Di Lorenzo Bertocchi del 19/04/2010

Il Prof. Philip Jenkins in un intervista al Corriere della Sera del 27 maggio 2003 presentava la sua ultima opera – “Il nuovo anticattolicesimo: l’ultimo pregiudizio accettabile” (Ed. Oxford University Press, 2003) – indicando che il fenomeno anticattolico negli Stati Uniti può essere definito “come l’antisemitismo dell’uomo colto”.

Il professore di Storia delle Religioni dell’Università della Pennsylvania, inglese episcopaliano, dimostra che la Chiesa Cattolica in America è spesso considerata «un nemico pubblico», e ridotta «a uno stereotipo grossolano», perciò gli attacchi contro di essa, a differenza di quelli contro il giudaismo o l’islamismo, sono quasi sempre approvati o condonati.

Egli sostiene che il motivo di questo pregiudizio possa essere individuato nella “centralità dei problemi sessuali nella società americana: il cattolicesimo è considerato antigay, antifemminista, e così via.” Nel libro Jenkins contesta questa lettura, tanto che intitola polemicamente un capitolo “La Chiesa odia le donne” e un altro “La Chiesa uccide i gay“.

A proposito del tema pedofilia, nell’intervista citata il professore sosteneva (2003) che «i pregiudizi lo hanno ingigantito. Il termine preti pedofili è discriminatorio. Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica non sono più frequenti che nelle altre chiese o tra gli insegnanti delle scuole. Inoltre, di rado si tratta di pedofilia, perché le vittime hanno raggiunto o superato la pubertà. Gli abusi sono orrendi, sono crimini da punire e stroncare, non da strumentalizzare.”

Curioso notare che sarà Paolo Mieli il 22 settembre 2004, sempre sul Corriere della Sera, a citare ancora il libro di Jenkins per ricordarci come l’autore “rintraccia le origini di questo forte pregiudizio nel puritanesimo antipapista dei Padri pellegrini”.

Facciamo così un salto indietro nel tempo fino agli ultimi decenni del XVI secolo in Inghilterra laddove il puritanesimo nacque come istanza di radicalizzazione della Chiesa Anglicana da parte del protestantesimo calvinsita inglese. Caratteristica preminente dei puritani era appunto l’antipapismo, espressione particolare di un diffuso anticattolicesimo che ben si era sviluppato durante il regno di Elisabetta I (1558-1603). Per questi protestanti radicali la parola “riforma” era intesa come distruzione e ricostruzione dalle fondamenta: «Rimuovete l’Anticristo, testa, corpo e rami, ed insediate la purezza della Parola» (W. H. FRERE-C. E. DOUGLAS (eds. ), Puritan Manifestoes. A Study of the Origin of the Puritan Revolt, London, Society for Promoting Christian Knowledge 1954, 19). L’Anticristo era la struttura gerarchica della Chiesa anglicana, che riproduceva quella cattolica, la vera fonte di ogni male. Il loro anticattolicesimo era così acceso che non esitavano a definire il “Prayer book” anglicano come una liturgia “presa da quel letamaio papista che è il libro della messa” (Puritan Manifestoes, cit., 21; H. GEE, The Elizabethan Prayer Book and Ornaments, London, 1902, 25).

L’obiettivo di questa lotta insistente può essere individuato nella eliminazione della Messa cattolica, obiettivo che aveva trovato nella Regina Elisabetta I l’alleato decisivo quando, nel 1559, con l’Atto di uniformità proibì la cosiddetta “Messa papista”. I Vescovi che ricusarono furono sostituiti con altri fedeli alla Regina, numerosi sacerdoti finirono in carcere presto destinati al patibolo. Elisabetta mobilitò spie e sgherri a caccia dei “papisti”, colpevoli semplicemente del fatto di essere sacerdoti e, nel caso dei laici, soltanto di essere cattolici.
Per far fronte alla persecuzione alcuni seminari (Douai e Reims in Francia) vennero destinati alla formazione di giovani sacerdoti da inviare in Inghilterra e a partire dal 1578 anche il Collegio Inglese di Roma fu trasformato in seminario per lo stesso fine. Diversi furono i martiri che provenivano dall’istituto romano, al punto che si meritò il titolo di Seminarium Martyrium.

Tra questi giovani che donarono la loro vita brilla la figura di S. Edmond Campion, gesuita che, prima di salire al patibolo il 1 dicembre 1581, riuscì anche a scrivere una lettera alla Regina – la “provocazione di Campion” – in cui smentiva le calunnie rivolte ai preti cattolici. Dei circa 140 sacerdoti e 61 laici uccisi per ordine della Regina, 101 furono beatificati da Pio XI il 15-12-1929 e 20 furono canonizzati da Paolo VI il 25-10-1970. Questa vera e propria persecuzione si può dire attraversò un periodo di circa 150 anni che va da Enrico VIII fino a Carlo II Stuart e produsse migliaia di morti.

