Chi ne esce meglio è Don Sturzo
di Luca Negri
Tratto da L’Occidentale il 3 luglio 2011

Ci vuole ancora poco a finire etichettati come “clericofascisti”. Basta dichiararsi di destra e al contempo cattolici perché scatti l’automatismo della poco simpatica definizione da parte di chi è in possesso di una conoscenza superficiale della storia del Ventennio.

Non sono in pochi a dare per scontata una indubbia complicità del Vaticano con il regime, un legame stretto ed una precisa identità di vedute e scopi fra Pio XI, Pio XII e Mussolini. Poi c’è la prova inconfutabile: la frase tramandata dai libri di scuola ed attribuita a papa Ratti che salutava Mussolini come “uomo della Provvidenza”. Ebbene quella frase è un falso, una distorsione. Pio XI disse che “forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare” per arrivare alla conciliazione fra Stato e Chiesa dopo sessant’anni di guerra nemmeno tanto sotterranea. Non proprio la stessa cosa, considerando poi quel “forse” che sparì del tutto nella stampa fascista. La riflessione del Papa, più un sospiro di sollievo che un’acclamazione del Duce, fu strumentalizzata dal regime e nacque la leggenda del pontefice pronto ad ungere con olio santo l’uomo di Predappio neanche fosse Carlo Magno nella notte di Natale dell’800 dopo Cristo.

Gran parte delle leggende e delle comode superficialità su quelle vicende sono smentite da un volume appena edito da Rizzoli, La Chiesa di Mussolini. I rapporti tra fascismo e religione. La firma è già una garanzia, dato che è quella di Giovanni Sale, padre gesuita con cattedra di Storia della Chiesa contemporanea nella Pontificia Università Gregoriana di Roma, redattore de “La Civiltà Cattolica” ed autore del fondamentale Hitler, la Santa Sede e gli ebrei (Jaka Book): poderoso volume che, basandosi su documenti inediti dell’archivio vaticano, ha demolito la “leggenda nera” che vuole Pio XII troppo tiepido nell’aiutare gli ebrei se non addirittura simpatizzante nazista. Con questo nuovo lavoro Sale, sempre con l’ausilio di documenti e non di preconcetti, analizza i rapporti fra la Chiesa cattolica e il fascismo dal primo dopoguerra fino al fatidico 1929, anno del Concordato. Le sorprese sono molte. Il soglio pontificio, infallibile sul piano dottrinale ma non su quella politico – come ogni istituzione umana – commise certo degli errori, ma non può certo essere accusato di complicità.

Chi ne esce peggio, tanto per cambiare, è proprio il preteso uomo della Provvidenza. Mussolini non ebbe mai una visione coerente sulla questione religiosa. Come suo solito, ricorda Sale, “si lasciò guidare dal fiuto politico astuto e opportunista”. Non era cristiano e tanto meno cattolico, professava una vaga spiritualità che si voleva un po’ nicciana e un po’ hegeliana. Era convinto in cuor suo che la fede nella Chiesa e in Cristo, come tutte le altre religioni, fosse una fase storicamente e psicologicamente immatura della coscienza umana. Il XX secolo avrebbe finalmente sotterrato quelle superstizioni per fare spazio al culto dello Stato forgiatore dell’Uomo Nuovo. Nell’attesa non si poteva prescindere dalla forza rappresentata dal Vaticano, soprattutto se si era intenzionati a governare l’Italia. Non potendo rivaleggiare con la Chiesa sul suo stesso campo, ritenendo gli italioti non ancora maturi per la verità, decise di venire a patti, con gran delusione di tutti i fascisti anticlericali, dei massoni che lo avevano aiutato nella conquista del potere e dei futuristi entusiasti “svaticanatori” d’Italia.

Fu così che il primitivo programma dei Fasci di combattimento, targato 1919, che pretendeva la confisca dei beni delle congregazioni religiose, fu ben presto accantonato. Mussolini era stato fin dalla gioventù un accanito mangiapreti, autore socialista di pamphlet ateistici ed eretici e di un romanzetto scandalistico di stampo anticlericale; ma quei testi diventarono quasi introvabili durante il Ventennio, fatti sparite per ordine dell’autore. Non che avesse cambiato idee, semplicemente c’erano milioni di compatrioti cattolici da non scandalizzare troppo. Se è vero che durante la sua unica visita in Vaticano, nel febbraio del 1932, non si inginocchiò né baciò la mano del pontefice, decise per mero calcolo di mettere ordine all’ingarbugliata situazione famigliare: fece battezzare moglie e figli e portò all’altare donna Rachele nel 1925, dopo vent’anni di unione civile. Per prendere le distanze dal liberalismo cavouriano si mise a dichiarare che la separazione fra Stato e Chiesa era “assurda quanto la separazione tra spirito e corpo”. In realtà voleva che lo Stato diventasse Chiesa e lui, come Duce, il suo papa.

