di Don Antonello Iapicca

Singolare coincidenza. Proprio ieri il Papa, nella Catechesi dedicata a San Bonaventura, diceva: “Nella notte oscura della Croce appare tutta la grandezza dell’amore divino; dove la ragione non vede più, vede l’amore. Tutto questo non è anti-intellettuale e non è anti-razionale: suppone il cammino della ragione, ma lo trascende nell’amore del Cristo crocifisso”. Proprio ieri sul Corriere della Sera abbiamo letto una notizia dall’Ospedale Carreggi di Firenze dove un’ anestesia a base di un oppioide comunemente usato per addormentare i pazienti durante gli interventi chirurgici, il remifentanil, viene somminisrtato in infusione, alle partorienti. I dosaggi personalizzati lasciano alle puerpere il gusto di assistere da sveglie alla nascita del loro bambino. Subito plaudenti i radicali, per bocca della senatrice Donatella Poretti: «l’importante è che la donna possa scegliere», difendendo così il diritto della donna a non soffrire in sala parto.
Basta dolore dunque, e scurdammoceo passato, quello odiato e cancellato, che reca le tracce del peccato. La fuga dal dolore durante il parto e la medicalizzazione delle gravidanze sono un altro segno di una cultura che ha espulso il concetto e la coscienza del peccato. Ma, come ci ricordava Giovanni Paolo II, “tutta l’esistenza dell’uomo sulla terra è soggetta alla paura della morte, la quale secondo la rivelazione è chiaramente connessa col peccato originale. Il peccato stesso è sinonimo della morte spirituale, poiché mediante il peccato l’uomo ha perso la grazia santificante, fonte della vita soprannaturale. Segno e conseguenza del peccato originale è la morte del corpo, così come da allora essa è sperimentata da tutti gli uomini” (Giovanni Paolo II, Catechesi dell’8 ottobre 1986).

Secondo la Rivelazione biblica il parto con dolore è una conseguenza diretta del peccato. “Dopo il peccato… Dio dice alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli” (Gen 3,16). L’orizzonte della morte si apre dinanzi all’uomo. Queste parole, al pari di quelle di Genesi 2,24, hanno un carattere prospettico. L’incisiva formulazione di Genesi 3,16 sembra riguardare il complesso dei fatti, che in certo modo sono emersi già nell’originaria esperienza della vergogna, e che successivamente si manifesteranno in tutta l’esperienza interiore dell’uomo «storico». La storia delle coscienze e dei cuori umani avrà in sé la continua conferma delle parole contenute in Genesi 3,16… Quelle parole, pronunciate quasi alla soglia della storia umana dopo il peccato originale, ci svelano non soltanto la situazione esteriore dell’uomo e della donna, ma ci consentono anche di penetrare all’interno dei profondi misteri del loro cuore” (Giovanni Paolo II, Catechesi dell’8 giugno 1980) . Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna che “la dottrina sul peccato originale – connessa strettamente con quella della redenzione operata da Cristo – offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell’uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta «la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo». Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi”.

Il dolore che accompagna il parto è un segno tangibile della condizione umana. E’ il castigo, ma anche la cruda conseguenza della libertà tradita dalla superbia, il salario che ci consegna il peccato. E’ un fatto, è lì, come lo sono la morte, la malattia, il sudore sulla fronte affaticata dal lavoro, le difficoltà e le tensioni nelle relazioni umane, specie in quelle delle coppie. Segni, tracce, ferite che, per quanto si brighi per cancellarle, rispunteranno, più aggressive e devastanti. Una mamma che, partorendo, non abbia gridato il dolore dell’amore avrà sul figlio uno sguardo narcotizzato da un’esperienza negata che però, prepotente, le graffierà le pareti del cuore, e allora sarà arduo riconoscerne il messaggio, e cercherà risposte sbagliate nei posti sbagliati, figlie dei gravi errori di cui parla il Catechismo.

