di Alessandro Pagano

Nel 2005 quando ero Assessore ai Beni Culturali e alla Pubblica Istruzione della Regione Siciliana, organizzai un convegno nazionale sulla incapacità dei genitori italiani a sapere educare i propri figli.

Nella fase dei saluti il Provveditore agli Studi di Caltanissetta (oggi si chiama Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale) narrò di una ragazzina di 3′ media che arrivava a scuola in maniera un po’ troppo avvenente e con vestiti, diciamo, un po’ troppo sexy. Dopo un rapido consulto in considerazione degli imbarazzi che l’avvenente fanciulla provocava, il consiglio dei docenti, sia pure con un certo imbarazzo decise informalmente di convocare la madre per consigliarle di indirizzare la figlia verso un look un po’ meno audace.

L’imbarazzo divenne però esponenziale quando i PROF si videro arrivare una madre (avvenente anch’essa, narrano le cronache), con un abbigliamento e con una disinvoltura, che nulla aveva da invidiare alla figlia quattordicenne.

Insomma, era il caso di dire che la figlia aveva fatto scuola! Ai poveri docenti non rimase che inventare una scusa su due piedi e lasciare andare madre e figlia verso i loro destini.

Orbene, quello che sembrava un aneddoto o poco più mi è rimbalzato nella mente in questi giorni leggendo di un’inchiesta apparsa sull’autorevole giornale parigino Le Monde e di uno studio statistico dell’ISTAT a proposito di “famiglia e soggetti sociali in Italia” dell’anno 2009. Entrambi i dati studiavano il fenomeno del ruolo materno e della sua evoluzione (o se vogliamo della sua involuzione).

Le ricerche condotte dal quotidiano francese hanno rivelato che la complicità tra madre e figlia è molto cresciuta rispetto al passato, al punto che le due figure quasi si confondono.

Le madri somigliano sempre di più alle figlie anche sul piano fisico: nel vestirsi usano capi a volte fin troppo “giovanili”, per il trucco chiedono consiglio alle figlie e le imitano anche nello stile di vita. Dai dati è emerso persino che le madri non considerano più le amichette delle figlie come appartenenti ad un altro universo, degno del massimo rispetto, ma comunque separato dal proprio, ma vogliono entrare a far parte della loro sfera sociale come se di mezzo non ci fossero età, esperienze e soprattutto “ruolo”.

In soldoni, le parti si stanno ribaltando e oggi non è infrequente che siano le figlie a sentirsi responsabili delle madri, evidentemente talvolta troppo prese a combattere contro le rughe e lo scorrere del tempo per ricordarsi della loro responsabilità educativa.

Lo psicanalista Luigi Zoia su Repubblica del 4 maggio 2010, su questo tema, dichiara: “La maggior condivisione tra madri e figlie può avere dei vantaggi nel breve periodo. Ma nel lungo periodo rischia di far perdere l’autorità alla madre. Viene a mancare la figura archetipo del genitore […]. Forse è importante essere anche amici con i propri figli, ma soprattutto bisogna ricordarsi che le amicizie possono finire, mentre il rapporto di genitorialità non muta con il tempo”.

Adottando uno stile di vita infatti tipicamente giovanile, queste madri danno prova di non vivere bene la loro esistenza, ma soprattutto l’inversione delle posizioni madre-figlia fa sì che la cultura giovanile diventi quella trainante.

Ciò preoccupa perché i giovani sono tali perché la loro mentalità, il loro stile, il loro comportamento non sono ancora formati, ma in divenire.

Essi, inoltre, per definizione sono portati verso la trasgressione. Solo con il tempo e la maturità questi eccessi rientrano nella normalità.

Bisogna sempre ricordarsi che ogni essere umano è come un contenitore che nel tempo va riempiendosi degli stimoli che famiglia e società gli trasmettono. A maggior ragione, oggi in una società frantumata come la nostra la famiglia e soprattutto la figura materna, che della famiglia è indiscutibilmente il pilastro, non può delegare o rinunciare a trasmettere l’educazione ai figli.

Sin dalla notte dei tempi, i processi formativi seguono sempre lo stesso preciso percorso che è logico e incontrovertibile: dall’esperienza nasce la conoscenza, e dalla conoscenza si passa alla capacità di distinguere ciò che è bene, da ciò che non lo è. Per questa ragione logica gli adulti, hanno sempre qualcosa da travasare in quei contenitori semivuoti che sono i giovani.

Il percorso opposto è generalmente innaturale. Quando ciò avviene, ossia quando sono i grandi che attingono dalla mentalità di chi è in divenire, prima o dopo si va a sbattere.

A Parigi come a Caltanissetta.