SUL BULLISMO – Io sono nato così, mi sono rovinato così, ho fatto male a me stesso, alla mia famiglia, agli altri, esattamente così, partendo da dentro una scuola anonima, una classe altrettanto anonima, in un paese anonimo, con una bravata ripetuta all’infinito, una ragazzata autorizzata a passare inosservata, si comincia sempre così, ma spesso dietro l’angolo c’è la tragedia, il recinto dove tutto può esser condiviso, persino la follia più lucida, inaspettata, imprevedibile. Quanto diseducativo può diventare il tentativo di lenire un dolore lacerante con la divulgazione di verità contraffatte. Chi in gioventù ha bruciato le tappe del tutto e subito, sa bene come è facile perdere la propria dignità e depredarne parte agli altri. Questa è la società che abbiamo in sorte, non era migliore quella precedente, piuttosto siamo cambiati noi, sono cambiate le sensibilità e quindi le attenzioni da esibire: nella fisicità che irrompe …

… nella domanda, nella fragilità che traspare alla risposta. Il bullismo dai ragazzi è percepito come una ritualità, un totem, una prova che mette chiarezza, da una parte l’imperatore e i suoi viceré, tra omertà e aggressività che sfocia nella violenza, in mezzo la tribù degli impauriti plaudenti, quelli che fanno consenso di partenza e mai di arrivo, per ultimo l’angolo dello sfigato, del più debole, della carne da macello, quello da cui mai bisogna venire contaminati, mai correre il rischio di affiancare, perché si finisce minoranza.

Una sorta di sottosocietà dell’io vinco e tu perdi, non si fanno prigionieri, il ruolo non è riconosciuto, a volte neppure il valore della persona. L’adulto c’è, esiste, eppure nel gruppo dei pari, dove la battaglia infuria, non c’è alcun riconoscimento, perché s’è inabissato con tutto il suo carico di esempio-autorevolezza-autorità. Il problema non è solamente cosa dire sul famoso e sugli sfigati, sulle vittime e sui carnefici, è come dirlo, quali strumenti usare per porvi rimedio. Prendere posizione e metterci di traverso potrebbe significare affascinare negativamente?

Ottenere il risultato contrario, una specie di rinculo? Ho la convinzione che la storia personale, quella di una tragedia vissuta e fatta convivere, senza censure o furbizie di rimando, la storia del tentativo di una coerenza, quindi generosa, anche spietata nel portare il pensiero su stati della mente e del cuore altrimenti difficili, non possa che fare riflettere, elaborare e rielaborare, ciò che è stato, che è, e che sarà, attraverso la storia personale, le tante e doppie tragedie, opporre una resistenza, una forma resiliente, per non riconfermare lo stato delle cose, l’andazzo maleodorante, il rifiuto delle regole che invece sono spesso vere e proprie salvavita, a tutela dei deboli e a tutela anche dei falsi vincenti, occorre scegliere un percorso ostinato e contrario, affinchè altri, i più giovani, non abbiano a fare gli stessi errori, quelli che a volte non hanno altra riparazione che il perdono, affinchè possiamo avvicinarci all’esempio del giusto, per non risultare ancora una volta complici.

SULLA DROGA

Non è più sufficiente gabbare leggi e sanzioni per mantenere  una “libera circolazione delle droghe”, per mantenerne vivo lo smercio e il conseguente acquisto, da parte dei soliti commercianti di morte, degli instancabili ricercatori di sogni e doppiezze interiori.

Ora il pianeta degli anni corti, dei ragazzini dalle gambe larghe e le mani in tasca, smanetta su internet, basta guardare su alcuni blogs e accorgersi  dei tanti ragazzi che perdono tempo e sonno, a raccontarsi il proprio sballo, il trip appena concluso,  da iniziare a breve, per l’ennesima volta.

Ognuno spinge avanti l’altro, ciascuno affascina l’altro, imprudenti al salto in avanti,  che a gioco lungo non fa sconti a nessuno, neppure di fronte a due  occhi spaventati costretti alla ritirata.

Droga a valanga, la solita, quella nuova, adesso anche  le erbe, definite droghe finte, eppure sono sostanze devastanti, per quantità e modalità di uso, contengono principi attivi, causano effetti somiglianti alle sostanze di sempre, occorre predisporsi a quali diagnosi verranno individuate.

