa a.D. 2007, BB

da Il Mascellaro