Ma quello vero di Papa, Pio XI, cosa pensava di Mussolini? Cosa ne pensavano i gesuiti? Il peggio che si può dire è che considerarono il fascismo un male minore rispetto al bolscevismo ateo e materialista (le notizie che arrivavano dalla Russia certo non rassicuravano sul trattamento riservato ai cristiani…); almeno il movimento dei fasci non era fondato su di una dottrina strutturata e decisamente ostile. Forse era possibile emendarla, cristianizzarla; ci credettero in molti, compresi grandi intellettuali come Giuseppe Ungaretti e Giovanni Papini. Ma al Papa non sfuggiva certo il doppio gioco fascista: lusinghe alla curia romana ma bastonate e spedizioni squadriste a preti, attivisti, cooperative bianche nelle province. I gesuiti videro subito nelle camicie nere i continuatori delle politica laicista dei liberali con l’aggiunta dei metodi violenti tipici del socialismo massimalista. Insomma ci si fidò poco, anche se con i primi provvedimenti del governo Mussolini il crocefisso tornò sui muri dei luoghi pubblici.

Il Vaticano poi criticò aspramente l’istituzione dell’Opera Nazionale Balilla, denunciandone la vocazione totalitaria nel campo educativo e criticando lo Stato etico come del tutto contrario alla dottrina cattolica. Da quel tentativo di plasmare le menti giovanili riuscì almeno a salvare l’esistenza dell’Azione cattolica che rimase l’unica organizzazione di massa non assorbita nella struttura del regime e al cui interno si poté sviluppare buona parte della futura classe dirigente repubblicana. In sintesi, la Chiesa di Roma operò con realismo e ponderazione. Forse con qualche prudenza di troppo ma è bene considerare che la dottrina cattolica tradizionale insegnava l’obbedienza all’autorità civile legittimamente investita del potere pubblico.

Chi però esce meglio dalle vicende di quegli anni e dal libro di Sale che le racconta è don Luigi Sturzo. Il Partito Popolare da lui fondato nel 1919 aveva un programma economico-sociale riformatore, si ispirava alle verità cristiane ma non si definiva “partito cattolico”, non prendeva la religione “come elemento di differenziazione politica”, era indipendente e autonomo dalla gerarchia ecclesiastica e dalla organizzazioni di Azione cattolica. Si oppose alla legge Acerbo e Sturzo pagò con una violenta campagna giornalistica orchestrata dai fascisti (mentre molti militanti popolari sparsi per l’Italia assaggiarono più di un manganello). Il Ppi fu anche contrario alla ritirata sull’Aventino delle opposizioni dopo il delitto Matteotti, convinto che la violenza fosse da combattere politicamente senza lasciare campo aperto a Mussolini nelle sedi parlamentari.

Il Duce però intendeva distruggere il cattolicesimo politico per conquistare le masse al fascismo e dunque pretese l’allontanamento dello scomodo sacerdote. Roma sacrificò Sturzo, costretto ad un esilio lungo ventidue anni, ma riuscì a strappare i Patti Lateranensi. Con il Trattato internazionale fu istituita la nascita dello Stato del Vaticano (sovranità territoriale che poteva dare “l’evidenza della libertà ed indipendenza della Chiesa”) con il Concordato che regolava i rapporti fra Stato e Chiesa finiva l’epoca del laicismo istituzionale ed intransigente. Fu Mussolini a raccogliere i primi benefici della pacificazione del 1929: ebbe inizio la fase del consenso più esteso alla sua politica. Ma quando si dovette ricostruire l’Italia dopo il disastro della Seconda Guerra mondiale lui non c’era più e stava passando alla storia come unico responsabile. La Chiesa era invece ancora in piedi, nei suoi conventi e fra le mura del Vaticano aveva nascosto e protetto più di un membro del Cln romano.