di Tommaso Scandroglio da La Bussola Quotidiana
Le parole rivelano mondi in evoluzione o regressione. Prendiamo il termine “fidanzamento”. Ormai questo lemma, ammettiamolo con onestà, sa di vintage. Oggi il fidanzato è stato sostituito dal “ragazzo”. Anzi anche questa parola, soprattutto tra i teen, è desueta. Va per la maggiore il “tipo”. L’impoverimento semantico è evidente. Quando dici “fidanzato” rimandi ad un rapporto basato sulla fides,  sulla fiducia: un’alleanza di affetti, progetti e prospettive. Ora invece da un valore siamo scivolati alla semplice indicazione di un’età giovanile. Il “ragazzo” è termine poi neutro dato che può indicare anche il ragazzo di bottega.
La spersonalizzazione del rapporto affettivo si aggrava ulteriormentecon l’introduzione nel vocabolario dei nativi digitali dell’appellativo “il tipo”. Se prima “ragazzo” perlomeno indicava una persona, seppur indistinta, ora “tipo” è sostantivo che in prima battuta è stato coniato per le cose, gli oggetti: un tipo di auto, di vestito.  Usare “tipo” indica la volontà di rendere neutro e sbiadito nelle sue caratteristiche personali l’altra metà. La reificazione dei sentimenti infine si fa ancor più drammatica con la comparsa dell’ultimissima fraseologia in voga non solo tra gli under 18 ma anche tra gli over 30: “mi vedo con una”. Dalla fiducia alla persona, dalla cosa all’indicazione pura e semplice di un’attività a due. Un percorso marcato da un sempre maggiore desiderio di deresponsabilizzarsi nel legame con l’altro/a, di compromettersi sempre meno.

Ma vi è un altro virus che pare abbia infettato molti dei giovani cuori seguaci di Cupido: l’allergia alle forme. Non ci riferiamo solo al matrimonio, ma anche a quei gesti significativi che da sempre e in tutte le culture hanno contrappuntato il cammino esistenziale delle coppie di innamorati: la richiesta esplicita di sposarsi, l’anello di fidanzamento, alcune promesse che già i fidanzati si scambiano. Tutti gesti che pare inizino a farsi più radi nelle relazioni affettive.

Il processo di estinzione di ciò che dà forma all’amore deve forse rinvenirsi nel timore. Timore che segue due direttrici. Una di ordine temporale: l’anello, la richiesta di sposarsi etc. esprimono un prima e un dopo, un passaggio ad un momento spesso definitivo. La seconda direttrice ha natura spaziale. Questi gesti definiscono un nuovo spazio esistenziale, un limes, quindi limitano, perimetrano la vita: con questo anello non viviamo più nel luogo dell’amicizia, ma ora ci troviamo in un posto  diverso, più ampio e che comporta maggiori responsabilità. Il ragazzo e il giovane hanno paura di ciò è definitivo, di ciò che limita. I giovani non vogliono cristallizzarsi, sentirsi imprigionati per sempre in una relazione, ma vogliono vivere l’infinito, cioè le infinite possibilità dell’amore, dimentichi che questo infinito sempre si incarna in Tu preciso e non in un “tu-tti” indistinto. Voler essere tutto si risolve nell’essere nulla.

E’ il mito della liquidità. Mai prendere una forma definita, mai che questa liquidità si fissi nel contenitore del matrimonio perché scegliere è dire un unico sì ma contemporaneamente comporta dire un’infinità di no irrevocabili: a nuove relazioni, emozioni e mondi. Il sì formale esclude un universo di realtà possibili.

Un altro fraintendimento in merito alla forma è credere che questa mortifichi la sostanza perché la imprigiona, la imbriglia: come non ricordare il famigerato aforisma “il matrimonio è la tomba dell’amore”?  Invece ogni formalità in amore è come l’alveo di un fiume che non comprime le sue acque, ma le contiene, le indirizza perché abbiano più forza e perchè grazie ai suoi argini queste non distruggano i campi intorno, dissipando energie preziose.

Infine la forma rende distinguibile l’amore perché lo identifica. Provate come ha fatto Manet nel suo dipinto Olympia a disegnare un gatto nero su sfondo nero: non lo vedrete. Non voler sigillare il proprio affetto disegnandolo con tratti precisi è non voler uscire allo scoperto, non voler essere individuati per poi essere incasellati. Voler nascondersi. Guarda caso proprio la prima cosa che Adamo ed Eva fecero quando tradirono l’amore di Dio, lo Sposo perfetto.