La corsa ad un nirvana senza dolore è la traduzione moderna della menzogna primordiale nella quale han creduto i Progenitori. Serpenti ovunque, anche in sala parto dove s’erge l’albero della vita, tra le mani di chi propone innocue dosi di remifentanil, oppio a nascondere il dolore e fare del parto un Avatar tridimensionale da gustarsi tranquilli. Eludere il dolore dal parto significa tentare, virtualmente, di recidere quel legame carnale e profondo che lega il figlio a sua madre, il segno della ferita trasmessa che li unisce nella mendicanza di amore e redenzione. Quell’oppio è una bomba ad orologeria sulle future relazioni, sull’educazione, sull’amore sincero che discerne le cause reali delle sofferenze e schiude il cammino al perdono e alla misericordia. Una madre impara a conoscere intimamente le sofferenze del figlio custodendolo in grembo e partorendolo a prezzo di dolori lancinanti. Attenuarli, assopirli nell’oppio e sublimarli in una visione della maternità che la scambia con una malattia, tra ecografie a scadenza mensile, amniocentesi, corsi e manuali, è spezzare, ad un livello molto profondo, il legame più autentico. L’amore crocifisso, che si purifivca tra grida, lacrime e angosce, che impara la gratuità sulle orme della debolezza, diviene caricatura, un amore drogato dalle conseguenze tragiche.

Quel grido è il dolore unito alla paura che definisce la grandezza e la debolezza di una donna come madre; strozzarlo è strozzare l’essenza stessa della maternità, è defraudare la donna, rubarle quell’unicum che la pone sulla soglia che separa carne e spirito, terra e Cielo. Come la Donna dell’Apocalisse (cfr. Ap. 12, 1 ss) che grida per i dolori del parto, stretta dal drago teso a rapirle il frutto del grembo, ed il Cielo dove è rapito il figlio appena partorito. Ogni donna grida dal versante della carne e del peccato, impaurita dalla morte, ma è un grido che è profezia d’un parto di speranza, di misericordia e vita eterna. Un po’ d’oppio ed ecco occultato e interdetto il combattimento escatologico tra la vita e la morte, tra la menzogna e la verità, a cui, ogni madre, misteriosamente, è associata. Quel dolore trafugato è un attentato alla dignità più autentica d’ogni donna.

“Nella colpa sono stato generato, Nel peccato mi ha concepito mia madre” recita il Salmo 50. “Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell’intimo mi insegni la sapienza”. Quell’oppio nelle vene d’una madre in parto la catapulta nel fumo della menzogna, e sbarra le porte del cuore alla sincerità e alla sapienza. Sarà puro veleno, forse non avrà effetti sulla salute fisica (anche se vi è chi nutre seri dubbi al proposito), ma saranno devastanti quelli sullo spirito e sulla mente. Il grido di dolore che accompagna il parto è la porta sulla vita, la memoria d’una realtà che spera un di più. Perdere questa memoria equivale ad innescare un futuro di fughe, dalla realtà e dalle sofferenze. Non è questo il panorama dell’educazione post-settantottina, tutta madri-amiche e papà-amici, vizi e libertà senza disciplina, e voragini affettive colmate dal permissivismo? E droga, e alcool, e anoressia, e suicidi. Perchè la menzogna partorisce sempre assassini, dell’anima ancor prima che del corpo.

Lasciamo ad ogni madre, per quanto le situazioni lo concedano, quel grido d’amore trasfigurato nel grido crocifisso di Cristo. Lasciamo che dove la ragione ferita non vede possa vedere l’amore d’una madre. Lasciamo che il dolore del parto sia trasformato nella gioia della vita, memoria e profezia del mistero di morte e resurrezione del Signore con il quale lui stesso ci ha annunciato il suo mistero di salvezza. Che quel grido continui a balbettare una preghiera, per sè e per suo figlio: “Tutta la nostra vita è un “itinerario”, un pellegrinaggio, una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo salire verso l’altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve “tirarci” in alto. Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera è la madre e l’origine della elevazione – “sursum actio“, azione che ci porta in alto – dice Bonaventura. “Se ora brami sapere come ciò avvenga (cioè la salita verso Dio), interroga la il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; … non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio” (VII, 6)” (Benedetto XVI, Catechesi del 17 marzo 2010).