“Droga e mi calo giù, tutto qui, e non rompetemi l’anima”, questo il leit motiv delle  ultime stagioni, l’istanza che sale alta da un quattordicenne, che formato lo è dalla play station, dalla voglia di uscire dalla propria periferia adolescenziale.

Parlando con un ragazzo sospeso per qualche giorno da scuola, non una parola importante sull’accaduto, sull’infrazione commessa, non un sussulto di rimorso, piuttosto un lamento persistente di giustificazioni, completamente assente di motivazioni, distante da un riesame critico  dell’evento.

Un ragazzo come tanti altri, educato, pulito, eppure dentro un’insignificanza comportamentale stupefacente, poco interessato alle strade del mondo, alle scelte da fare, certo di farcela a delegare ad altri la fatica dello studio e del rispetto delle regole, un ragazzo preso in mezzo tra internet e il quad nuovo fiammante.

Un adolescente, a farsi una canna o una pipetta di roba da supermercato delle idiozie, è così normale l’indulgenza politica da diventare prassi culturale, fino a essere  scandaloso scandalizzarsi, in fin dei conti non occorre esagerare, creare panico, c’è una gioventù capricciosa è vero, ma che verrà ricondotta alla ragione, dalla nostra capacità di confrontarci e dialogare, di mettere in campo strumenti educatici e preventivi efficaci. Intanto però ci muoviamo sui detriti causati da questo disagio, lo facciamo con risposte immediate ma semplicistiche, continuando a fare i conti con quella imperturbabilità del mondo giovanile protesa all’incontro di azioni di vera e propria devianza.

Navi da guerra con le stive piene di codicilli  e sicurezza, nel frattempo si oltrepassa il limite della prudenza con gli estratti vegetali che comunque potrebbero contenere sostanze psico attive.

Appare evidente che c’è una accondiscendenza da  teatrino del dubbio, per questo dramma persistente che la droga moltiplica e accentua, massacrando i ragazzi e le famiglie, lasciati senza difese, privati persino dell’ultima certezza, quella di meritare un futuro migliore.

Droga si, droga no, punire non punire, in carcere, no in comunità, un coacervo di brutte e belle intenzioni, di mappature pedagogiche, di prosa della sordità, ognuno a elevare il proprio ruolo e la propria competenza sopra il disagio che imperversa nei ragazzi.

Disagio, trasgressione, devianza, droga, un modo autistico di interpretare le emozioni, disuniti dall’inganno delle parole adulte, dagli agguati predisposti dalle casate educative, prosopopee e dubitosità senza misure, in una sorta di consueta delegittimazione, di malanno intellettuale.

E ’ proprio un bel vedere e un bel sentire per cercare di evitare contatti devastanti con droghe sempre nuove che invadono il mercato,  la pratica sta nell’ addomesticare le “ curiosità e gli obblighi gruppali” dei più giovani, sino al momento dell’accidente che non consente uscite di emergenza. Ma nonostante la sofferenza che trasuda ogni singola esperienza di dipendenza da sostanze, da uno sniffing, da una striscia cocaina, da un buco di eroina, o da lacche e colla di ultimissimo grido, regna incontrastata la regina della conflittualità dialettica, della dialogica furbesca, di una nuova destinazione all’inferno delle speranze, attraverso la menzogna elargita senza alcun dettaglio a tutela, affermando che esistono droghe alternative, droghe che non sono considerate tali, droghe normali.

E’ un dialogo generazionale defraudato di onestà e valori condivisi, a fronte di una produttività che non ammette casse mutue né una dimensione del tempo fruibile, affinché sia possibile generare una reciprocità di maturazione culturale e affettiva.

Sul fronte delle prime linee contro l’uso e l’abuso delle sostanze, c’è davvero molto da dire e fare, soprattutto c’è da non accasciarsi sui fallimenti che la vita ci occasiona senza preavvisi, c’è da fare i conti con il proprio vissuto e con quello di tante altre persone anonime, che aggiungono ragioni e intensità sufficienti a proporre riflessioni che contengono le risposte mancanti.

A 13 o 14 anni la canna tra le dita, il fumo nelle narici, uno stile di vita appena iniziato, salire su un’auto lasciata incostudita, prenderne possesso e con normale divertimento partire all’avventura.

