La guerriglia di sabato scorso in via Padova a Milano dopo l’uccisione del giovane egiziano ha aperto le polemiche sulla legalità nelle periferie delle nostre città dove gli italiani spesso si sentono assediati dagli stranieri. Antonio che ha comprato la casa dieci anni fa in via Padova, dopo ventiquattr’ore se ne è pentito, “qui viviamo in una fogna”. Ognuno racconta storie sul proprio palazzo, sul proprio quartiere, tutte uguali. In via Padova un comitato di quartiere denuncia da mesi il crescente degrado, ma le autorità non hanno preso provvedimenti concreti per risolvere la situazione. Il governo ha approvato una legge che prevede il sequestro delle case a chi le le affitta a immigrati clandestini, ma chi la applica? Quasi nessuno.

Non è un mistero per nessuno che un’immigrazione incontrollata genera, in ogni Paese, tensioni sociali e razziali. Ci sono stati problemi in Francia, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Belgio, Svezia. L’Italia non fa eccezione anche se questa volta la matrice islamica non è centrale. Ma l’Italia ha una peculiarità: ignora i problemi fino a quando non esplodono.

Gli scontri di via Padova dimostrano che l’integrazione è difficilissima quando gli stranieri superano il 10% della popolazione, ma quei fatti sono anche “figli” di un’Italia che lascia correre, che si rassegna facilmente, che vara leggi che nessuno applica per quieto vivere o per paura. Già perché nemmeno la polizia osa addentrarsi in certi quartieri. E quando i vigili devono fare dei controlli in certe case, rinunciano perché temono per la propria incolumità. (Marcello Foa, Immigrati, quando l’Italia ignora i problemi…17.2.2010 Il Giornale)

Un corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles qualche settimana fa in un articolo inchiesta, ha raccontato quello che sta succedendo in alcune capitali europee. A Stoccolma, alcuni cittadini iraniani, urlando “morte a Khamenei”, hanno affrontato i poliziotti svedesi, con lanci di pietre.

Qualche settimana fa, a Bruxelles, capitale dell’ Unione Europea e simbolo dell’ integrazione comunitaria, dopo una vittoria della squadra di calcio dell’ Anderlecht un gruppetto di suoi tifosi hanno avuto l’infelice idea di festeggiarla nel quartiere di   Schaerbeek, dove un abitante su tre si professa musulmano ed è immigrato dalla Turchia o dal Maghreb. L ‘ avevano fatto altre volte. Così, detto e fatto: sciarpa sul viso e cinghia in pugno, dopo qualche coro, qualche braccio teso alla moda di Norimberga e qualche bottiglia di birra trappista in frantumi, i ragazzotti dell’ Anderlecht correvano inseguiti da decine di loro coetanei locali che si incitavano a vicenda in turco o in arabo. «Jallah, jallah», «avanti, avanti», se li prendevano li convertivano a mazzate e buon per loro che è arrivata la polizia a salvarli. Il calcio non c’ entrava nulla, la religione neppure, la disoccupazione neanche, il Belgio o Bruxelles men che meno. Come, un anno prima, non c’ entrava Bruxelles negli scontri che nello stesso quartiere avevano opposto altri giovanotti turchi a immigrati curdi ed armeni, nel ricordo delle stragi compiute cent’ anni prima nell’ impero ottomano”. ( Luigi Offeddu, L’Europa delle isole etniche, 15.2.2010 Il Corriere della Sera).

Sono alcuni esempi di disintegrazione dell’Europa di oggi, con i suoi 8 milioni di extracomunitari senza permesso di lavoro e di residenza.  Continua Offeddu a Birmingham, nel Regno Unito (9,1%), mesi fa sono volate le molotov dopo che operai inglesi avevano invocato British jobs for British workers, «posti di lavoro britannici per lavoratori britannici», e dopo che gli immigrati polacchi si erano schierati per le strade. A Malmoe, in Svezia, città dove ormai i musulmani sarebbero maggioranza – almeno nel quartiere di Rosengard – la polizia ha fatto disputare senza pubblico, a porte chiuse, i recenti incontri di Coppa Davis dove giocava Israele. Malmoe, in questi anni, ha visto scoppi di furia distruttiva, quasi da guerra civile: tanto che un inviato di Al Jazeera ha parlato di «rabbia imprevedibile». Intervistati dalle Tv di mezzo mondo, i giovani locali hanno accusato i poliziotti di «provocazioni continue»: «e poi si meravigliano se reagiamo?». Ma anche lì, un movente reale non è stato accertato. Come negli altri laboratori del malessere europeo. (Ibidem).

L’inchiesta del Corriere in pratica delinea un panorama fallimentare dell’integrazione.  La Svezia che ha il 12% di immigrati sulla popolazione totale, aveva accolto il 76% delle richieste di asilo politico, ora sta cercando di «reindirizzarne» almeno 10 mila verso altri Paesi Ue. In Francia non si parla di espulsioni ma di «partenze umanitarie»: termine che si riassume in un’ iniziale «protezione sul posto», per l’ immigrato non in regola, e poi nel suo accompagnamento verso un «paese d’ origine sicuro», ammesso che ne esista uno. In Olanda con il 10% di immigrati sul totale della popolazione, a molti neo-immigrati non solo chiede di seguire un corso di lingua, ma anche di dare un’ occhiata a un film dove, fra l’ altro, si assiste a un bacio fra omosessuali e si vede la panoramica di una spiaggia per nudisti. Messaggio sottinteso: queste cose sono normali nella nostra società, sei disposto ad accettarle? Ma anche qui, non si sa quali siano i risultati di questa assimilazione a tappe forzate.

In Irlanda, che aveva accolto l’ ondata più forte sull’ onda del suo «boom» economico (quasi il 15% di immigrati), decine di migliaia di polacchi e lituani hanno fatto le valigie. E pure in Spagna (11,1%) romeni e bulgari sarebbero in partenza. Il problema delle città europee è la microcriminalità, infatti L’”Eurocities”, l’ organizzazione che raccoglie 130 città europee, ha chiesto alla Ue di poter assumere un «ruolo maggiore» nell’ affrontare i problemi dell’ immigrazione nei centri urbani.

Recentemente l’ex capo del governo australiano John Howard, premier per quattro legislature consecutive, a proposito degli stranieri in un dato Paese, ripeteva una semplice verità: ogni Paese ha la sua cultura e sono gli stranieri a doversi adeguare se vogliono rimanere e affermava, riferendosi all’Australia: “Sono stanco del fatto che questa nazione debba preoccuparsi di sapere se offendiamo alcuni individui o la loro cultura. La nostra cultura si è sviluppata attraverso lotte, vittorie, conquiste portate avanti da milioni di uomini e donne che hanno ricercato la libertà… La maggior parte degli Australiani crede in Dio. Non si tratta di obbligo di cristianesimo… ma è un fatto. Se Dio vi offende, vi suggerisco allora di prendere in considerazione un’altra parte del mondo. Questo è il nostro Paese, la nostra terra e il nostro stile di vita… se non fate altro che prendervela con il nostro stile di vita… allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un’altra grande libertà australiana: il diritto ad andarvene”.

Rozzano MI, 23 febbraio 2010                                              DOMENICO BONVEGNA

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