Il bellissimo “Ausmerzen”, scritto e recitato magistralmente dall’attore e autore Marco Paolini, mercoledì scorso su La7, ha raccontato al pubblico televisivo italiano che cosa è stata l’eugenetica nazista. Molti, ma non tutti, sanno che il progetto eugenetico ha avuto una sua versione socialdemocratica e svedese, con effetti perduranti fino alla metà degli anni Settanta.

Il mito della pulizia demografica, del miglioramento della popolazione, del raggiungimento del benessere della collettività attraverso interventi di sterilizzazione su esseri umani “difettosi” – che avrebbero rischiato di riprodurre vite non degne di essere vissute – ebbe come convinti alfieri Alva e Gunnar Myrdal. Coniugi, entrambi insigniti del premio Nobel (la prima, nel 1982, per la Pace, il secondo, nel 1974, per l’Economia), i Myrdal considerarono le politiche eugenetiche un corollario necessario della loro concezione di Welfare State. E leggi ispirate dalle loro teorie, tra 1934 e il 1975, portarono nella civilissima Svezia a più di sessantamila sterilizzazioni, in larga parte imposte. Destinatarie, nella quasi totalità, furono donne “devianti”: deboli di mente, alcolizzate, prostitute. Quella lunga e oscurissima pagina della recente storia svedese è ben raccontata in un libro uscito qualche anno fa, intitolato “L’utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975)”, scritto da Luca Dotti e pubblicato da Rubbettino. Vi è riportato questo brano, nel quale i Myrdal danno un perfetto saggio della loro filosofia di bonifica demografica: “Una ragione di più per una politica di sterilizzazione condotta senza eccessivi riguardi risulta dal fatto che proprio le menomazioni mentali ereditarie si ritrovano spesso tra persone non ricoverate negli istituti, e che quindi hanno a disposizione una libertà di riprodursi non regolata né dalla razionalità, né dalla società…”. Covano mostri spaventosi, in certe avanguardie dedite al culto della razionalizzazione e della scienza.

Nicoletta Tiliacos da Più Voce