di M. Diaferia

Ci sono in questa Italia che sembra andare moralmente e civilmente alla deriva, vaste praterie di bene e di coraggiosa testimonianza, che sembrano interessare poco i mezzi di comunicazione, a volte anche quelli cattolici.

Cristiani anonimi, che si dedicano anima e corpo, se pur limitati dai propri difetti umani, ad aiutare chi è piccolo e bisognoso.

Tra costoro, dobbiamo annoverare sicuramente quegli ex-ragazzi degli anni Settanta-Ottanta, quelle coppie di quarantenni e cinquantenni di oggi (chi con figli, chi senza), che aprono le porte delle loro case a bambini e preadolescenti finiti in case-famiglie o comunità per le disavventure innocenti o colpevoli dei loro genitori.

L’affido familiare fu una bella invenzione dell’inizio degli anni Ottanta e le comunità cristiane di allora fecero a gara per proporre alle famiglie l’accoglienza per bambini che soffrivano ancora in anonimi istituti, dove avevano perso il calore umano di una mamma e un papà.

Sorsero diverse associazioni per la formazione e il sostegno delle famiglie affidatarie, in balia spesso di conflitti durissimi coi genitori naturali dei minori, ma anche con Servizi Sociali inadeguati o con operatori (soprattutto operatrici) ideologicamente lontane dalla visione cristiana dell’educazione.

Chi era ragazzo allora, impegnato nell’associazionismo cattolico (penso per esempio allo scoutismo e a Comunione e Liberazione) guardava con ammirazione i proprio responsabili sposati accogliere in casa uno o più bambini, oltre i propri, come fossero veri figli. Frequentandoli, potevano toccare con mano la bellezza di questa esperienza, ma anche la precarietà di un rapporto che si può spezzare da un momento all’altro, visto che peculiarità dell’affido è l’essere “a tempo”, in attesa che entrambi o un solo genitore termini con successo un percorso di recupero e risolva i suoi problemi.

Chi è oggi sulla cinquantina sa quanto quegli anni, sotto l’impulso del pontificato di Giovanni Paolo II e di una serie di testimoni della Fede, sia laici che consacrati, eccezionali, siano stati fecondi per il volontariato giovanile: semi di bene gettati fra i sogni degli adolescenti, che hanno attecchito e dato frutti duraturi, se è vero che di fatto, in questo primo decennio del XXI secolo, sono ancora loro a dire sempre “sì” quando c’è bisogno nelle parrocchie, riempiendo i vuoti creati dai troppi “no” che i ragazzi cattolici di oggi pronunciano in nome dei loro impegni di studio e delle loro “esigenze” di svago.

Chi frequenta gli incontri organizzati per le cosiddette “famiglie affidatarie” vede quindi soprattutto teste brizzolate che incorniciano volti ancora risplendenti di rugosa gioventù.

Da questi momenti di verifica, solitamente condotti da psicologi e operatori esperti di infanzia sofferente, si evince intanto che quasi tutti i genitori affidatari sono cattolici praticanti, a dimostrazione che quando il gioco si fa duro, alla fine sono sempre loro a mettere una pezza ai disastri combinati dalla società. La Fede in Cristo Gesù, inoltre, dà il coraggio necessario a queste persone per affrontare situazioni difficili, se non drammatiche, causate prima di tutto dai minori stessi, specie quando entrano nel periodo della preadolescenza, ma anche le umiliazioni provocate dai fattori esterni (famiglie d’origine, psicologi, assistenti sociali, burocrazia, tribunali, legislazione), che rendono un’esperienza, per tanti versi gioiosa, delle piccole vie crucis.

Elencare tutte le situazioni di scontro, di delusione, di angoscia, di sofferenza che escono dai racconti delle coppie affidatarie, sarebbe troppo lungo.

Desidero qui segnalare e denunciare due aspetti che sicuramente pochi conoscono anche in ambito ecclesiale e che necessiterebbero invece di pubblicità e di una rapida riforma: la libertà di educazione dei genitori affidatari e la libertà di scelta dei minori.

L’affido familiare è regolato dalla Legge 28 marzo 2001, n. 149 – “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile”. La norma prevede che “l’affidatario eserciti i poteri connessi con la potestà parentale in relazione agli ordinari rapporti con la istituzione scolastica e con le autorità sanitarie”.

Verrebbe da chiedersi: “Tutto qui?”

Il problema sta proprio in quell’aggettivo “ordinario”, che è il solo campo nel quale può muoversi il genitore affidatario. Nella vaghezza tipica del legiferare italiano, alla fine la rosa degli interventi “ordinari” che sono permessi agli affidatari viene deciso dai Servizi Sociali dei diversi comuni, che naturalmente non potranno che essere influenzati dalle idee/ideologie degli operatori.

Qui ci interessa sapere allora cosa fa parte delle scelte “straordinarie” e che per legge sono invece appannaggio della famiglia di origine.

Già qui si può intuire l’incoerenza fra le motivazioni di solito gravi che hanno portato all’allontanamento di un bambino dai propri genitori (dalla semplice incuria, alla violenza psicologica e fisica, subita direttamente o indirettamente) e il fatto che poi le scelte di vita fondamentale vengano ancora decise da chi non è in grado di farlo. Con la conseguenza che nell’affido, oltre al minore, c’è anche una coppia di adulti costretta di fatto a seguire linee educative di altri, che magari non condivide.

