di Andrea Monda
Tratto da La Bussola Quotidiana il 26 febbraio 2011

Leggere un libro di suor Cristiana Dobner, monaca carmelitana di clausura, fine saggista e traduttrice che si occupa di letteratura e mistica, è sempre un’esperienza né semplice né scontata, soprattutto per lo stile con cui l’autrice conduce le sue riflessioni.

Come sottolinea Lucetta Scaraffia nell’introduzione all’ultimo lavoro della Dobner “Se affermo la mano che mi sfiora. Edith Stein: il linguaggio di Dio nel cuore della persona” (Marietti pp. 158, euro 18) l’autrice «ha inventato uno stile tutto personale di scrivere: quello di parlare attraverso frammenti delle opere degli autori che conosce e ama, scelti perchè ha trovato in essi una forte rispondenza umana e spirituale con il suo animo. Cristiana non parla mai in prima persona, non espone teorie interpretative né scoperte intellettuali; cerca anzi di scomparire dietro gli autori che predilige e che vuole far conoscere e amare». Questo stile trova piena conferma in questo libro dedicato al tema degli aspetti formativi dell’accompagnamento spirituale, argomento complesso che viene sviluppato attraverso il racconto della vita di Edith Stein, ebrea convertita al cattolicesimo e morta, come suora carmelitana col nome di Teresa Benedetta della Croce, nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz il 9 agosto 1942.

L’effetto quindi è “esponenziale”: la suora carmelitana Cristiana Dobner legge la suora carmelitana Edith Stein che legge Teresa d’Avila (e anche San Giovanni della Croce, altro suo grande “accompagnatore”); ne scaturisce una riflessione profonda sulla spiritualità del Carmelo, “luogo” dalla grande potenza simbolica perchè, come ha osservato il teologo gesuita Erich Przywara (che della Stein fu profondo amico), «il Carmelo è l’unico Ordine che rappresenta l’unità dell’Antica e della Nuova Alleanza sotto il simbolo del profeta Elia che secondo la leggenda dell’Ordine ne è il fondatore». Questo è uno dei temi che corre sotto traccia all’intero saggio: la Grazia di Dio perfeziona la natura, come afferma San Tommaso d’Aquino, per cui quando rinnova la vita degli uomini non costringe l’uomo nuovo a rinunciare a niente del vecchio ma solo a rivitalizzarlo, l’ebrea Edith trova il compimento del suo cammino precedente nella Nuova Alleanza conosciuta attraverso la spiritualità carmelitana.

Come ebbe a dire Giovanni Paolo II in occasione della messa per la beatificazione a Colonia, il 1° maggio del 1987: «Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell’uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, “fino a quando finalmente trovò pace in Dio”».

Questa suora carmelitana si trova come ad un crocevia tra Antico e Nuovo Testamento e la croce che ha scelto di inserire anche nel suo nuovo nome resta ancora oggi conficcata nel cuore dell’Europa ferita a morte dalla barbarie nazista. Il libro della sua consorella Dobner, ricchissimo di citazioni tratte sia dalle principali opere della Stein sia dalla “positio” preparata per il processo di canonizzazione, permette una rapida ma non superficiale (anzi profondissima) rilettura dell’intensa vicenda biografica di questa donna che Karol Wojtyla ha voluto proclamare co-patrona d’Europa.

Edith nasce il 12 ottobre 1891 a Breslavia, ultima di 11 figli, proprio mentre la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell’espiazione, una coincidenza che fu sempre considerata dalla carmelitana come un vaticinio. A due anni Edith perde il padre e pochi anni dopo la fede in Dio: «In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare». Brillante studentessa è appassionata di filosofia e della “questione femminile”. Nel 1913 avviene l’incontro all’università di Gottinga con Edmund Husserl di cui Edith diviene assistente: la fenomenologia è vissuta come un ritorno all’oggettivismo, alla concretezza e come premessa ad un ritorno alla fede religiosa. Seguirà Husserl all’università di Friburgo dove consegue nel 1917 la laurea con i massimi voti con una tesi “Sul problema dell’empatia”.

In quello stesso anno avviene la crisi che la porta al cristianesimo, per la prima volta Edith sente una mano che la sfiora a cui tenterà di aggrapparsi: «Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio» scriverà successivamente, «In me prende vita la profonda convinzione che – visto dal lato di Dio – non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina». Nel frattempo la sua carriera universitaria è bloccata, prima a causa del suo essere donna, dopo, definitivamente, dal suo essere ebrea.

Una sera d’estate del 1921 legge, in una notte, l’autobiografia di Teresa d’Avila per poi dichiarare: «Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità». Il primo gennaio del 1922 Edith Stein si fa battezzare, è il giorno della Circoncisione di Gesù, l’accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo: «Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio». Il 14 ottobre del 1933 entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia dove rimarrà fino al 1942, realizzando una vita di carità e di studio (scrivendo tra l’altro saggi filosofici come Essere finito ed essere eterno, in cui cerca di conciliare la filosofia di Tommaso d’Aquino e la fenomenologia di Husserl e La Scienza della Croce: Studio su Giovanni della Croce).

Nell’agosto del 1942 alla porta del monastero bussa la Gestapo. E’ una rappresaglia contro gli ebrei convertiti scatenata dalla comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. Insieme a centinaia di ebrei convertiti al cristianesimo Edith viene portata al campo di raccolta di Westerbork. Il 9 agosto Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, muore nelle camere a gas di Auschwitz. Tutta questa drammatica vicenda scorre in filigrana sullo sfondo del libro di suor Cristiana Dobner sul linguaggio di Dio nel cuore dell’uomo, un linguaggio discreto, delicato. Dio che bussa alla porta di ogni uomo infatti non si impone né intende violentare la libertà umana che viene anzi custodita dalla sua grazia, un concetto ben espresso dal titolo: “se afferro la mano che mi sfiora”.

La cosa fondamentale, ci dice la Dobner (raggiunta telefonicamente nel suo convento di Concenedo), è che esiste la mano di un Altro che ci sfiora, che chiede il nostro contatto, la comunione, ma si tratta appunto di uno “sfiorare”, non è Dio che ci afferra ma siamo noi che possiamo, se vogliamo, afferrare Lui. E altrettanto fondamentale è il fatto che si tratti della mano di un Altro: il cammino interiore, necessario per fare luce nel mistero della propria esistenza, non equivale ad un vago intimismo né ad una deriva solipsistica che oggi molte vie “alternative” di spiritualità propongono. In questo senso molto chiara è la riflessione sulla preghiera e la sua importanza per la “costruzione” (Aufbau in tedesco) del proprio cammino esistenziale, perchè la preghiera non è un curvarsi in se stessi ma al contrario un aprirsi, un uscire fuori per tendersi verso la mano che ci sfiora.