di Fiamma Nirenstein
Tratto da Il Giornale del 20 febbraio 2011

In Piazza Tahrir, che come un grande teatro a più scene ci ha rappresentato per giorni scene di rivoluzione, di gioia e di morte, commedie e tragedie, un’inviata della CBS News è stata brutalizzata sessualmente per mezz’ora da una folla di uomini eccitati.

Grandi rivoluzionari, decine di grandi combattenti della libertà che il mondo intero stava esaltando; bastava guardare la CNN e la BBC. Il cameraman di Lara Logan, una bella donna di 39 anni, veterana dell’Irak e dell’Afghanistan, è stato trascinato via e picchiato; la giornalista è stata infine salvata da una folla che le cronache definiscono di «donne e soldati», ma chissà se è una narrativa mirata a ricomporre un’icona.

Negli altri angoli della piazza la storia seguiva il copione: si gridavano slogan, si resisteva all’attacco degli uomini cammellati di Mubarak, si marciava, si filmavano giovani blogger, donne con e senza velo, la loro sete di libertà, il loro coraggio… Intanto, in quell’angolo si stava svolgendo una scena che non poteva, non doveva dire nulla sulla rivoluzione che piace alle telecamere, che nutre gli stereotipi più cari all’informazione liberal. Questa informazione per giorni ha nascosto che non pochi fra i giornalisti occidentali, tutti favorevoli alla rivoluzione, venivano in realtà strattonati e minacciati, talora portati via dalle forze dell’ordine…

Non si è parlato neppure dei molti feroci slogan antisemiti e antiamericani, ben documentati da tante foto. I volti ripresi dalla telecamera di coloro che hanno aggredito sessualmente e brutalizzato Lara sono stati oscurati. I giornalisti in piazza erano là per raccontare la bella rivolta degli egiziani contro il dittatore, per parlare di libertà e di futuro, di modernità e di speranza. Cosa c’entrava che Lara venisse violentata? Che le urlassero, come è accaduto, «ebrea ebrea», giusto la peggiore fra tutte le accuse che quella folla potesse concepire? E mentre Lara veniva trasportata, ridotta a uno straccio, lontano dalla folla per essere rimpatriata e trasferita in un ospedale americano noi giornalisti continuavamo a cantare le lodi di quella piazza. Non solo: altri giornalisti americani, fra cui un certo Nir Rosen, hanno creduto di dover mettere in dubbio la veridicità della storia di Lara, definita una guerrafondaia. Dopo Rosen si è dovuto scusare, ma intanto aveva pagato il suo tributo al suo fantasma di rivoluzione: una folla in rivolta non può che essere buona. Ma non è così: una donna bionda in piazza a lavorare in mezzo a decine di migliaia di maschi, in particolare arabi, è una sfida culturale. Chi ha frequentato come mi è capitato, e come è certo capitato anche a Lucia Annunziata che ha scritto un pezzo su questa vicenda, di trovarsi in una situazione affollata e confusa in questi mondi, sa che può giungere un momento in cui al rischio che ogni giornalista corre, per una donna si aggiunge quello sessuale, che la stessa presenza di una donna crea un circuito di adrenalina, una situazione di aggressività. Può accadere ovunque, ma questo peggiora quando ci si trova in una società in cui, secondo quello che ha riportato all’ONU l’Associazione per i diritti legali delle donne basata al Cairo, le donne egiziane sono private dei loro diritti fondamentali, inclusi quelli di possedere il loro corpo e le loro proprietà. I maschi che uccidono le donne in genere non vengono puniti; se lo sono, restano in carcere fra i due e i quattro anni.

Riporta l’Annunziata che ogni giorno il 98 per cento delle donne straniere in Egitto viene molestata, e così accade al 60 per cento delle donne egiziane. Il più recente rapporto PEW sull’opinione pubblica comunica che l’82 per cento è favorevole alla lapidazione delle adultere. Questo tipo di informazioni le abbiamo lette raramente nei giorni di Piazza Tahrir, invece sono fondamentali per capire cosa è stato l’Egitto, cosa è, e anche purtroppo probabilmente, che cosa sarà o contro che cosa dovrà battersi per diventare un Paese democratico. Solo non chiudendo i nostri e gli altrui occhi su questa realtà noi giornalisti possiamo aiutare a evitarlo.