Presentato il XX Dossier statistico sull’immigrazione di Caritas/Migrantes

di Chiara Santomiero

ROMA, martedì, 26 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Quattro milioni 919 mila, uno ogni 12 residenti: è il numero dei residenti stranieri presenti in Italia secondo il Dossier statistico Immigrazione 2010 di Caritas/Migrantes presentato questo martedì a Roma e contemporaneamente in tutte le regioni italiane. Il dossier, nato venti anni fa da un’idea di don Luigi Di Liegro, indimenticato direttore della Caritas diocesana di Roma, prova a mettere in ordine le cifre riguardanti gli immigrati per dare conto dei fatti che li vedono protagonisti al di là di percezioni confuse sulla loro presenza nel nostro – e, ormai, anche loro – Paese.

All’inizio del 1990, l’anno della prima edizione del dossier, non si andava oltre il mezzo milione di presenze. In venti anni, informa il dossier, la popolazione immigrata è cresciuta di quasi 10 volte, arrivando alla soglia dei 5 milioni, ma “insieme al numero degli immigrati sono aumentate anche le chiusure”. A cominciare dalla percezione distorta di questa presenza da parte degli italiani: secondo quanto emerge dai sondaggi, gli italiani stimerebbero gli immigrati circa tre volte di più della loro effettiva consistenza e sarebbero convinti che i clandestini siano più numerosi dei migranti regolari, mentre le stime attestano un numero attorno al mezzo milione.

Una foto a colori

Ma qual è il vero volto di questa immigrazione? La più numerosa è la collettività romena con quasi 900 mila residenti; seguita da quella albanese e marocchina, con mezzo milione, mentre cinesi e ucraini sono quasi duecentomila. Queste 5 collettività rappresentano il 50,7% della presenza immigrata. Complessivamente gli europei sono la metà del totale, gli africani poco meno di un quinto e gli asiatici un sesto, mentre gli americani rappresentano un decimo delle presenze. Filippini, peruviani ed ecuadoriani si stabiliscono preferibilmente in città; indiani, marocchini e albanesi preferiscono i comuni non capoluogo.

Ci sono più immigrati nel nord e nel centro, ma nel sud c’è una forte presenza di alcune comunità come gli albanesi in Puglia, gli ucraini in Campania e i tunisini in Sicilia. Una elevata concentrazione di immigrati è presente a Roma (quasi 270 mila) e Milano (200 mila) ma tanti si stabiliscono nei piccoli centri e, a volte, rovesciano le percentuali nazionali: a Porto Recanati (Mc), gli stranieri sono il 20% dei residenti a fronte di una media nazionale del 7%. La regione con la più alta percentuale di residenti stranieri è la Lombardia (23,2%), seguita da Lazio (11,8%), Veneto (11,3%) ed Emilia Romagna (10,9%). Le donne rappresentano il 51,3% di questa presenza con una punta massima del 63,5% a Oristano e del 58,3% in Campania.

Sono 77.148 i bambini nati da entrambi i genitori stranieri nel corso del 2009 (il 13% di tutte le nascite e più del 20% in Emilia Romagna e Veneto). Oltre un ottavo dei residenti stranieri, cioè 572.720, sono bambini e ragazzi nati in Italia e rappresentano quella “seconda generazione” nei confronti della quale “l’aggettivo straniero è del tutto inappropriato, in quanto accomunati agli italiani dal luogo di nascita, di residenza, dalla lingua, dal sistema formativo e dal percorso di socializzazione”. La buona notizia è che “a differenza della chiusura su altri aspetti, gli italiani sembrano più propensi alla concessione della cittadinanza a chi nasce in Italia seppure da genitori stranieri”.

In Italia, ha affermato mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma,“manca una ideologia positiva dell’immigrazione, spesso equiparata a una realtà ostile, confondendo la regolamentazione con la diffidenza”. L’immigrazione, inoltre, “va inquadrata in una lettura congiunta dell’andamento demografico e dello sviluppo del nostro paese e di quello dei paesi di origine, e non ha senso parlare di cooperazione internazionale nella speranza di chiudere le porte all’immigrazione”. “La posta in gioco – ha concluso Feroci, citando ancora don Di Liegro – è un nuovo ordine economico che sia meno ingiusto e favorisca una maggiore amicizia tra i popoli”.

Produttori di futuro

In termini economici, gli immigrati rappresentano un contributo alla produzione del Prodotto interno lordo dell’11%. “Venendo essi a mancare – avverte il dossier – o a cessare di crescere nei settori produttivi non considerati appetibili degli italiani cioè agricoltura, edilizia, industria, servizi alla famiglia, il paese sarebbe impossibilitato ad affrontare il futuro”.

Quello dei servizi alle famiglie è l’ambito nel quale emerge con particolare rilievo l’indispensabilità del lavoro degli immigrati, attestata dall’ultima regolarizzazione del settembre 2009 con 300 mila domande: “nel 2015 in Lombardia le persone con oltre 65 anni saranno 3 milioni, 1 milione in più rispetto al 2010, con un fabbisogno esponenziale di assistenza”.