In tre ragazzi sopra quella macchina a fumare e ridere, a calare giù di gusto, a pensare di non essere fatti, anzi di stare bene e lontano dai guai.

Tre ragazzi e la strada che diventa stretta, la notte scambiata per il giorno, d’improvviso la musica è finita, il rumore del motore spento, le risate smorzate in gola, i pensieri paurosamente interrotti.

A 13 o 14 anni ci si esprime con l’esibizione di qualche scaltra giustificazione, di scuse zoppe, per non accollarsi una responsabilità precisa, ma forse, quell’albero non sarebbe  passato inosservato, forse quell’ostacolo così ovvio non sarebbe stato interpretato come un semplice impedimento, forse se non ci fossero state le canne a fumarsi il residuo di cervello, forse da quella  macchina  non ci saremmo trascinati fuori soltanto in due, perdendo per sempre, per tutto il tempo che rimarrà da vivere, un pezzo importante di noi stessi.

SUL CARCERE

Il carcere reclama sacrifici umani, lo fa con inusitata violenza, senza andare troppo per il sottile, in fin dei conti parliamo di materiali difettati, di prodotti cancerogeni, di merce da smaltire in fretta senza fare rumore.

Sul carcere non è consentito affermare un bel niente davanti al collasso della giustizia che dovrebbe sostenere il diritto all’equità e alla dignità di una pena da scontare non solamente come castigo fine a se stesso, bensì per ritornare a essere uomini che possono rientrare in seno alla collettività.

Ancora una volta è consigliabile pensare alla galera non come a un contenitore per incapacitare ed espellere definitivamente dal contesto sociale, perché in carcere si va, ma prima o poi si esce, e allora bisognerebbe evitare la pratica dell’induzione a diventare peggiori di quando si entra, per tentare di vincere, da una parte, quell’infantilizzazione galoppante che partorisce tanti uomini bambini, e dall’altra, quella subcultura criminale che trasforma il poveraccio in un uomo bomba.

Quei ragazzi appesi a una corda e quegli uomini in procinto di rifare nuovamente del male a se stessi e agli altri, sono il risultato del carcere che non cambia, che, se non può cambiare, neppure intendiamo migliorarlo.

Nonostante i segnali d’allarme di quei fastidiosi lamenti, ci limitiamo a osservare il carcere, come se fosse sufficiente a stabilirne le utilità e gli scopi (mai raggiunti), mentre per riappropriarsi delle proprie funzioni di castigo e recupero, esso avrebbe bisogno dello sviluppo di teorie e pratiche interne alla pena, e alternative ad essa.

Del carcere si parla per levarci di torno un fastidio, per non rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l’offesa l’ha recata.

Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, un messaggio annichilente che impedisce di intervenire.

Il detenuto non è un numero, invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all’umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.

Risocializzare, reinserire, non sono solamente termini e concetti trattamentali da seguire e svolgere, essi purtroppo stanno a sottolineare l’inadeguatezza al dettato Costituzionale, per l’impossibilità di rendere fattivo l’intervento rieducativo, non usare questi strumenti e di contro incancrenire la convivenza, equivale a dichiarare fallito l’ideale della promozione umana.

Libertà non è solo uno spazio libero che aiuta a uscire dall’angolo costretto dei nascondimenti, il carcere non è perimetro che sarà mai libero, non è facile pensare a una collettività senza più prigioni, filo spinato, ma abbandonare gli errori divenuti analfabetizzanti, questo sì che è possibile.

Carcere e partecipazione per rendere meno offensiva la disperazione, quella che deriva dalle morti inaccettabili, ma ugualmente nel menefreghismo meglio congeniato, continuano a imperversare nel panorama penitenziario italiano.

Nonostante parlarne appaia sempre più come la ricerca di una elemosina pietistica, di una solidarietà buonista, è utile ostinarsi a farne dibattito, con l’intensità di una partecipazione attenta, accorciando le distanze da un preciso interesse collettivo, rimettere al centro di una riforma urgente e improrogabile, la persona, il detenuto-cittadino, che dovrà fare ritorno in società, a cui consentire di rimettere alla prova la propria prossimità umana, la propria coscienza della libertà.

Vincenzo Andraous