L’anno sacerdotale potrà riequilibrare una certa visione conciliare
di Michele Giulio Masciarelli
Tratto da Avvenire del 14 giugno 2009

Lo sappiamo. Al vespro di venerdì 19 giugno, Benedetto XVI aprirà l’Anno sacerdotale, ancor prima che si chiuda quello paolino.

Il subentrante Anno giubilare, annunciato dal Papa il 16 marzo di fronte ai membri della Congregazione per il Clero, ha per tema: «Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote». La celebrazione cadrà, volutamente, nella Solennità del Sacro Cuore, che, per tradizione, è la Giornata di santificazione sacerdotale, e avverrà «alla presenza della reliquia del Curato d’Ars portata dal Vescovo di BelleyArs», monsignor Guy Claude Bagnard.

Questo perché il Papa ha convocato tale Anno giubilare in occasione dei 150 anni della morte del santo Curato d’Ars, che sarà proclato patrono di tutti i sacerdoti del mondo. La chiusura di questo eccezionale Anno sacerdotale avverrà esattamente tra un anno con un ‘Incontro mondiale Sacerdotale’ in Piazza San Pietro.

Papa Benedetto, nel discorso d’indizione del nuovo Anno giubilare, affermava che, benché «la grande tradizione ecclesiale ha giustamente svincolato l’efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote», con quest’Anno speciale si vuole «favorire questa tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero».

Ricordati i termini essenziali dell’imminente evento giubilare, qualche idea merita di essere avanzata per una prima riflessione, che predisponga a vivere con grande apertura di cuore la nuova avventura spirituale a cui il Papa chiama giustamente l’intera Chiesa. I preti nascono dalla comunità cristiana e a essa tornano per i servizi ministeriali (Parola, sacramenti, carità). Davvero si può dire che il sacerdote senza comunità è vedovo e che la comunità senza il sacerdote è orfana. È stato osservato che forse un secondo anno giubilare a ridosso di quello paolino potrebbe essere di troppo. Che dirne?

Che quest’Anno giubilare non è solo opportuno, ma necessario.

L’attenzione ai sacerdoti (non solo al sacerdozio in generale) si fa quanto mai importante oggi nella vita della Chiesa.

L’ecclesiologia di comunione di certo connota – di là se ne sia o meno l’idea centrale – il discorso sulla Chiesa del Vaticano II in un modo importante.

Ebbene, una visione comunionale doveva portare a pensare la Chiesa come una realtà storica e di grazia più armonica e coesa, nella quale sono valorizzati tutti i suoi soggetti, compresi i sacerdoti. Così però non è sempre stato. Affidandomi a quella che Edmond Jabés chiamava la forza dell’interrogazione, chiedo: chi potrebbe essere contrario alla promozione del laicato? Nessuno. Ma, per promuovere i laici, è proprio necessario che si trascurino i sacerdoti (ad esempio, quelli anziani)? Ed è saggio farlo in tempi di penuria di esistenze sacerdotali? Il laicato va promosso poggiando sulle sue intime ragioni teologiche.

Per rivalutare la verità misterica del Battesimo, che pone il «principio della totalità» (in base al quale possiamo dire: «Tutti siamo la Chiesa»), occorre forse ignorare il «principio di diversificazione» creato dal sacramento dell’Ordine (in base al quale dobbiamo dire: solo alcuni fratelli sono padri nella Chiesa)? Yves Congar, che tanto ha lavorato per la riscoperta del laicato, ha scritto: «Viene un momento in cui bisogna dire: il laico non è il prete, il prete non è il laico». Fra le diverse cose interessanti della Lettera del cardinal Hummes inviata ai sacerdoti sull’Anno giubilare 2009-2010, ce n’è una in tono con quanto si sta qui dicendo: «I sacerdoti sono importanti non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò che sono». Questo consola molto.