Donati: «Cambio di rotta o sarà declino»
di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire – Bologna 7 di domenica 7 marzo 2010

«La crescita in regione delle famiglie “unipersonali” rappresenta una situazione drammatica che andrebbe valutata come un punto d’arrivo di politiche familiari mancate. E di mancate politiche di coesione ed integrazione sociale, perché esse si fanno sulle reti primarie e quindi sulle famiglie».

Così il sociologo Pierpaolo Donati replica a quanti, in Emilia Romagna, stanno tentando di ridimensionare l’importanza della famiglia. «Chi sostiene questa tesi» aggiunge «si schiera con la strategia evoluzionistica: poiché le persone hanno sempre più difficoltà a fare famiglia, bisogna seguire la corrente e cercare di porre rimedio ai problemi che sorgono. Questa strategia è irrazionale e pericolosa: quando infatti la frammentazione delle famiglie raggiungerà il suo livello più alto non avremo più le risorse umane per creare un tessuto sociale vivibile».

C’è un’ alternativa?
Sì. Ma si deve invertire la rotta. Bisogna costruire un tessuto sociale e poiché la cellula fondamentale è la famiglia, guardare alle relazioni familiari. Credo ancora nell’idea che una politica sociale debba porre obiettivi di solidarietà, coesione, costruzione di reti familiari e non semplicemente inseguire tendenze di per sé negative.

Che giudizio dà sulle politiche familiari nella legislatura regionale appena conclusa ?
La Regione non ha prodotto effetti sensibili sul piano delle politiche familiari. Questa legislatura è stata un’occasione perduta sotto moltissimi aspetti. Da essa ci si aspettava un’effettiva politica familiare (anche a seguito della legge regionale sul sistema integrato dei servizi, in attuazione della legge 328). Purtroppo invece che avere un’effettiva politica indirizzata a sostenere le famiglie, a creare un tessuto sociale basato sulla loro forza e il loro capitale sociale, si è avuto esattamente il contrario. Per cui ad esempio i piani di zona sono stati praticamente privi di politiche familiari e per questo sono in gran parte falliti. Si sono ridotti a tre, quattro progetti sulla carta per le «emergenze»: famiglie con portatori di handicap o non autosufficienti, famiglie immigrate in condizioni disperate, famiglie patologiche con problemi interni di abuso e violenza.

Un giudizio condiviso anche dalla società civile regionale?
Avendo consultato una parte rappresentativa delle associazioni di società civile, promozione sociale, volontariato, cooperazione in regione, posso dire che esse sono rimaste deluse dall’applicazione della legge regionale, che pure prevedeva in linea di principio non solo una consultazione ma anche una partecipazione delle famiglie e delle loro associazioni. La partecipazione è stata fittizia, il coinvolgimento formale e i risultati nulli. Per fortuna ci sono stati alcuni Comuni «ribelli»… E’ vero. Alcuni Comuni capoluogo si sono mossi autonomamente, con proprie risorse e propri programmi, a prescindere, se non addirittura contro le direttive regionali.

Il fallimento della Regione in tema di politiche familiari è frutto di insipienza o del permanere dell’ideologia?
Sussistono entrambi gli elementi. Non c’è più un’ideologia forte, esistono però grandi pregiudizi culturali nei confronti della famiglia, che vengono da lontano. Vedo un grande calo culturale, una mancanza di valori, di progettualità e un affrontare i problemi della vita quotidiana senza alcuna bussola di orientamento. E questo è ciò che ha prodotto i fallimenti che in Emilia Romagna sono palpabili. Non si può intervenire sulla famiglia o pensare a politiche familiari, avendo a priori l’idea che la famiglia sia una cosa vecchia, qualcosa di cui non avremo bisogno per il futuro e di cui è meglio liberarsi. Bisogna aprire un dibattito sulla società del futuro, se possa o no fare a meno della famiglia. Il problema è che su questo nessuno si misura, perché tutti hanno paura a prendere posizione, perché non è cresciuta la cultura della famiglia e dei servizi alla famiglia. Il problema quindi è culturale prima che politico o etico.

Tre priorità da mettere sul tavolo del nuovo governatore…
Anzitutto una vera politica familiare che per me in regione consiste in una politica delle giovani coppie: un programma di interventi che aiutino i giovani a «fare famiglia». Non limitarsi a sostenere l’individuo in difficoltà, ma puntare sulla coppia e incentivarne l’impegno. Una seconda priorità in tema di politiche familiari è rappresentata dai consultori, che nella regione languono e sono stati ridotti a piccoli ambulatori ginecologici per problemi femminili, di salute, per l’interruzione volontaria della gravidanza e così via. La famiglia ha bisogno dei consultori come punto di riferimento per la risoluzione di tanti problemi (di salute, relazionali, di educazione dei figli, di cura degli anziani, di consulenza legale). L’Emilia Romagna va fiera della rete di centri per le famiglie costruiti dopo la legge Signorino dell’89. In realtà essi funzionano poco e male (a Bologna malissimo), ma ricevono dalle famiglie una grandissima domanda quotidiana di aiuti, informazioni e consulenze che non trovano risposta. E sulla domanda inevasa c’è un grande silenzio della Regione. Una terza priorità sta nel rapporto famiglia-scuola. Sappiamo quanto le scuole non strettamente statali in regione facciano fatica ad essere realmente paritarie, ad avere i riconoscimenti e i sostegni necessari. Eppure sono le scuole di privato sociale a creare più capitale sociale. Qui la Regione, che ha competenza in questa materia, dovrebbe intervenire nel campo stretto delle politiche sociali.

Che futuro si prospetta per la nostra regione?
Il grande problema dell’Emilia Romagna è che non cresce più e si trova in situazione di stallo e regressione. Non c’è più futuro per le giovani generazioni, quasi che le giovani generazioni e l’investimento su di esse fosse qualcosa di cui non abbiamo bisogno. Ma se si dà per perduto questo rapporto generativo delle famiglie, quindi la famiglia come motore e anello tra le generazioni, la regione non potrà che andare sempre più verso il declino.