Inutile dire che molti Comuni mettono nero su bianco che fra le scelte straordinarie della famiglia di origine ci sono quelle che riguardano la religione.

Una famiglia cattolica praticante, quindi, che accolga un bambino non di un’altra religione, ma semplicemente figlio (magari regolarmente battezzato) di italiani atei, agnostici o indifferenti per semplice ignoranza, non possono offrire a questo piccolo il bene più prezioso che hanno. Ma non solo: se è vero che la scelta cristiana è un aspetto che coinvolge tutto te stesso e ogni aspetto della vita personale, si richiede uno snaturamento della propria essenza come singolo e come coppia.

In parole povere, se un genitore con patria potestà, attraverso avvocati, giudici, assistenti sociali compiacenti (la legge, in fondo, è dalla loro parte) ordina che il loro figlio (spesso più d’uno) non debba andare a catechismo, partecipare alla Santa Messa, ricevere i sacramenti, frequentare l’oratorio o l’ora di religione a scuola, la famiglia affidataria deve ubbidire seduta stante.

E il parere dei bambini?

Ecco, qui sta il punto dolente e ancora più assurdo di questa legislazione. Il comma 5 dell’articolo 1 della suddetta legge recita: “Il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato nell’ambito di una famiglia è assicurato senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento”: cosa si fa, allora, se il diritto di scelta del fanciullo cozza con quello del genitore naturale?

La risposta è semplice: vale quello che decide il genitore naturale.

È utile ricordare che se è vero che sulla carta gli affidi dovrebbero essere limitati nel tempo, di fatto, si trasformano in finte adozioni quando durano 10 e più anni. Parliamo quindi di soggetti che entrano in un’altra famiglia a 4-5 anni e ne escono (solo se lo desiderano) a 18. Quasi sempre la famiglia di origine non “guarisce” mai eppure mantiene sempre la patria potestà.

È normale che una coppia che ha cresciuto fin dall’infanzia come proprio il figlio di un’altra coppia, che lo conosce ormai molto più profondamente dei genitori naturali, possa per la legge solo comprargli i vestiti, nutrirlo, fargli eseguire i compiti, curargli l’influenza (perché in caso di operazioni o altri interventi, anche qui conta solo chi ha la patria potestà), parlare coi suoi insegnanti e firmargli il diario di scuola?

Neppure la libertà di movimento sul territorio perlomeno della Comunità Europea viene tutelata alla famiglia che ha accolto un minore in casa sua. Infatti, se chi ha la patria potestà si oppone a dare l’assenso per il documento valido per l’estero, solo un Giudice Tutelare saggio può forzare la situazione. Ma difficilmente lo fa.

Riassumendo, un bimbo o una bimba, una preadolescente o una preadolescente che, affascinato dall’esempio e dal contesto educativo della famiglia affidataria desideri ricevere la Comunione e la Cresima, iscriversi ad un’associazione cattolica, frequentare una scuola privata, non può farlo, se non con l’accordo di mamma e papà naturali, che, oltretutto, sono quasi sempre divisi e in conflitto tra loro, di basso livello culturale, arrabbiati e prevenuti, spesso afflitti da gravi problemi personali o a loro volta segnati da esperienze di infanzia violata.

E questo vale anche per scelte più profane come l’indirizzo di studi da intraprendere dopo la scuola dell’obbligo o l’andare all’estero con la “propria” famiglia (come essi considerano quella affidataria) oppure con la scuola.

Quali soluzioni davanti a questa palese situazione di violazione dei diritti fondamentali del fanciullo e degli stessi genitori affidatari, ultimi anelli della catena?

Da una parte avere la fortuna di incontrare, associazioni, operatori sociali, avvocati e magistrati che, nella vaghezza della legge, ne diano un’interpretazione logica e moderata, facendo da filtro fra le imposizioni – quasi sempre paterne – e i minori, cercando di far accettare le scelte dei figli ai propri genitori naturali, con un lavoro che non nego sia difficilissimo per i carenti e sottopagati organici dei Servizi Sociali comunali.

Dall’altra, scartata la supina obbedienza a diktat irricevibili quando si entra nel campo della Fede, ci sono due strade: la rinuncia all’affido, che comporterebbe però un terribile trauma per i bambini, con il ritorno immediato in una comunità e la perdita di ogni speranza di bene per la propria vita; l’obiezione di coscienza da parte dei genitori affidatari, con il rischio però, nel caso lo vengano a sapere, di subire da parte dei Servizi sanzioni come l’allontanamento del minore (con le conseguenze appena accennate) o addirittura guai giudiziari, visto che i genitori di origine utilizzano spesso l’arma intimidatoria della denuncia.

Il mio intento, spero riuscito, era di far emergere il problema, perché si intervenga da parte degli organi preposti (per esempio il Ministero non a caso chiamato “Delle Pari Opportunità”), ma anche perché la Chiesa, nostra madre, si ricordi, con la preghiera e con una concreta vicinanza, di questo popolo di volontari che spezzano il loro pane quotidiano, fra gioie e anche tante lacrime, con figli generati semplicemente dal cuore, sapendo perfettamente di essere per loro solo “padri putativi”, alla stregua di San Giuseppe nei confronti del Bambino Gesù.