Rischiamo di attribuire alla scoperta di Venter un valore e un significato che non ha

La notizia del giorno, vale a dire la creazione di una cellula vitale dal Dna interamente “artificiale”, va letta con giudizio, perché rischia di essere fraintesa e mal valutata nell’entusiasmo mediatico, soprattutto da parte del grande pubblico. Il genetista Craig Venter, il fondatore di Celera Genomics non nuovo a imprese scientifiche mirabolanti (sua è la prima lettura dell’intera sequenza del Dna umano) non ha affatto creato da materia inanimata o addirittura dal nulla la sua “vita sintetica” finita in prima pagina su tutti i giornali del mondo. Non ha preso un minerale e gli ha infuso vita, sia pure artificiale. La realtà è che Venter ha prima “letto” la sequenza del Dna di un batterio e poi, con l’aiuto di un lievito, lo ha chimicamente ricostruito in laboratorio, cambiandone alcune sequenze. Il nuovo genoma così ottenuto (nuovo nel senso che quella sequenza modificata e arricchita non esiste in natura) è stato quindi inserito in un batterio svuotato del genoma originario. Venter, che ci aveva già provato nel 2007 senza successo, stavolta è riuscito a ottenere che quel “nuovo” batterio ottenuto dal bricolage tra elementi vitali preesistenti, si riproducesse. Il fatto è certamente di grande rilevanza (anche se, come sempre in materia di tecnoscienza prometeica, il fare ha ancora una volta preceduto la domanda: per farne che cosa? E con quali garanzie di sicurezza?). Ma quel fatto non è, come certi commenti farebbero superficialmente credere, la creazione di vita dall’inanimato.

Nicoletta Tiliacos

da PiùVoce.net