La Giornata per la vita è l’occasione per mettere a tema tutto questo. Un’occasione da non perdere • L’evento ecclesiale di domenica prossima ricorda l’impegno dei cattolici anche dopo la legge che nel 1978 legalizzò l’aborto • Ma il dilagare di biomedicina e tecnoscienza ha esteso a dismisura le questioni sulle quali riflettere
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 3 febbraio 2011

Nel maggio 1978 l’aborto in Italia è diventato legale. E dall’anno successivo, per iniziativa dei nostri vescovi, ogni prima domenica di febbraio si celebra la Giornata nazionale per la vita.

Fatta eccezione per la prima edizione, il Consiglio permanente della Cei ha suggerito tutti gli anni un approccio particolare al tema della vita, proponendo ogni volta un tema differente e un messaggio di approfondimento, intorno al quale si organizzano solitamente incontri e iniziative pubbliche, di tipo strettamente religioso (Messe, veglie di preghiera) ma anche laico (incontri e dibattiti), promosse soprattutto da comunità sul territorio: parrocchie e diocesi soprattutto, ma ovviamente anche dal Movimento per la vita insieme a gruppi e associazioni di area ‘pro-life’.

Domenica prossima, 6 febbraio, saremo alla 33esima edizione, dedicata a «Educare alla pienezza della vita». Un tema vasto, come si può leggere anche nel messaggio dei vescovi: si parla di custodire la vita «dal concepimento alla morte naturale», e di favorirla sempre «anche quando è debole e bisognosa di aiuto». Ma al tempo stesso i vescovi citano Benedetto XVI, quando spiega che «alla radice della crisi dell’educazione c’è una crisi di fiducia nella vita», e ricordano che «smarrito il senso di Dio, l’uomo smarrisce se stesso». Vale a dire: attenzione, questa non è ‘solamente’ la risposta italiana alla legalizzazione dell’aborto. Pensare la Giornata per la vita come una reazione a una legge ingiusta è tanto ma significa farle un torto, e soprattutto ormai limitarne la portata e le potenzialità.

Man mano che passa il tempo, infatti, diventa sempre più chiaro che quando si parla di ‘vita’ si sottintende necessariamente una visione dell’uomo, e quindi del senso della sua esistenza. Non si può cioè parlare pienamente della ‘questione vita’ se non si affronta il problema della questione antropologica, della sfida che la nostra epoca pone all’essenza stessa degli esseri umani e delle loro relazioni reciproche.

Nello stesso anno in cui in Italia si approvava la legge 194, in Gran Bretagna nasceva Louise Brown, la prima bambina concepita in laboratorio. I due eventi nel nostro Paese non furono certo vissuti con la stessa preoccupazione, almeno dalla gran parte dell’opinione pubblica, compresi i credenti: la legalizzazione dell’aborto aveva significato una enorme lacerazione nella nostra società, che si sarebbe aggravata con un referendum qualche anno dopo. Una ferita ancora viva, nonostante siano passati più di trent’anni.

Eppure la nascita della piccola Louise significava una novità epocale, che avrebbe avuto conseguenze a quel tempo inimmaginabili: per la prima volta nella storia dell’umanità una persona era stata concepita al di fuori del grembo materno. Per la prima volta la separazione fra atto sessuale e procreativo si realizzava pienamente: se la pillola anticoncezionale simboleggiava la possibilità di avere rapporti sessuali ‘liberati’ dai possibili figli, con la fecondazione in vitro si concretizzava l’inverso, e cioè la nascita di figli a prescindere dai rapporti carnali. E per la prima volta, con la generazione di embrioni umani in laboratorio, si rendeva completamente disponibile la vita umana fin dal suo inizio.

La possibilità delle cosiddette ‘nuove famiglie’, quelle in cui ci possono essere fino a sei ‘genitori’ per ogni bambino, fra ‘biologici’ e ‘sociali’; quelle in cui è possibile che ci siano due ‘padri’ e nessuna ‘madre’ (e viceversa); quelle in cui c’è la cosiddetta ‘riproduzione collaborativa’, per cui una donna ‘affitta’ il suo utero, un’altra vende i propri ovociti, un uomo il suo seme, e poi qualcun altro ancora crescerà il bambino in arrivo; quelle insomma in cui la procreazione si frammenta tanto da turbare pure un’intellettuale come Miriam Mafai, non certo di area cattolica: ebbene, tutto questo non poteva essere neppure ipotizzato prima di Louise Brown.

E per simmetria, di fronte al diritto ad avere o non avere un figlio, ecco negli anni, parallelamente, materializzarsi anche quello di disporre della propria morte, in nome della ‘qualità della vita’. Ribaltamento di inizio e fine vita, e poi la possibilità di selezionare gli embrioni ‘migliori’ per scartare quelli malati, per un presunto ‘diritto al figlio sano’, e ancora la vivisezione degli embrioni umani in laboratorio, e potremmo continuare per un bel pezzo a elencare tutte le sfaccettature e le conseguenze della sfida antropologica dei nostri tempi.

Una sfida decisiva per il destino di ognuno di noi, tanto che la Chiesa ha dovuto parlare di «princìpi non negoziabili» per indicare quei valori irrinunciabili messi in forse da una rivoluzione culturale e scientifica senza precedenti. Una sfida che non va però identificata con un elenco di divieti più o meno ragionevoli: al fondo, il problema sta nel riconoscere o meno che ognuno di noi è una persona dipendente, innanzitutto dalle relazioni con i propri simili. E, per chi crede, dipendente da Dio.