Ancora: gli immigrati versano quasi 11 miliardi l’anno di contributi previdenziali e fiscali “che hanno contribuito al risanamento dell’Inps trattandosi di lavoratori giovani e, perciò, ancora lontani dall’età pensionabile”. Inoltre, dichiarano al fisco oltre 33 miliardi l’anno. E’ stato quindi calcolato che “il rapporto tra le spese pubbliche sostenute per gli immigrati (circa 10 miliardi) e i contributi e le tasse da loro pagate va a vantaggio del sistema Italia”.

Sono sempre più attivi nel lavoro autonomo e imprenditoriale: ogni 30 imprenditori operanti in Italia, 1 è immigrato, con prevalenza dei marocchini – dediti al commercio – e dei romeni, attivi nel settore edilizio. Occorre aggiungere che in un Paese “con un elevato e crescente ritmo di invecchiamento, dove gli ultrassessantacinquenni superano i minori di 15 anni, gli immigrati sono un fattore di parziale riequilibrio demografico, influendo positivamente anche sulla forza lavoro”.

Un ultimo dato sulle retribuzioni: quella netta mensile degli immigrati nel 2009 è stata di 971 euro per gli stranieri e 1258 euro per gli italiani, con una differenza a sfavore degli immigrati del 23% e di 5 punti più alta per le donne straniere.

“Cerco di sfatare un falso mito – ha affermato l’imprenditore Radwan Khawatmi, intervenendo alla presentazione del dossier a Roma – cioè quello che noi occupiamo i posti dei lavoratori italiani: noi abbiamo occupato i posti abbandonati dai lavoratori italiani”.

“Nelle concerie – ha proseguito Khawatmi – siamo l’80% della forza lavoro, nelle acciaierie quasi il 60%, nell’edilizia il 55%, nelle raccolte stagionali siamo la maggioranza assoluta”. E ancora: “Le cascine abbandonate dai contadini in Emilia Romagna oggi sono fiorenti aziende agricole grazie ai lavoratori indiani; i carpentieri bergamaschi andati in pensione sono stati sostituiti da bravi albanesi. La maggioranza delle società di servizi sono di ‘nuovi italiani’, come preferisco chiamare gli immigrati residenti in Italia; i lavori artigianali sono in forte fase di espansione dopo anni di abbandono”.

“I nostri lavoratori – ha proseguito l’imprenditore – secondo le statistiche ufficiali Censis ed Istat hanno prodotto lo scorso anno l’11% del Pil italiano pari a 130 milioni di euro: se pensate che la Grecia e l’Irlanda erano vicini alla bancarotta per la metà di quello che abbiamo prodotto noi in Italia, potete capire che immigrazione non è questione di lava vetri, o di qualche delinquente come viene dipinta da certe forze politiche che ci offendono profondamente”.

Contro la “sindrome dell’invasione”

“E’ stato calcolato – avverte il dossier – che il miraggio di una ‘immigrazione zero’ in mezzo secolo farebbe perdere all’Italia un sesto della sua popolazione”. Poiché, allora, l’immigrazione è funzionale allo sviluppo del paese, occorre affrontarla in modo adeguato. Se è necessario controllare le coste per evitare che “diventino l’attracco per i trafficanti di manodopera e la base per i loro lucrosi commerci”, il rigore “va unito al rispetto del diritto d’asilo e della protezione umanitaria, di cui continuano ad aver bisogno persone in fuga da situazioni disperate e in pericolo di vita”.

E’ da sottolineare che, nella stragrande maggioranza dei casi, all’origine dell’irregolarità vi sono “gli ingressi legali in Italia, con o senza visto, di milioni di stranieri che arrivano per turismo, visita, affari”. Rispetto a questi flussi, sottolinea il dossier “anche la punta massima di sbarchi raggiunta nel 2008 di quasi 37 mila persone è ben poca cosa”.

Alcuni dati riguardano la criminalità, il fattore che maggiormente incide sulle paure degli italiani. Tra l’altro, “il Rapporto del Cnel ha dimostrato che il tasso di criminalità addebitabile agli immigrati venuti ex novo nel nostro paese è risultato, nel periodo 2005-2008, più basso rispetto a quello riferito alla popolazione già residente” e “il confronto tra la criminalità degli italiani e quella degli stranieri, ha consentito di concludere che gli italiani e gli stranieri in posizione regolare hanno un tasso di criminalità simile”.

“La società multiculturale – ha affermato durante la presentazione mons. Guerino di Tora, vescovo ausiliare della diocesi di Roma e e presidente della Commissione migrazioni della Conferenza episcopale del Lazio – non comporta per noi italiani la rinuncia alle nostre tradizioni. Abbiamo una storia, una lingua, una cultura, un orientamento costituzionale, un passato religioso. Secondo l’orientamento della chiesa, i nuovi venuti hanno diritto a essere accolti ma anche il dovere di rispettare il paese che li accoglie”.

Da soli, però, “non siamo più sufficienti e per costruire la società del futuro abbiamo bisogno anche degli immigrati, da valorizzare nelle loro differenze pur sempre indirizzate verso gli obiettivi comuni in una prospettiva di interazione e di integrazione”. Ogni immigrato “è un moltiplicatore della realtà italiana, una garanzia per la sua sopravvivenza e non una minaccia di estinzione”.