di Guido Mattioni
Tratto da Il Giornale dell’8 novembre 2009

«Se parlate con mio marito, abbassate lo sguardo. È la regola». Può sembrare solo una frase, un invito nemmeno tanto perentorio. In realtà segna un abisso, un oceano, un deserto. Perché quelle poche parole spiegano più di qualsiasi libro che cosa separi chi le ha pronunciate – Fatima, 23 anni, nata e cresciuta vicino a Parigi, ma musulmana salafita – dalla gagliarda Marianna a seno nudo, simbolo della Repubblica francese, quella Madame Liberté dipinta da Eugene Delacroix mentre guida il popolo sventolando il tricolore.

Oggi, Marianna inorridirebbe. Perché non si trova alcuna traccia di liberté, di égalité e nemmeno di fraternité, nello sconcertante reportage al femminile, nell’islam radicale d’Oltralpe, scritto da due giornaliste del Figaro Magazine, Nadjet Cherigui e Axelle de Russé. Che tra diffidenze e ostilità, tra rare complicità e palesi minacce, sono riuscite a entrare nelle comunità musulmane più integraliste e a parlare con le donne velate. Quelle «puriste» – così le chiamano – «per le quali le regole della vita quotidiana non possono che ricalcare quelle del profeta Maometto. A costo di infischiarsene delle leggi della Repubblica».

Ed è poco lontano da Parigi, in un piccolo centro dell’Essonne, dove ancora i pensionati giocano alla pétanque sotto gli alberi della piazza, che le due inviate hanno incontrato Fatima, mamma e moglie. Con altre donne, lei si «concede» il jilbab, il nero abito salafita che lascia scoperto solo l’ovale. Ma di fronte a uomini che non siano il marito, Yvon, fornaio, (sposato com’è tradizione dopo un solo incontro ben codificato e sorvegliato, il moukabala), o davanti a una macchina fotografica, i suoi lineamenti graziosi, perfino truccati, scompaiono dietro al velo. «Sono la sola in famiglia ad aver fatto la scelta del velo. Ma ho letto il Corano e studiato la vita del Profeta e delle sue donne. Loro si coprivano, io faccio lo stesso – spiega Fatima -. Nell’islam ho trovato le risposte alle mie domande. È semplice, i divieti sono chiari», anche se ammette che l’unico che le è pesato davvero è stato dover rinunciare a lavorare. Per il resto, «basta seguire ciò che dicono i testi».

Come qualsiasi altra francese, Fatima usa Internet, ama lo shopping e le cene al ristorante con le amiche. «Tra noi parliamo anche di sesso, senza tabù». Delle leggi francesi, dice di accettare tutto, anche dover scoprire il viso ai controlli di sicurezza. Ma ciò che proprio rifiuta «è la scuola pubblica, incompatibile con troppi miei principi religiosi – spiega -. Per educare mia figlia ho cominciato già io, a casa, dandole i primi fondamenti. Più avanti, quando avrà l’età, andrà a una scuola privata. Musulmana».

Da un angolo all’altro della Francia, il reportage rivela sconcertanti analogie nel modo di pensare delle giovani musulmane radicali. Come convenire che tra uomo e donna non conta il colpo di fulmine, dato che «la priorità va data alla condivisione dei medesimi valori». La pensa così Kenza, 29 anni, abitante ad Avignone, che dice di non avere problemi a indossare anche in strada il niqab, l’abito che lascia libera solo una feritoia per gli occhi. «Io – rivendica lei orgogliosa – ho il velo nella mia stessa pelle».

Ma è nella banlieue parigina, a Gennevilliers, che il racconto assume toni ancor più duri, estremi, preoccupanti. Come quelli di Salima, vent’anni, che con uno sguardo glaciale anticipa alle due giornaliste il loro destino, poco importa se di miscredenti o cattoliche: «Brucerete all’inferno, a meno che non vi convertiate», sibila loro. E  la musica non cambia nella stessa capitale, 18° Arrondissement, lì dove alle donne non musulmane, quindi «impure», viene impedito di passare vicino alla moschea. Ci pensano uomini come quello incontrato dalle croniste del Figaro. «Noi siamo ogni giorno più numerosi – ha gridato in tono esaltato, puntando contro di loro un dito – e molto presto vi laveremo il cervello».

Non è fiction, non è un romanzo. Sono cose che succedono di questi giorni, nel cuore della Vecchia Europa, a Parigi. Proprio là dove si era combattuto per la liberté, l’égalité e perfino la fraternité. A pensarci, vien da piangere.