Queste sono le radici di quel pregiudizio anticattolico statunitense che Jenkins fa risalire appunto al puritanesimo, quel puritanesimo che tanto contribuì alla nascita dell’America. A tal proposito possiamo ricordare una recente (Zenti.org 07/09/2009) dichiarazione rilasciata dalla Prof.ssa Elisabeth Lev, docente di Arte e Architettura Cristiane nel campus italiano della Duquesne University, in occasione della commemorazione di Eunice Kennedy Shriver ed Edward Kennedy: “Boston è stata costruita sulle colonne granitiche dell’anticattolicesimo. Dall’epoca dei suoi fondatori puritani, i protestanti hanno rappresentato per tre secoli la maggior parte della popolazione della città (…) Gli statuti puritani settecenteschi bandivano tutti i sacerdoti dal territorio e prevedevano la pena di morte nel caso in cui fossero tornati (nel 1690 questa pena fu mitigata e trasformata nel carcere a vita). I cattolici sono stati esclusi da ogni tipo di adorazione pubblica fino al 1780. Ogni 5 novembre, il Guy Fawkes Day, i bostoniani celebravano il “Pope Day” [il Giorno del Papa] bruciando l’effigie del Papa, facendo processioni in cui il Romano Pontefice e il diavolo camminavano mano nella mano e compiendo atti di vandalismo contro case e uffici cattolici.”

A proposito di queste radici si può aggiungere anche quanto indicato da David Gelernter, docente di Storia americana e Cultura ebraica all’American Enterprice Institute di Washington, nel suo libro Americanism. The Fourth Great Western Religion (Doubleday, New York 2007). Egli illustra, con invidiabile padronanza della materia, quanto sia arbitrario e fuorviante non rimarcare il debito che l’America ha nei confronti del cristianesimo evangelico e dell’ebraismo, a tal punto, a suo avviso, da doversi considerare un’entità nata sotto la spinta di una forma originale di Sionismo, quella coltivata dai puritani inglesi che nel Seicento fondarono la colonia del Massachusetts.

Sempre in questa direzione colpisce ciò che Vittorio Messori disse (Jesus, n. 2, febbraio 2004) nel parlare di “american way of life”: “Il mio “istinto” cattolico si sente estraneo a un Paese che è figlio prima del protestantesimo radicale, poi della massoneria (tutti i Padri della Patria erano massoni e vollero riempire dei loro simboli non soltanto il dollaro ma ogni altro emblema, a cominciare dalle bandiere dei singoli Stati), infine di un ebraismo, soprattutto ashkenazita, che è sceso in profondo attraverso la cultura, i mass media, lo spettacolo.”

Tutte queste culture citate da Messori finiscono per incontrarsi proprio nell’antipapismo, un pensiero che le ha storicamente attraversate, che si è coagulato in una certa cultura americana e che non esita a fomentare un tipo di anticattolicesimo mediatico. Oggi, in una società sempre più informata, questa modalità di azione può essere devastante, soprattutto perché si può sfruttare l’antico adagio per cui “una bugia ripetuta mille volte diviene verità”, ma anche perché a partire da dati reali si può distorcerli per raggiungere obiettivi che vanno molto oltre il dato stesso. I tremendi casi di abusi sessuali nel clero cattolico possono fornire un esempio di entrambe le situazioni, ma l’attacco mediatico di natura anticattolica diviene evidente quando l’obiettivo è la persona del Santo Padre Benedetto XVI dove oggettivamente l’impianto accusatorio manifesta precisi intenti diffamatori.

Tutto questo può trovare una similitudine con quelle che sono sempre state assunte come le cause della Riforma, infatti, le tesi tradizionali hanno sempre fatto riferimento ad abusi e disordini diffusi nella Chiesa e in particolare nella curia romana. Tuttavia molti studiosi dubitano che le vere cause, quelle più profonde, possano davvero trovarsi qui. A tal proposito risultano illuminanti alcune citazioni dello stesso Lutero: “Se anche il Papa fosse Santo come S.Pietro, sarebbe sempre per noi un empio”, oppure “Non impugno la immoralità o gli abusi, ma la sostanza e la dottrina del papato” (G. Martina, La Chiesa nell’età dell’assolutismo, del liberalismo, del totalitarismo – Morcelliana 1970, pag. 33).

Si può compiere un passo in più citando le bande armate di Guillame Farel, amico di Calvino, che assalivano le Chiese cattoliche non per punire i parroci della loro immoralità, ma per strappare loro di mano l’ostia consacrata. (L. Febbre – Au couer religieux du XVI siecle. Paris 1957, pag. 22).

Possiamo allora scorgere il motivo radicale dell’avversione alla « Messa papista »: il sacrificio che si attualizza realmente nella liturgia cattolica con il miracolo della transustanziazione. Come diceva Paolo VI, “la S.Messa è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari” (Professione di Fede del 30/06/1968); lo scandalo della Croce di un Uomo che ha detto e mostrato di essere Dio, il Figlio di Dio.

“Voi chi dite che io sia?” (Mc 8,29), questa è l’eterna domanda che interpella il cuore di ognuno ad ogni celebrazione di una Messa Cattolica, domanda su cui inciampano tutti i detrattori della Chiesa. Forse perché la loro risposta è di indifferenza o forse perché, per una qualche perversione, attaccano la Chiesa e il Papa proprio in quanto attualizzano e custodiscono quel Sacrificio che ha salvato l’uomo.

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