di Francesco D’Agostino
Tratto da Avvenire del 14 luglio 2009

Bisogna distinguere rigorosamente i ‘reati’ dai ‘peccati’: con questa formula, indubbiamente efficace, il laicismo italiano più accanito ama da tempo riassumere  le proprie posizioni.

Applicandola correttamente, le conseguenze sono lineari: la vita privata delle persone sarebbe insindacabile e socialmente irrilevante; coloro, come i cristiani, che credono ancora nei ‘peccati’, facciano pure di tutto per evitarli, ma si guardino bene dal pretendere di farli diventare ‘reati’, cioè di imporre a tutti i propri valori e le proprie norme di comportamento.

Come sappiamo che non esiste una sola religione, ma tante religioni, dobbiamo – continuano i laicisti – convincerci (o rassegnarci) al fatto che non esiste una sola etica, ma tante ‘etiche’, tutte vere (e quindi tutte false!) e tutte parimenti meritevoli di rispetto. A governare la coesistenza sociale, concludono i laicisti, basta il diritto, ovviamente non un diritto repressivo, ma un diritto ‘mite’, ridotto cioè a pochi principi procedurali. E tanto peggio per il Papa e per tutti coloro che continuano a predicare (e a ragionare) contro il ‘relativismo etico’: si limitano a dare ulteriori prove di avere lo sguardo rivolto al passato, non al futuro. Un paradigma così consolidato sembra inattaccabile: ma, all’improvviso, è successo qualcosa. La drastica alternativa peccato/reato ha cominciato a scricchiolare. Si è riscoperta una dimensione che sembrava dimenticata da tempo, quella dell’’etica pubblica’ e si è appreso con costernazione (autentica o simulata, è irrilevante ai fini del nostro discorso) quanto siano portati i nostri governanti a mancarle di rispetto. Si è tornati, in tempi brevissimi, a riconoscere che la dimensione dell’etica pubblica è non solo importante, ma imprescindibile. Da che parte però collocarla? La dobbiamo collocare dalla parte dei ‘reati’? È impossibile però trovare nel codice penale le norme per incriminare alcuni disdicevoli comportamenti pubblici. O dovremmo piuttosto collocarla dalla parte dei ‘peccati’? Ma non si era detto e ridetto che in un sistema di pluralismo etico la stessa categoria del peccato è divenuta evanescente? Eppure, quella dell’etica pubblica è stata riscoperta come una dimensione vitale non solo per un generico buon funzionamento delle istituzioni, ma addirittura per il funzionamento dello stesso sistema democratico: la sua violazione, infatti, crea scandalo e gli scandali corrodono dall’interno la stessa democrazia. Su questo punto non si può che essere d’accordo con i ‘laicisti’: gli scandali sono intollerabili per una democrazia. Ad una condizione però: che i laicisti, che proprio su questa intollerabilità stanno riposizionando la loro filosofia della politica, la smettano di continuare a parlare di ‘pluralità delle morali’ o di ‘pluralità degli stili di vita’, come del destino ineluttabile della nostra epoca e la smettano di teorizzare la ‘mitezza’, cioè il mero rispetto delle procedure legali, come il miglior carattere del diritto. La morale è una ed una soltanto, sia a livello privato sia a livello pubblico e il diritto non è solo garanzia delle regole del gioco, ma garanzia di valori sostanziali di giustizia. Se riteniamo che l’etica pubblica vada difesa (e spero che su questo si sia tutti d’accordo), rimbocchiamoci le maniche e torniamo a ragionare su quali comportamenti ‘pubblici’ vadano, oltre che stigmatizzati moralmente, ritenuti anche ingiusti, cioè istituzionalmente intollerabili e tali quindi da produrre effetti giuridici negativi per coloro cui siano addebitabili. Non si tratta di tornare a confondere diritto e morale. Ma semplicemente di pretendere che nessuno di coloro che hanno attivato dure battaglie ideologiche per tenere la morale fuori dalla porta si permetta, facendola rientrare furbescamente dalla finestra, di continuare a ironizzare su chi vede nel relativismo etico il cancro del nostro tempo.