di Gianluca Perricone
Tratto da Giustizia Giusta il 30 dicembre 2010

Talvolta la giustizia riesce ad arrivare laddove neppure il miglior penalista riuscirebbe a giungere.

Provate per un attimo a mettervi nei panni degli avvocati difensori di Giuseppe Belcastro, condannato all’ergastolo, il 3 marzo del 2006, dalla Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria (che ha confermato la sentenza di primo grado) per reati di mafia legati all’inchiesta sulla “faida di Sant’Ilario”, nella locride, che provocò numerosi omicidi. Per il loro cliente, i difensori dell’uomo erano riusciti ad ottenere l’ergastolo: non si può certo parlare di brillante linea difensiva… E allora ecco il bradipo, la inceppata macchina della giustizia che da una mano a Belcastro ed impiega quattro anni e mezzo per depositare le motivazioni di quella sentenza del 2006. Il gioco è fatto: ergastolano scarcerato ed avviato alla pena alternativa della casa di lavoro di Sulmona per scadenza dei termini della custodia cautelare.

E mica è finita qui: il ritardo ha provocato la scarcerazione anche di un altro imputato del processo Prima Luce, per la faida di Sant’Ilario, Luciano D’Agostino, condannato a 15 anni di reclusione.

Eppure il ritardo che si stava consumando nel deposito di quelle motivazioni era stato oggetto anche di due interrogazioni parlamentari presentate a novembre da Angela Napoli, di Futuro e libertà, con le quali la deputata aveva anche chiesto l’invio di un’ispezione nella Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria.

Quattro anni e mezzo sono davvero tanti, anzi sono indiscutibilmente troppi. Di fronte a questo ennesimo ‘misfatto’ giuridico, non tengono neppure giustificazioni che generalmente vengono collegate al carico di lavoro o alla carenza di organico.

E pensare che è recente (ironia della sorte!) la sentenza 25305/2010 della Corte di Cassazione che, a sezioni unite, ha decretato come la carenza di organico non giustifichi la “disorganizzazione” e i relativi ritardi della magistratura che finiscono per “risolversi in un diniego di giustizia che la coscienza sociale percepisce come sintomo di inefficienza intollerabile”. La Corte era chiamata ad esprimersi proprio sulla censura inflitta dal Csm ad un giudice del tribunale di Gorizia che “nel compimento di atti relativi alle funzioni, ritardava, in modo reiterato, grave ed ingiustificato il deposito di numerosi provvedimenti”.