Andrea Sartori (insegnante)

Sono passati i tempi in cui una donna come Oriana Fallaci aveva il coraggio di levarsi il velo davanti a Khomeini definendolo “stupido cencio da medioevo”. Pare che oggi le giornaliste amino mettersi il burqa. Ma non per denunciare la disumana condizione di una donna costretta  a trasformarsi in uno spettro. No. E’ solo per dare addosso a chi il burqa vorrebbe vietarlo per legge.

Zita Dazzi, nome che sicuramente non sarà ricordato come quello di Oriana Fallaci, ha scritto un interessante articolo intitolato Io dentro il burqa nelle strade di Milano pubblicato su Repubblica del 28 gennaio. Dopo essersi fatta prestare un niqab dall’imam Ali Sharif, la signora Dazzi si è avventurata per le strade di Milano per scoprire quanto i milanesi sono razzisti. Infatti, in burqa “Non si può prendere un libro in prestito in biblioteca, non si può entrare all’anagrafe comunale. E se ci si avvicina al palazzo di giustizia, scattano tutti i dispositivi di sicurezza”. Si scopre che quei cattivoni della biblioteca Sormani pretendono che, se si vuole un libro in prestito, la donna si levi il burqa e si faccia identificare. Scopre che molti la guardano con un sorriso “di compatimento”.
Mioddio, quanto sono cattivi questi milanesi! Il fatto è che la signora Dazzi si dimentica di descriveci un particolare molto importante, a nostro parere molto più iinteressante delle reazioni delle persone: cosa si prova nello stare dietro quel velo.Certo, perché la signora Dazzi forse non si rende conto della fortuna che ha nel non avere un marito-padrone o un padre-padrone che le impone quel velo. Forse non si rende conto della fortuna che ha nel vivere in un Paese occidentale e non ad esempio, in Arabia Saudita. Se lo ricorda, la signora Dazzi, quando alcune ragazze saudite morirono bruciate vive nell’incendio di una scuola femminile perchénella fuga avevano perso il velo e la polizia religiosa aveva ritenuto inopportuno che delle donne non velate uscissero per strada, anche se l’alternativa era morire. E’ abbastanza ridicolo quella nota sulla cassiera che sorride perché “ogni tanto le fa piacere vedere qualcosa di diverso” pensando a cosa significano burqa e niqab. La stessa signora Dazzi ritiene forse un qualcosa di moralmente accettabile, che so, la medioevale cintura di castità?

Cerchiamo di essere onesti. Questo elogio del burqa è quanto di più razzista si possa immaginare. Perché l’attenzione è stata centrata sulle reazioni della gente. Ma cosa si prova a stare sotto quell scafandro?
Non lo so, ma provo ad immaginarlo. Innanzitutto oppressione. Fatica a respirare. La signora Dazzi descrive il niqab “con un cordino da legare dietro alla nuca e una stretta fessura che lascia appena una feritoia per gli occhi.”. Mi chiedo: come respirano queste povere donne? Per non parlare del burqa vero e proprio, che addirittura prevede una grata davanti agli occhi, che ti fa vedere il mondo come da dietro una prigione fatta di invalicabili sbarre di tessuto. E’ il classico vedere il sole a scacchi. Il burqa è una cella ambulante, che non ti dà ore d’aria.

Non facciamo lo sciocco paragone con le suore. Le suore scelgono di indossare un velo. Moltissime donne musulmane no. Se lo vedono imposto sin dalla nascita da maschi padroni. In secondo luogo non esistono ordini che ti fanno coprire anche il volto.
Noi non ci rendiamo conto di quanto sia abominevole il burqa. Non è solo una questione di legalità (ricordiamo che in Italia esiste una legge che vieta le maschere proprio per l’antiterrorismo, che fu emanata al tempo del terrorismo brigatista). La sola questione della legalità sfiora la superficie. Parliamo innanzitutto di umanità. Anch’io guardo le donne completamente velate con “compatimento” come direbbe la signora Dazzi, con pietà, come sostengo io. E anche con orrore: ma un orrore non rivolto verso la donna, vittima di un sistema maschilista. Un orrore rivolto al sistema che le cancella l’identità. Un orrore doppio rivolto a quegli intellettuali, soprattutto se donne, che considerano tutto questo accettabile.

Il burqa cancella l’identità. Una donna anche semplicemente con l’hijab (che resta comunque un’imposizione, un’imposizione che portò la morte di Hina Salem e Sanaa Dafani) è perlomeno identificabile. Una donna col niqab e col burqa altro non è che un fantasma senza nome. A qualcuno di noi piacerebbe essere un fantasma senza nome? Credo a nessuno. Credo che neppure la signora Dazzi piacerebbe. Magari lo ha fatto volentieri solo perché si trattava di un pomeriggio. Quelle donne invece sono condannate a quella prigione velata tutta la vita.
La donna in burqa è un essere senza identità, un corpo semovente uguale a mille altri corpi semoventi. Diventa niente, perché non è nessuno. La sua umanità è cancellata. Riuscite ad immaginare qualcosa di più terribile.

Io faccio fatica. Eppure alcuni ritengono che l’essere dei fantasmi innominati possa essere accettabile. Per rispetto delle tradizioni. Sono gli stessi che si scandalizzano quando un Mel Gibson dà un’interpretazione poco politicamente corretta della civiltà maya, mostrando l’orrore dei sacrifici umani. Vi sono stati antropologi che hanno difeso la pratica maya dei sacrifici umani sostenendo che i sacrificandi erano felici di farsi strappare il cuore ancora palpitante.
Basta che sia una civiltà non occidentale e tutte le brutture vanno scusate. Le tradizioni rispettate. Invece è la persona che va rispettata, non le tradizioni. Le donne musulmane sono come le nostre donne: parafrasando il Mercante di Venezia di shakespeariana memoria, anche le musulmane piangono se vengono picchiate, sanguinano se vengono ferite, ridono se vengono solleticate. Anche loro, come noi, vogliono vivere.

La difesa del burqa è un insulto a Neda Agha Soltan e a quelle ragazze che oggi muoiono per le strade di Teheran o sono torturate a Evin. E’ un insulto a quelle ragazze picchiate dai basiji proprio perché si levano il velo. Sarà un caso che proprio tra le ragazze iraniane sia popolarissima l’Oriana nostra che gettò lo stupido cencio in faccia all’ayatollah? E’ una sottile forma di razzismo perché si immaginano le ragazze musulmane come delle povere minorate felici di essere trasformate da mariti padrone o da padri padroni in fantasmi senza nome.
Una sottile forma di razzismo. Diverso da quello dei razzisti dichiarati ma non per questo meno pericoloso. Forse, per certo aspetti, ancora più insidioso