Sottratti i soldi per la famiglia del taxista ucciso
di Roberto Mussapi
Tratto da Avvenire del 25 novembre 2010

Se la notizia è fondata si apre una scena raccapricciante. Se si rivelasse dubbia, o diversa da come appare, il quadro evita solo di precipitare, restando comunque terribile. La sola idea che i fondi raccolti dai colleghi taxisti di Luca Massari, 15. 000 euro (tanti per chi li mette, pochi per chi li riceve), siano stati rubati, è agghiacciante. Ma sarebbe altrettanto agghiacciante anche se non si rivelasse vero, nel senso che raggela l’idea stessa che una simile azione sia concepibile. Chi si considera adulto e vaccinato sa che la vita presenta sempre realtà terribili, ma se è realmente adulto è capace di leggere i segni, la realtà simbolica celata e svelata dagli eventi.

Per essere chiari: è evidente, e non può meravigliare, che un delitto come uno di quelli che hanno invaso recentemente la cronaca costituisca un fatto orrendo. Lo è per definizione, come lo stupro, la violenza sui bambini, la tortura. Ma la storia del taxista Luca Massari, morto dopo un mese di coma, parte diversamente, ha un inizio differente: un’aggressione bestiale, senza attenuanti, nei confronti di un uomo pacifico, ‘reo’ di avere investito un cane non tenuto al guinzaglio.

Un’aggressione a un uomo che non è quindi colpevole, e se anche lo fosse si tratterebbe di colpa dovuta alla fatalità. Un uomo che scende dall’auto a verificare l’accaduto, e che, senza aver minimamente sospetto di quanto sta per accadere, è aggredito e ridotto in fin di vita. L’inizio è tremendo. Ma lo sviluppo è diverso: alla furia gratuita dei criminali che lo finiscono selvaggiamente, corrisponde la commozione prima di una categoria, i taxisti, e di una città, Milano, e immediatamente, appena la notizia si diffonde, di un Paese.

L’Italia vive questo episodio con angoscia, preoccupazione, un forte senso di colpa. Lo avverto nelle reazioni di ogni tipo, dalla stampa all’opinione pubblica, dai politici alla gente nei bar. Siamo arrivati a un punto di violenza senza ritorno. È la goccia che fa traboccare il vaso. Tutti abbiamo paura, soprattutto coloro che detestano a priori la violenza ne avvertono la presa di potere, il dominio che pare incontrastabile. Questa reazione degli italiani è quindi un segno positivo, che non restituisce la vita al povero taxista innocente, ma almeno la speranza che qualcosa possa mutare. Se ora scopriamo che il frutto della colletta dei suoi colleghi è stato rubato, con l’infrazione di una finestra, con lucida predeterminazione, il quadro ci appare insalvabile. Pensiamo quanto costa quel contributo a un taxista, che non vive ai Caraibi e non ha la barca in Sardegna, e a quanta commozione si manifesta in quel gesto spontaneo. Pensiamo che comunque il contributo è esiguo, è una piccola risorsa di poveri, e non basta a tranquillizzare una famiglia anche parlando solo del puro aspetto economico, che ovviamente non è il principale. Ma che il frutto di queste povere offerte di generosità infinita sia lucidamente rubato, portato via, sottratto, è uno sfregio al nome dell’uomo appena morto, un insulto alla sua famiglia, e anche alla nostra. Non pretendo Robin Hood, che ruba ai ricchi per donare ai poveri. Ma Dante non avrebbe trovato un girone abbastanza basso per colui che ha rubato la colletta in memoria del povero taxista ucciso senza sapere perché.